“Margherita” Le divisioni nel partito verso il congresso

22/03/2007
    giovedì 22 marzo 2007

    Pagina 12 – Politica

    Retroscena
    Le divisioni nel partito verso il congresso

      Rutelli e la condanna
      del Tribunale ex dc

        Federico Geremicca

          Ma almeno, si sente un po’ in colpa, presidente? Con la gratitudine che gli dovreste… «E perchè, secondo lei lui a noi non ci deve niente?». Il sole entra obliquo e freddo in uno dei corridoi di Montecitorio, illuminando il loden scuro del presidente De Mita. Fuori è un freddo che non si può dire. «E comunque, il giorno dopo il voto, lui se ne è andato al governo, la Margherita ha chiuso i battenti e chi s’è visto s’è visto – insiste De Mita -. Veda, finchè ho potuto, io l’ho aiutato. Ma il disegno, all’inizio, era diverso». E cos’era questo disegno diverso? «Una Margherita politicamente autonoma, e con più possibilità dialettiche anche nelle alleanze. E invece, all’improvviso, lui s’è buttato sul Partito democratico. Ma senta a me, per come l’ho conosciuto, se non gli riservano un posto di primo piano, farà marcia indietro per far saltare tutto».

          Lui, cioè l’oggetto degli incomprimibili “ragionamenti” di Ciriaco De Mita, è Francesco Rutelli, da settimane stretto d’assedio dai cosiddetti ex popolari (in pratica: i democristiani) che – passata la nottata – hanno deciso di prendersi il partito. «Ci provino», ha reagito ieri il vicepremier, purtroppo consapevole però del fatto che non solo possono provarci, ma perfino riuscirci. Ma sappiano – ha aggiunto – che con una Margherita che avesse la faccia dei democristiani, nascerebbe un Partito democratico «rivolto al passato e senza futuro». Che non è male, come avvertimento. Quindi? Quindi io lo so che i democristiani sono maggioranza nella Margherita («che scoperta è questa?»), ma li ho salvati io quando erano quattro gatti e quasi non potevano più mostrarsi in giro e – in ogni caso – eccomi qui pronto «ad accogliere tutte le proposte costruttive, incluse quelle più critiche». Insomma, facciamo pace: perchè l’alternativa è che ci facciamo male tutti.

          Difficile. Perchè i democristiani sono di quella razza particolare fatta di gente lenta a decidere, ma una volta che ha deciso… Ed è per questo, dunque, che potremmo davvero essere alla vigilia della caduta di un leader. Intendiamoci: nei loro progetti – così come prevede una rodatissima liturgia – Francesco Rutelli dovrebbe rimanere imbalsamato lì dov’è, alla presidenza della Margherita. Ma con un bel Segretario dai pieni poteri, e magari un bel comitatone per controllare sia l’uno che l’altro (che non si sa mai). «Serve un segretario a tempo pieno che faccia ciò che sta facendo Fassino», ha decriptato ieri Piergluigi Castagnetti, ex segretario del Ppi. «Si fosse occupato del partito, avesse messo radici, non saremmo arrivati a questo punto qui», lamenta Enzo Carra, un altro che – come De Mta, per capirci – ha preso progressivamente le distanze da Rutelli. Invece…

          Invece se ne è fregato, pensando – idea alla moda – di poter fare tutto sa solo. E naturalmente è solo il primo dei numerosi capi d’imputazione di cui il vicepremier deve rispondere di fronte al Tribunale degli ex ppi. «Ma le pare, per dirne un’altra, che ci tocca apprendere dai giornali com’è cambiata la linea su questa o quella questione?», lamentano dallo staff di Franco Marini, l’ex “uomo forte” dei popolari che avendo tolto il proprio sostegno a Rutelli, lo ha lasciato in un pantano dal quale difficilmente uscirà impeccabile come vi era entrato. E poi, ovviamente, c’è il merito di certe posizioni, ne vogliamo parlare? «Basta con questa attenzione spasmodica ai salotti e ai “poteri forti” dell’industria – dice ancora l’uomo dello staff -. Secondo lei, perchè Marini a Cernobbio ha detto che se dopo tanti sacrifici c’è qualche soldo da distribuire deve andare alle famiglie, altro che produzione e imprese!». E vogliamo tacere, infine, sul tentativo di aggiramento (a colpi di cortesie con Ruini) compiuto dall’ex radicale Francesco Rutelli ai danni dei cattolicissimi ec dc sulla faccenda dei Dico? Agli occhi del Tribunale, il più imperdonabile degli errori imperdonabili.

          Di fatto, la sentenza che imbalsama Rutelli è già emessa. E viene da sorridere a leggere, alla fine, il reato specifico contestato: Doppio Incarico. Non potendo condannarlo per la sostanza («Tutti abbiamo firmato una mozione congressuale che porta la mia prima firma», ha ricordato ieri il vicepremier ai componenti il Tribunale) lo condannano per la forma. Il Doppio Incarico, appunto. «Sono solo dei killer – lamenta Gerado Bianco, altro ex segretario Ppi , solcando a passettini veloci il Transatlantico -. Sono democristiani come me, è vero: ma della Dc si sono portati dietro le cose peggiori». Quel che sorprende, però, è il fatto che a volere più di tutti il drastico ridimensionamento di Rutelli, sono tre “giovani leoni” ex dc poco inclini a certi rituali e assai delusi dal vicepremier. Dario Franceschini, che secondo la vulgata è stato tradito da Rutelli che non gli ha affatto ceduto il suo posto da Presidente, una volta andato al governo; Enrico Letta, indispettito dai frequenti smarcamenti di Rutelli rispetto alla linea del governo (e a Prodi stesso); Beppe Fioroni, “braccio armato” di Marini, preoccupatissimo per lo stato del partito.

          Sarà. «Io non voglio nemmeno discutere sul chi ha torto e chi ha ragione – dice Calogero Mannino, un altro ex ministro dc finito nel partito di Casini -. Ma questi giovanotti scalpitano troppo, sono impazienti. Ora tocca a Rutelli. Poi Prodi. E non voglio pensare a che sarà tentare di far fuori D’Alema e quelli della sua generazione». Come si intende, il Doppio Incarico è poco più – quindi – che un pretesto. E vedendo De Mita allontanarsi nel corridoio di Montecitorio, verrebbe da dire che chi di Doppio Incarico ferisce, di Doppio incarico perisce (all’ex premier andò proprio come rischia di andare a Rutelli). «Che vuole – dice il saggio Nicola Mancino, fuori dai giochi da quando presiede il Csm – il Doppio Incarico è sempre stato fatale nella Dc. E se anche è successo due sole volte, con Fanfani e con De Mita, questa era per noi praticamente una regola, anche se non scritta». Magari potevano scriverla. E mandarla in busta chiusa al vicepremier. Si sarebbero risparmiati un sacco di guai. Compreso l’esoterico “chiarimento” annunciato per oggi tra l’imputato e il Tribunale ppi.