Maroni blinda il Tfr: «O così, o niente»

10/10/2005
    domenica 9 ottobre 2005

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    WELFARE – PER IL MINISTRO «TIRA UNA BRUTTA ARIA A ROMA, SARA’ GUERRA DURA». APPELLO ALL’«AMICO» GIULIO TREMONTI: «LA PROSSIMA VOLTA RESTA A VOTARE IL TESTO»

      Maroni blinda il Tfr: «O così, o niente»

        Attacco alla «lobby assicurativa» e tentazione regionale: «La Lombardia è grande come uno Stato»

          Gigi Padovani
          inviato a SAINT VINCENT

          Riforma del mercato del lavoro, con la legge Biagi, e nuovo sistema previdenziale misto, con i fondi pensione che nasceranno dall’uso delle liquidazioni: Roberto Maroni vuole che la sua esperienza al governo sia legata a questi due capisaldi. Dopo il clamoroso rinvio alle Camere da parte del Consiglio dei ministri, mercoledì scorso, della riforma sul Tfr «per le pressioni della lobby», cioè delle «compagnie assicurative che hanno interessi contrari», il ministro del Welfare ha un solo obiettivo: far riapprovare quel provvedimento «così com’è». Su questa linea sa di avere il sostegno di Confidustria e dei sindacati, ribadito ieri – nel convegno della Fondazione Donat-Cattin in corso a Saint Vincent – dal segretario Cisl Savino Pezzotta. Quindi, il Bobo furioso va avanti. Ma sa che «tira una brutta aria a Roma», che ci sono rischi alti, per cui deve gridare più forte: accusa alcuni colleghi ministri di essere stati condizionati dall’Ania, l’Associazione delle assicurazioni (pur senza nominarla); invita «l’amico Giulio Tremonti» a votare il testo e a non scomparire come ha fatto qualche giorno fa al momento decisivo; usa gli argomenti della sinistra, nel ricordare che Silvio Berlusconi – in quanto socio paritario con Ennio Doris di Mediolanum – ha un conflitto d’interessi sulla riforma.

          E infatti il presidente del Consiglio, mercoledì, si era allontanato al momento del voto, lasciando soli i tre ministri leghisti a difendere il provvedimento. Temendo di essere schiacciato da un asse Berlusconi-Tremonti-Bossi, Maroni rilancia e provocatoriamente offre «un’occasione» al premier: se la nuova gestione del tfr escluderà le assicurazioni, come prevede il decreto bloccato dal governo, il Cavaliere potrà dimostrare che sostiene «un testo che va contro i suoi interessi di azionista di una compagnia di assicurazioni». Illustra bene l’atmosfera che si respira nel governo la battuta pronunciata dallo stesso palco, dal ministro della Funzione Pubblica Mario Baccini. «Le lobby? Maroni scopre l’acqua calda: vanno governate, non combattute. Per quanto mi riguarda voglio verificare il ruolo delle compagnie di assicurazioni: Se qualcuno ha un problema si faccia un esame di coscienza».

          Del resto, c’è in ballo un mercato da 10 miliardi di euro l’anno: perciò «la guerra sarà dura», ammette Maroni dopo aver dato in escandescenze tre giorni fa a Palazzo Chigi al momento della sorpresa, e dopo dure interviste con le quali annunciava le sue dimissioni – con Calderoli pronto a seguirlo – qualora la riforma Tfr non fosse approvata. Ieri però, sui divani dell’Hotel Billia, il Bobo furioso non pronuncia la parola «dimissioni». E chiarisce il perché: c’è di mezzo la devolution, «la nostra vera battaglia». La Lega non può immolare la sua presenza nel governo a un tema tanto complesso e impopolare come la gestione delle liquidazioni. La base non capirebbe. E neppure Umberto Bossi, a quanto pare, visto che sul tema non ha emesso finora una parola.

          Ma soprattutto c’è di mezzo il Pirellone, con la crisi alla Regione Lombardia che domani Formigoni vorrebbe sbloccare in un vertice con il segretario della Lega Lombarda Giorgetti e lo stesso Bossi. L’ipotesi è che Maroni vada a sostituire il dimissionato Cè alla Sanità regionale. Anzi, deve nascere un «ministero del Welfare della Lombardia», che raggruppi lavoro, assistenza e ospedali. La strategia della Lega sarebbe quella di ottenere prima un super-assessorato e poi la presidenza della Regione Lombardia, qualora Berlusconi riesca a convincere Formigoni a lasciare e si riesca a trovare una modifica statutaria che consenta il cambio di governatore senza elezioni. Se poi di dovesse andare al voto, pazienza.

          Ecco perché la partita sul Tfr è tanto importante: si deve dare un futuro ai giovani che hanno incominciato a lavorare da poco – come concorda Pezzotta: «il testo così com’è ci va bene, non si tocca» -,i quali senza fondi integrativi avrebbero pensioni troppo basse. Ma anche trovare una fuoriuscita elegante, in caso di sconfitta elettorale. La Lombardia è pur sempre una delle Regioni più importanti d’Europa, «grande come uno Stato». Si spiega così la frase sibillina che Bobo regala prima di lasciare il convegno degli ex democristiani: «Passata o bocciata la riforma – dice – il mio compito come ministro del Welfare è esaurito. Siamo alla fine della legislatura: che io rimanga o no, non cambia nulla. Bisogna evitare qualsiasi cosa che metta a rischio la devolution».

            Sono le date dei lavori parlamentari a creare l’ingorgo: entro il 5 novembre il testo del Tfr deve essere riapprovato dal Consiglio dei ministri. E il 20 ottobre, dopo la riforma elettorale, si incomincia il quarto passaggio della riforma costituzionale. Se tutto è perduto, c’è sempre il Welfare lombardo.