“Margherita” Là dove fioriscono le tessere

19/03/2007
    domenica 18 marzo 2007

    Pagina 9 – Politica

    il caso
    Verso il congresso

      Là dove fioriscono le tessere

        Anche nella Margherita è polemica: a Roma si è iscritto un elettore su tre

          Antonella Rampino

            In uno sperduto paesino della Sicilia, un signore che vuole iscriversi alla Margherita si presenta nel giorno, nell’ora e nel luogo che gli sono stati indicati. Solo che si tratta di un bar, e per giunta chiuso. Dopo poco però gli si avvicina un tale, «Non ti preoccupare: sei iscritto lo stesso al circolo della Margherita, e anzi sei anche già stato eletto delegato». Due dei cinque colonnelli che a Roma verificano la regolarità dei congressi, Rino Piscitello che è anche di garanzia per Rutelli, e Natale D’Amico che è anche di garanzia per i parisian-ulivisti, non confermano e non smentiscono. Ma la storia circola, e come ogni buona leggenda contiene elementi di verità. La proliferazione delle tessere, emesse da circoli, che magari hanno sede in un bar, in un oratorio, in un appartameto, in un negozio. Un po’ come è a Forza Italia, insomma. Perché per iscriversi alla Margherita, stabilisce lo statuto, ci si iscrive al circolo, «ed è questo che gonfia i numeri e rende le tessere poco verificabili», dice il rutelliano Roberto Giachetti, segretario uscente di Roma. I Circoli della Margherita spiegano anche perché Rosi Bindi vorrebbe, una volta nato il Partito Democratico, veder chiuse le sezioni dei diesse, e perché dalla Quercia Caldarola le abbia risposto «non voglio finire a far politica all’oratorio».

            Perché se all’ombra della Quercia infuria la pugna politica attorno a tre mozioni da congresso, il paradosso è che nella Margherita si litiga anche di più pur avendo un’unica mozione, quella che propone di sciogliere i dielle, se si costituirà il Partito Democratico. L’un contro l’altro armati, a macchia di leopardo lungo tutta la penisola e con alleanze incrociate e variabili, sono rutelliani, mariniani, demitiani, gli ex popolari di Franceschini e Castagnetti. In più, adesso c’è la corrente di Enrico Letta, che col suo 6-7 per cento in molte situazioni fa da ago della bilancia.

            In vista del congresso nazionale signori delle tessere e capi tribù si son dati battaglia. Tenere le posizioni anzitutto, contro i parenti-serpenti dello stesso partito, e per fronteggiare meglio in futuro i diessini. Il caso di Roma, e dei 49.243 convocati per tre giorni di congresso all’Ergife quando per contenerli tutti non sarebbe bastato un Palasport, ha avuto la sua risonanza nazionale, attirando l’attenzione e il sarcasmo di «Striscia la notizia»: «Ma perché non andate a contare le tessere di Forza Italia?», ha replicato l’ufficio stampa centrale, quello di Rutelli. Ma il fatto, spiega Natale D’Amico con la gravità di chi è stato grand commis in Banca d’Italia, «è che 37 mila tessere in più a Roma, quando i diesse che sono il doppio di noi ne hanno solo 14 mila, significa che si è iscritto alla Margherita un elettore su tre, visto che nella Capitale nel 2001 ci han votato in 150 mila: come possiamo non preoccuparci di quel che sta diventando il partito?». Per giunta i garanti han le mani legate: le decisioni si possono prendere solo all’unanimità, se non c’è accordo politico non se ne fa niente. I casi da esaminare non sono mancati. Mille e seicento nuove tessere contestate a Caserta; ad Avellino a una parte degli iscritti non è stato consentito di partecipare al voto, dicono i rutelliani, col quale poi è stato effettivamente eletto coordinatore Giuseppe De Mita; a Salerno il congresso è stato più volte rinviato per «mancanza di intesa politica», poi si è tenuto «ma l’abbiamo annullato» dicono i garanti. E quando i faldoni dei ricorsi campani approdano all’organismo di garanzia, a Roma, si sfiora la rissa, la cosa si viene a sapere e produce una nota di smentita ufficiale.

            «Alla fine una composizione unitaria l’abbiamo trovata, ma è stata dura» sospira Rino Piscitello che è di corporatura possente e in quell’occasione la fece valere: «Non si riusciva a mettere d’accordo i demitiani con i rutelliani, e per giunta a Napoli la metà di noi sta con De Mita, e così pure molti mariniani». Alla fine, per far quadrare il cerchio dopo un mese e mezzo di riunioni sono scesi in campo i big: Rutelli e De Mita han trovato un accordo, segretario partenopeo sarà Antonio Polito, che ha accettato di ritirare la sua iniziale indisponibilità. E non che nel resto d’Italia sia andato diversamente: in tutto, 125 ricorsi da 34 diverse provincie. Anche da Bologna.

            La ex-popolare Daniela Turci denuncia «intimidazioni telefoniche» per farle ritirare la candidatura a coordinatrice del partito. Risultato: per far pace, serve un Sms di Prodi in tempo reale, a congresso in corso: «Ricordatevi, il congresso deve essere u-ni-ta-rio!». Il peggio, a fine marzo sarà passato: i congressini chiuderanno i battenti, e ad aprile ci sarà a Roma il congressone nazionale. «Ma la fase più pericolosa è proprio quella della transizione verso il Partito Democratico, da noi come nei diesse le solidarietà interne si stanno allentando, e c’è chi pensa anzitutto a difendere le proprie posizioni sul territorio», dice Polito. E chiedendo «una data certa per la Costituente, con regole nuove per tutti», Giachetti si è messo pure in sciopero della fame. Basterà?