Maroni: dalla Ue solo pregiudizi sull’Italia

19/05/2003




              Domenica 18 Maggio 2003

              Maroni: dalla Ue solo pregiudizi sull’Italia

              Il ministro del Lavoro: la riforma delle pensioni solo dopo il confronto con i sindacati – «Epifani moderi i toni»


              VICENZA – L’Europa dei pregiudizi sia pronta a ricredersi: l’Italia non solo sta ottenendo sui conti pubblici risultati largamente migliori rispetto, ad esempio, a Francia e Germania, ma anche su tutta una serie di altri indicatori non è certo il fanalino di coda dell’Unione. Il ministro del Welfare Roberto Maroni non digerisce le ultime osservazioni comunitarie sui conti italiani e passa al contrattacco nel corso di un incontro con gli industriali vicentini. Il presidente di Assindustria Vicenza Massimo Calearo sembra quasi invitarlo a nozze quando lamenta un ruolo troppo europeista, e meno attento agli interessi del paese, dei rappresentanti italiani alla Ue. Il ministro concorda, auspica che il prossimo semestre di presidenza italiana dia un preciso segnale di svolta a cominciare dall’impegno a portare avanti il lavoro avviato sul sommerso, e lamenta anche di avere appena ricevuto una notifica di infrazione dal commissario Monti per il decreto legge varato nel febbraio scorso per il salvataggio della bresciana Ocean. «Ma come – dice – dopo l’11 settembre molti Paesi hanno fatto di tutto a sostegno delle loro compagnie aeree e nessuno ha fiatato, noi risolviamo senza pesare su alcuno, ma anzi con un’azione che alla fine porta benefici allo Stato, il problema di un’azienda e ci si accusa di aiuti illeciti». Snocciola cifre su cifre il ministro a dimostrare che l’Italia non è seconda a nessuno in Europa. Sulle pensioni, ad esempio, precisa che la riforma della previdenza sarà incisiva ma senza fare rivoluzioni. Incentivare il rinvio del pensionamento – risponde alla domanda di un imprenditore – non si scontra con l’abolizione del cumulo fra reddito da pensione e da lavoro perché quest’ultimo provvedimento punta solo a far emergere quel «nero» che continua a penalizzare pesantemente l’economia italiana, e aggiunge che «purtroppo su questo fronte e su quello dei condoni non s’è visto certo grande entusiasmo nella pubblica amministrazione». Quanto al trasferimento del Tfr nei fondi integrativi il ministro ripete una volta di più che è una via obbligata: resta al lavoratore la scelta tra fondi aperti, chiusi o di categoria ma quello del trasferimento del Tfr è un passo obbligato. Poco margine d’azione anche sulla domanda di un imprenditore relativa alla possibilità di decentrare la contrattazione: il Governo – precisa il ministro – non può intervenire su questa materia che è oggetto di accordi fra le parti. Sul fronte europeo c’è una ulteriore questione che sta a cuore a Maroni perché potrebbe trasformarsi in problema e riguarda l’applicazione della direttiva sul informazione e partecipazione dei lavoratori nel contesto della gestione dell’azienda. «Siamo inadempienti rispetto a questa direttiva – ha denunciato Maroni – ho sollecitato un dialogo con le parti sociali più di un anno fa ma non ho ancora avuto risposta». «Quella direttiva – ha replicato Calearo – è evidentemente tagliata una volta di più sul modello imprenditoriale nordeuropeo, sarà difficile applicarla alle nostre piccole imprese». «Ci sono dei margini di adattabilità – ha risposto il ministro – ma bisogna cominciare a parlarne per non incorrere in una condanna». Parlarne in un clima che Maroni non esita a giudicare sereno anche se – dice – qualcuno, ed il riferimento diretto è alla Cgil, continua a mestare nel torbido ideologicizzando il confronto. Per il ministro c’è un punto fermo ed è il Patto per l’Italia sottoscritto nel luglio scorso. Dal lavoro, però, il patto potrebbe allargarsi allo sviluppo. Lo ha proposto ieri Savino Pezzotta suggerendo che si parta da una discussione allargata per individuare le risorse dell’Italia. «L’importante – ha chiarito Maroni a Vicenza – è che entro l’anno si portino a realizzazione le riforme prima che il clima si alteri in vista delle elezioni. Quella del lavoro sarà operativa da settembre con i decreti attuativi. Sull’articolo 18 confermo che voterò no, Cofferati è in declino e ha fatto perdere un’occasione al Paese. Ora è tempo di dare vita anche alla riforma fiscale, una riforma coraggiosa per il contesto in cui viene presentata ma che può dare ulteriore competitività alle imprese e creare le condizioni per la ripresa».

              CLAUDIO PASQUALETTO