Maroni corteggia i Cobas

28/01/2004





 
   
28 Gennaio 2004



 


Maroni corteggia i Cobas
Il ministro leghista per catturare il voto di protesta apre ai Cobas e evoca la legge sulla rappresentanza. Cautela dei sindacati di base. Cisl imbufalita
MANUELA CARTOSIO


La reazione incacchiata di Pezzotta autorizza a prendere per fondata l’ipotesi avanzata ieri dal Corriere della Sera: «Maroni prepara la svolta sui Cobas». Il ministro del Welfare starebbe valutando la possibilità di aprire un tavolo con le organizzazioni di base, fin qui escluse dalla trattative in quanto non firmatarie dei contratti nazionali. «Se chi fa più casino è più rappresentativo, allora chi è più grande può farne di più, io potrei fare un gran macello», replica il segretario della Cisl. La rappresentanza è legata ai «numeri» non al «casino», obietta Pezzotta, Maroni rifletta «con più attenzione». La mossa di Maroni avrebbe due scopi. Dare un altro colpo ai confederali, scavalcati dagli scioperi spontanei e selvaggi degli autoferrotranvieri. Scioperi massicci soprattutto al Nord. Di qui l’intenzione della Lega d’intercettare il voto di protesta di chi (sono tanti) sciopera con i Cobas e non milita a sinistra. A Treviso, ad esempio, dove la Lega continua a fare il pieno alle urne, ha scioperato il 97% degli autisti dei bus. Ancor più inviperito di Pezzotta, il segretario della Fit Cisl Claudio Claudiani definisce «un’avventura» l’eventuale apertura ai Cobas e promette «tolleranza zero». Più sobrio il segretario della Filt Cgil Fabrizio Solari: «Invece di improvvisare tavoli, Maroni si preoccupi di fare una legge sulla rappresentanza. Nel pubblico impiego la soluzione è stata trovata, per il settore privato no». Sorprendentemente, pochi minuti dopo una dichiarazione di Maroni sembrerebbe dar retta al consiglio di Solari: la sede più opportuna per capire la ribellione dei tranvieri e per affrontare il problema della rappresentanza è «il parlamento». Davvero il ministro è in campagna elettorale, commenta scettico Piero Bernocchi, «di tempo per approvare una legge sulla rappresentanza ne hanno avuto sia il centrodestra che il centro sinistra e non l’hanno fatta. Anzi, hanno ristretto ulteriormente gli spazi per i sindacati di base». Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale della Rdb Cub, è cauto, ma quasi quasi ci crede: l’apertura di Maroni, se confermata, «segna un’inversione di tendenza sicuramente apprezzabile». Piergiorgio Tiboni, della Cub, da vecchio sindacalista salta dentro l’apertura e la allarga: sia chiaro che i sindacati di base al tavolo vogliono discutere di tutto, non solo del trasporto locale.

Queste le reazioni dei diretti interessati. «Se davvero Maroni ci convocherà, andremo», dice da Venezia Giampietro Antonini, del Coordinamento nazionale di lotta degli autoferrotranvieri. Non per il gusto di sedersi al tavolo o, peggio ancora, per «farci legittimare» da un ministro. «Al tavolo porteremo il malcontento dei lavoratori per l’accordo al ribasso siglato dai confederali il 20 dicembre». Riaprire la trattativa resta la parola d’ordine dello sciopero proclamato per venerdì dai sindacati di base. Anche se è certo che il giorno dopo i confederali, senza aver consultato i lavoratori o avendo consultato solo i loro iscritti, scioglieranno la riserva sull’accordo, «lo sciopero servirà comunque». Sconfesserà, meglio e più di un referendum che da subito tutti sapevano che non si sarebbe fatto, l’accordo bidone. E metterà le premesse «giuste» per il nuovo contratto (il precedente è scaduto il 31 dicembre).

«Noi la piattaforma l’abbiamo già messa giù a grandi linee, i confederali no», si compiace il fiorentino Leonardo Bolognesi della Confederazione Cobas, «dicono che siamo capaci solo di protestare, dimostreremo che siamo capaci di fare proposte». Di Maroni, però, Bolognesi non si fida: «Non è quello che vuol fare a pezzi l’Italia, riscrivere la Costituzione e tagliare le pensioni?». Lo sciopero di venerdì a Firenze si sentirà parecchio: «Qui la gente è arrabbiata sia per l’accordo nazionale che per il precedente integrativo aziendale che dà 6 euro al mese, sempre che non ti ammali».

Diffidente anche Italo Quartu, autista Rdb a Bologna. «Al tavolo ci credo quando lo vedo». Se Maroni convocherà i sindacati di base, «vorrà dire che le lotte servono». In una ventina di città, quasi tutte del Nord, aziende e confederali hanno fatto accordi locali che aggiungono qualcosa agli 81 euro «conquistati» dall’accordo nazionale. Bologna non è tra queste e, quindi, l’alta adesione allo sciopero è «garantita». Comunque, aggiunge Quartu, a Piacenza, dove l’accordo locale è stato fatto, il bidone proprio non va giù. Caso più unico che raro a Piacenza il referendum è stato fatto e il 74% dei lavoratori ha bocciato l’accordo del 20 dicembre.

A Brescia, racconta il portavoce degli autorganizzati Maurizio Murari, i confederali hanno fatto una consultazione «farsa», con «foglietti» distribuiti alle assemblee. Su 400 dipendenti della Brescia Trasporti hanno votato in 90 e 40 hanno bocciato l’accordo.