Marco Biagi, un economista per bene

20/03/2002



 
   


Marco Biagi, un economista per bene
Il suo ultimo articolo sul Sole 24 ore di ieri. Era tra i firmatari dell’appello a favore della delega sull’art. 18

GUGLIELMO RAGOZZINO

Marco Biagi aveva pubblicato ieri il suo articolo, un editoriale sul Sole 24 ore. Il tema era il confronto tra le posizioni uscite dal vertice di Barcellona in tema di lavoro e quelle del governo italiano, del tutto in linea con l’Europa, a differenza delle posizioni sindacali arretrate e antieuropee. Biagi sosteneva con decisione le proprie idee, ma senza alcuna acrimonia, senza fare caricature o invettive. Solo la pensava diversamente e cercava di far prevalere ciò che riteneva giusto e utile. "Dunque, scriveva, chi si oppone strenuamente alla revisione della nostra legislazione sul lavoro si colloca in una prospettiva anti-europea. Difendere lo status quo normativo significa non tenere conto di cinque anni di richiami comunitari".In un’altra occasione, a ridosso del G8 di Genova, Biagi scriveva: "… per dare concretezza a uno sviluppo socialmente sostenibile della globalizzazione a poco servono le solenni proclamazioni dei vertici internazionali, e ancor meno le manifestazioni di piazza. Occorre invece un salto culturale e organizzativo dei rappresentanti dei lavoratori, capace di cogliere gli sviluppi di un’economia mondializzata che rischia di vanificare assetti regolati e costruiti nell’ambito di contesti nazionali….C’è una soglia di diritti fondamentali che devono essere osservati con rigore, mentre al di sopra deve valere il libero accordo che coglie le specificità della singola impresa e del mercato del lavoro circostante…". In effetti il tema della specificità locale è ripetuto continuamente negli scritti di Biagi che ancora in quello di ieri ripete che nel documento di Barcellona la dimensione locale o territoriale diviene "centrale"; e aggiunge che i sindacati scozzesi o gallesi "non si sono mai vergognati" di agire per attrarre invetimenti esteri "anche rivedendo elementi attinenti al costo del lavoro".Marco Biagi era uno degli estensori del documento preparato da cento economisti dichiaratamente schierati sul centro destra della politica nazionale. Il documento, noto con il titolo "Da una parte sola, dalla parte del lavoro" è un appello in 14 punti. Per un mercato del lavoro più europeo, con più occupati regolari: con più donne più giovani, più anziani; con ammortizzatori sociali dignitosi, universali, uguali per tutti…; con più diritti e uguaglianza per tutto il mercato del lavoro; con più libertà di lavorare, di cambiare lavoro; con migliori salari, legati alla produttività…;con più servizi all’impiego…meno tasse, meno burocrazia; con più contratti nelle aziende, nei distretti, e nelle regioni. L’appello degli economisti conclude così: Perché l’Italia sia veramente una repubblica fondata sul lavoro, gli economisti dicono quindi: sì alle riforme del mercato del lavoro e del welfare; sì all’emersione del sommerso; sì al dialogo sociale. Tra le firme, a fianco di quella di Biagi, quella di Renato Brunetta e di Fiorella Kostoris Padoa Schioppa. E inoltre firmano tra gli altri Giuliano Cazzola, Innocenzo Cipolletta, Giampaolo Galli, Fabrizio Galimberti, Stefano Micossi, Antonio Pedone, Corrado Clini, Mario Arcelli. La polemica sull’articolo 18 è appena sfiorata nell’elenco di buone intenzioni stilato dai cento economisti. Biagi lo mette invece al centro di un altro articolo nel quale sostiene che una revisione dell’articolo 18 era stata oggetto di discussioni al Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, fin dal 1985. E in un articolo del 29 gennaio scorso, sempre sul Sole 24 ore, Biagi scriveva che il "documento votato dal Cnel il 4 giugno del 1985 è assai chiaro a riguardo. `Complessivamente l’esperienza applicativa dell’articolo 18 dello statuto non suggerisce un giudizio positivo della reitegrazione’" Fin qui il Cnel, citato da Biagi, che aggiungeva che simili posizioni "erano condivise (e comunque mai avversate) da uomini come Luciano Lama, Pierre Carniti, e Giorgio Benvenuto, oltre che da Vittorio Merloni" allora presidente di Confindustria. Chissà mai perché, concludeva Biagi, allora la revisione trovava "l’ampio coinvolgimento di numerosi esponenti (ed esperti) di varie aree politico sindacali … mentre ora si agita il fantasma di sciopero generale".