Maroni conferma il suo invito: incontriamoci il 10

09/12/2003

    08 Dicembre 2003
    PER IL MINISTRO RESTA VALIDA LA CONVOCAZIONE DI MERCOLEDÌ

    Maroni conferma il suo invito: incontriamoci il 10
    Il governo punta ad innalzare l’età pensionabile e a conseguire
    importanti risparmi di spesa, le confederazioni chiedono invece
    di ridiscutere l’intero Welfare. Insulti tra Diliberto e Martusciello

    Raffaello Masci

    ROMA
    Sì, certo, le dispute sui numeri possono andare avanti all’infinito – un milione e mezzo, 250 mila – ma sulle pensioni il colpo comunque c’è stato e il governo non può non accusarlo. La maggioranza, sabato (a caldo) aveva reagito con una certa irritazione all’«atto di forza del sindacato», mentre ieri (a freddo) l’esecutivo ha ripreso in mano il bandolo della controversia, al punto che il ministro Maroni ha potuto confermare – come anticipato dal nostro giornale – che mercoledì vedrà i sindacati. Ma su quale presupposto? Sia Pezzotta leader della Cisl che la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini, avevano fatto sapere al ministro che ogni confronto sarebbe stato comunque successivo al ritiro della delega. Il ministro, per contro, aveva replicato che l’unico requisito «a priori» per riprendere il dialogo doveva essere la comune ammissione che una riforma delle pensioni è necessaria.
    Al di là della belligeranza di facciata però, le due parti possono provare a ricomporre la vertenza proprio a iniziare dall’incontro di mercoledì. Tanto più che i tempi per l’approvazione della delega, per ammissione dello stesso Maroni, non potranno più essere quelli dell’anno solare, ma verranno spostati agli inizi di febbraio.
    Al tavolo le due parti si presentano con alcuni punti salienti dai quali, rispettivamente, non intendono recedere. Per il sindacato questi punti sono almeno sei, per il governo solo due, ma di forte impatto.
    Vediamo i primi (quelli sindacali): 1) l’armonizzazione del regime delle aliquote previdenziali senza più distinzione tra pubblico e privato, tra dipendente e autonomo. Per il sindacato si tratta di un punto irrinunciabile, sul quale invece il governo non intende trattare e gli autonomi (che vedrebbero le loro aliquote lievitare) sono a dir poco inviperiti. E’ questo il punto più controverso. 2) separare previdenza da assistenza, affidando quest’ultima alla fiscalità generale: è una vecchia querelle. 3) Eliminare una volta per tutte alcuni privilegi superstiti nei trattamenti Inps (come quelli dei fondi speciali). 4) Tfr sì nei fondi pensioni, sia pur su base volontaria e attraverso il «silenzio assenso». 5) No alla decontribuzione per i nuovi assunti, ma piuttosto fiscalizzazione di altre voci del costo del lavoro. 6) Lasciare i 35 anni (senza alzarli a 40 come chiesto dal governo) come minimo contributivo per andare in pensione di anzianità, ma innalzare gradualmente l’età pensionabile come previsto dalla riforma Dini.
    Il governo, da parte sua, limita i «paletti» a due, si diceva: chiede cioè che i sindacati accettino comunque un innalzamento dell’età pensionabile e – secondo – che qualunque siano gli estremi della riforma, consentano in ogni caso di ridurre la spesa pensionistica a regime almeno dello 0,7% del Pil. Insomma, dice il governo: discutiamo pure sul percorso ma siano chiari gli obiettivi.
    Se questi sono i termini della questione, restano ancora forti i dissapori politici determinati dalla manifestazione di sabato scorso, al punto che si è arrivati quasi all’insulto. Il segretario del pdci Oliviero Diliberto ha definito la riforma delle pensioni «una porcata» e il sottosegretario forzista Antonio Martuscello ha redarguito come «triviale» il suo linguaggio. Certo è che, con l’eccezione di Maroni e Alemanno, altri membri del governo non sono apparsi particolarmente dialoganti. Rocco Buttiglione ha ricordato come la piazza riporti «gli umori» della gente ma ad esprimerne la volontà sia solo il Parlamento. Il ministro Bossi ha voluto ironizzare poi, sul fatto che una manifestazione come quella di sabato potesse tenersi solo a Roma, «una città che ha portato via i soldi ai lavoratori del Nord».