Marigia, la signora della Cgil che guidò l’affondo al premier

29/07/2004

        giovedì 29 luglio 2004



        RETROSCENA

        Marigia, la signora della Cgil che guidò l’affondo al premier

            Nonostante sia uno dei suoi classici, la «parabola dell’ottimismo», la storiella del vecchio indiano sulla montagna, questa volta al premier non è venuta neanche tanto bene. E il silenzio che è seguito, nella Sala Verde di Palazzo Chigi dov’erano riuniti i 150 rappresentanti delle parti sociali, è stato ancor più imbarazzante. Forse pari, racconta uno dei partecipanti alla riunione, solo a quello che è seguito all’intervento del ministro dell’Economia.

            Ancora silenzio e sguardi che si cercano per istanti interminabili, finché il segretario della Uil, Luigi Angeletti, ha rotto il ghiaccio prendendo la parola. Non che il prosieguo della riunione sia andato meglio, segnato com’è stato dal durissimo confronto tra il premier, il vicepresidente Gianfranco Fini e «quella signora della Cgil», come l’aveva chiamata Berlusconi all’inizio della riunione invitando anche lei a una professione d’ottimismo.

            Marigia Maulucci, mingherlina, capelli grigi tagliati corti e occhiali tondi come quelli di Marco Follini, li ha fatti penare per una buona ventina di minuti. Ha attaccato a testa bassa, ricordando che le «misure una tantum sono pericolose», che «la spesa sociale è stata tagliata negli ultimi tre anni», che la «riforma fiscale è dannosa», che «la fiducia è stata già messa in crisi dal decreto di metà anno», accusando il governo «per non aver contrastato l’inflazione». Chiedendo «il recupero del fiscal drag», il «ripristino della tassa di successione», «la tassazione delle rendite finanziarie», la «fiscalizzazione degli oneri sociali», il «rinnovo dei contratti scaduti».


            Un fiume in piena che montava ogni minuto di più, mentre il premier abbandonava il suo classico aplomb lasciandosi andare ad ampi cenni di disapprovazione con la testa e le mani. Finché la Maulucci non ha tirato fuori gli assi: «La democrazia non si fa per email», ha detto guardando Siniscalco. «E che ci chiamate a fare qui, per non avere nessuna risposta – ha aggiunto – quando nel palazzo accanto state trasformando in legge la riforma delle pensioni?». È a quel punto che è dovuto intervenire Gianfranco Fini. «Possiamo avere e mi pare che abbiamo idee politiche completamente differenti, ma non metta in dubbio la nostra onestà intellettuale. La consultazione c’è stata, la stiamo facendo. Anche se poi ognuno resta delle sue idee».


            Con quello scontro si è esaurito anche il vertice, durato due ore meno del precedente anche perché molti hanno rinunciato a parlare. «Non abbiamo l’acqua alla gola» ha detto Siniscalco cercando di rassicurare tutti, mentre Berlusconi infilava la porta per andare alla Camera a votare la fiducia sulle pensioni. «Penso che l’incontro sia stato utile» ha detto ai cronisti, proprio mentre Achille Passoni della Cgil commentava due metri più in là: «In due giorni abbiamo perso otto ore di tempo».

        Mario Sensini