Marco Biagi, un riformatore vero – di Alberto Orioli

21/03/2002





Il giurista ucciso martedì dai terroristi aveva un’idea fissa: superare i compromessi ideologici per un diritto più giusto
Marco Biagi, un riformatore vero
L’impegno nella ricerca per modernizzare il lavoro italiano
di Alberto Orioli

Lo hanno definito economista. Ma non gli avrebbe fatto piacere. Era un giurista, Marco Biagi, di quelli finissimi, innamorati delle architetture di pensiero che le norme possono erigere a difesa dei diritti. Un giurista riformista, pacato e convinto della sfida di modernizzazione per il diritto del lavoro italiano. E degli economisti non condivideva l’approccio freddo del calcolo delle convenienze, l’idea quantistica: meglio la fantasia di chi, con un comma, intercetta un bisogno di civiltà e lo traduce in parole. E per l’intera vita di studioso Biagi ha inseguito l’idea di fare del giuslavorismo un diritto meno ideologico e "più mite", più leggero, ma non per questo meno incisivo. Non era un liberista, era socialista, cattolico praticante: credeva nella funzione pubblica del controllo e della regolazione; proponeva solo di superare bardature di norme costruite su decenni e decenni di compromessi tra solidarismo cristiano e comunismo, una morsa che, nel corso del tempo, ha negato l’ossigeno culturale al riformismo, all’idea del cambiamento guidato, senza strappi, senza riferimenti di classe. Era un indirizzo pragmatico, volto semplicenmente ad ampliare l’area degli inclusi anche a costo di ridisegnare le silohuette dei diritti di chi già faccia parte degli "eletti". Ne era così convinto che procurò, qualche anno fa, al figlio maggiore un’esperienza d’impiego estivo in un supermercato, un lavoro duro, un ingresso ruvido nel mondo del lavoro "atipico" per un brillante studente di liceo classico: «Il lavoro è così, è una cosa seria – diceva – è esperienza. Conoscerlo dal lato più difficile fa conoscere meglio la vita». Un insegnamento importante, da un socialista deamicisiano, da riformista con il cuore. L’apprendistato con Giuseppe Federico Mancini, la maturità con Tiziano Treu, era diventato un "maestro" moderno e apprezzato all’università-campus di Modena. Ha proposto la sua visione del mondo a ministri di appartenza diversa, a schieramenti anche opposti. A chi gli chiedeva come riuscisse a essere un consigliere così "bipartisan" rispondeva: «Sono come lo stilista o il sarto: chi viene da me sa che taglio i vestiti in un certo modo, nella foggia riformista. E se viene da me si vede che coindivide i miei gusti altrimenti andrebbe da qualcun altro». Così le sue idee di comparatista acuto e curioso, hanno fatto da guida a Treu, Bassolino, Piazza e sono state spunto per Prodi a Palazzo Chigi prima e a Bruxelles poi. Prezioso il ruolo nella stesura del Patto di Milano della Giunta Albertini, nel ’99, primo accordo su forme di flessibilità per i senza diritti (contratti differenziati per gli immigrati). Firmarono solo Cisl e Uil; gli costò polemiche forti, minacce. E, forse, fu allora che l’attenzione dei terroristi si appuntò su di lui. Ora la sua dottrina era il faro del ministero del Welfare gestito da Roberto Maroni. Sempre la stessa ansia del giurista-progettista, del costruttore di norme; aveva visione d’insieme e quando si lasciava andare era capace, magari stando in ferie, di riscrivere l’intero titolo V del Codice civile o tutto lo Statuto dei lavoratori. Guardava all’Europa, sua passione da sempre: coordinò i lavori del Piano nazionale per l’occupazione e sperimentò di persona quanto sia difficile in Italia procedere con il metodo del benchmarking, del confronto tra aspettative e risultati. L’Europa ci chiede se l’obiettivo è stato raggiunto o no, non se una norma è buona o cattiva, ma troppo spesso Roma e Bruxelles hanno parlato lingue diverse. Marco Biagi, tra i pochi, era in grado di parlare il linguaggio della diplomazia delle tecnostrutture della Ue. Era apprezzato e grand commis ed euro-politici si fidavano. Con cura preparava le bozze per le norme di trasposizione nel nostro ordinamento dei temi di Bruxelles: è successo con i Cae (consigli aziendali europei), strumento di sperimentazione di forme evolute di partecipazione dei lavoratori alle sorti d’impresa, un tema a lui caro, sintesi ideale del suo essere socialista e cattolico. Biagi era tra i più convinti assertori della necessità di rendere più appetibile il part time in Italia: l’aveva studiato in Olanda, in Gran Bretagna. Non si capacitava che da noi non fosse possibile estenderne l’uso. Per questo contribuì a elaborare un’importante circolare attuativa che – mutuando prassi europee – introduceva clausole di flessibilità nel cambiamento delle fasce d’impegno dei lavoratori, previa accettazione. Anche in questo caso un mix riformista tra esigenza dell’impresa e tutela del lavoratore. Un tentativo equilibrato di riforma, accorto, misurato; eppure gli costò critiche. Marco Biagi è stato tra i protagonisti dei gruppi di lavoro con Tiziano Treu: i primi, significativi passi verso la modernizzazione del collocamento, verso il lavoro interinale e le prime esperienze di analisi del fenomeno dell’impiego atipico. Aveva per primo intuito l’utilità di arrivare a un nuovo Statuto dei lavori per rimodulare, a piramide rovesciata, i nuovi diritti: pochi, basilari per i lavori spot, via via più estesi e consolidati quelli per i lavori più strutturati. Per primo propose di certificare, a cura degli uffici del collocamento, la natura parasubordinata dei lavori atipici per risolvere i contenziosi previdenziali. In tema di contratti nell’ultimo Libro bianco era riuscito a trovare spazi anche per forme più estese di negoziato individuale, superando un altro tabù: il contratto nazionale. E aveva lanciato, con coraggio, l’idea di puntare tutto sulla possibilità di scegliere il livello migliore. Con la curiosità dello scienziato esploratore si era avvicinato al tema del federalismo e più volte aveva segnalato come sarebbe stato – e forse sarà davvero – la nuova frontiera del lavoro. Di fronte alla possibilità di una vera e propria esplosione di norme locali e di una vera balcanizzazione del diritto del lavoro, aveva invitato le parti a sedersi a un tavolo e a dialogare, a creare una cornice normativa di garanzia senza traumi. Una cornice riformista, come piaceva a lui. Era stato un sostenitore del modello di contrattazione tedesco: le cosiddette clausole di uscita, la possibilità di derogare agli standard nazionali sia economici, sia normativi gli era parsa una soluzione accettabile, o tutt’al più adattabile all’ordinamento italiano, soprattutto visti i problemi del Mezzogiorno. Anche in questo caso, però, Biagi dovette subire la frustrazione del riformista. Il tema contrattuale è fuori gioco da un po’ di tempo. Aveva sentito il soffio gelato del terrorismo passargli vicino quando uccisero D’Antona. Con il consigliere di Bassolino aveva messo a punto la nuova legge sul diritto di sciopero, con più attenzione ai diritti degli utenti e con sanzioni più forti per le proteste illegittime. Era serio e preoccupato. «Potevo esserci anch’io» disse a caldo quella mattina. Purtroppo aveva visto in anticipo la fine del film.

Giovedí 21 Marzo 2002