Marco Biagi, indagine su un anno di solitudine

08/07/2002


8 luglio 2002



Marco Biagi, indagine su un anno di solitudine
      ROMA – Con Marco Biagi l’assessore all’Occupazione del Comune di Milano Carlo Magri aveva un rapporto speciale. «Abbiamo lavorato a lungo insieme – ricorda – e fra di noi si era cementata un’amicizia. Biagi era un uomo semplice che credeva nelle cose semplici e nell’amicizia. L’8 marzo, dieci giorni prima di essere ammazzato, era a pranzo da me. Aveva portato i tortellini da Modena: sapeva che ne andavo pazzo». Il loro sodalizio dura tre anni e produce il Patto per il lavoro di Milano, origine di tutti i guai del giuslavorista bolognese assassinato il 19 marzo dalle Brigate Rosse. Da quel giorno, il 2 febbraio del 2000, a Biagi cambia letteralmente la vita. Ideato da Biagi, Magri e dall’ex city manager Stefano Parisi, ora direttore generale della Confindustria, il Patto dovrebbe servire ad agevolare l’inserimento occupazionale degli extracomunitari, dei disoccupati ultraquarantenni e dei disagiati. Cisl e Uil lo firmano. La Cgil, invece, non ci sta. Durissima è la reazione del segretario generale dell’organizzazione Sergio Cofferati, che afferma: «L’accordo è un atto di rottura grave che produrrà conseguenze non soltanto nei rapporti tra le organizzazioni milanesi ma anche tra quelle nazionali».
      Biagi è un socialista cattolico formatosi alla scuola dell’Mpl di Livio Labor. E’ sempre stato molto vicino alla Cisl, di cui è consulente. Ma le sue relazioni con la Cgil e con il mondo accademico più in sintonia con l’organizzazione di Cofferati non sono mai state cattive. Tuttavia dal patto di Milano i suoi rapporti con il maggiore sindacato italiano si complicano improvvisamente. Con conseguenze imprevedibili anche sul piano professionale.

      LA CONSULENZA PERSA - Fra i vari incarichi di consulenza Biagi ne ha uno con il ministero del Lavoro, dove c’è Tiziano Treu, uomo di cultura Cisl. Con lui prepara il pacchetto sull’occupazione e inizia a lavorare alla revisione dello Statuto dei lavoratori. Il rapporto di collaborazione dura dal giugno del 1996, poco dopo l’insediamento del governo di Romano Prodi, fino all’ottobre 1998, quando Prodi cade e Treu lascia. Arriva Antonio Bassolino, ma è una breve parentesi. Poi a via Flavia sbarca Cesare Salvi: Biagi, che nel frattempo ha cominciato a collaborare con il presidente della commissione europea Romano Prodi, perde la consulenza del ministero. Con il ministro diessino, considerato dal centrodestra sensibile alle istanze della Cgil, non c’è affatto sintonia. Proprio in seguito alla collaborazione con Prodi è candidato alla commissione che deve valutare i piani nazionali per l’occupazione, ma l’incarico sfuma a sorpresa.
      Magri spiega che Biagi «soffriva terribilmente» la rottura con la Cgil. «Voglio essere preciso: non parlava della Cgil di Milano, che lo ha sempre rispettato. Per lui il problema era il rapporto con Roma, con Cofferati. E in tutto questo non c’era nulla di politico. Biagi era uno di sinistra. Certamente votava per l’Ulivo. Ma era anche certo che il mercato del lavoro andava riformato».
      Il leader dello Sdi Enrico Boselli, di cui era amico da trent’anni, lo aveva voluto nel 1999 come capolista a Bologna, nello schieramento contro Giorgio Guazzaloca. Ma negli ultimi tempi, soprattutto dopo che, il 13 maggio del 2001, Roberto Maroni lo aveva ingaggiato di nuovo come consulente, dietro suggerimento del sottosegretario Maurizio Sacconi, amico di Biagi, qualche cosa nei suoi rapporti e nelle vecchie amicizie cambia. «Una delle ultime volte che l’ho visto – ha ricordato Boselli – Biagi mi ha scherzosamente rimproverato, dicendomi: "da quando lavoro con Maroni, mi trascuri". Era una battuta, ma questa idea di essere da taluni considerato un traditore gli bruciava».

      LA REAZIONE DEI COLLEGHI – Il docente di diritto del lavoro Luigi Montuschi, uno dei «padri» di Biagi insieme al giuslavorista Federico Mancini, ammette: «Certo, qualcuno, tra i colleghi di università, si mostrò a dir poco sorpreso dalla decisione di Biagi di collaborare con Maroni. Dicevano: "Ma come, tu che vieni dal Psi ora lavori con la Lega?" Di fatto gli davano del voltagabbana e lui ne era amareggiato». Aggiunge Montuschi: «A tutti cercava di spiegare che il progetto al quale lavorava era analogo a quello già avviato ai tempi di Treu. Diceva: "Io lavoro a prescindere dai colori politici"».
      Era realmente ostracismo, che si sarebbe tramutato in isolamento? Oppure erano le solite piccole invidie che serpeggiano nel mondo accademico nei confronti del collega che ha più successi e magari qualche incarico governativo? Non va dimenticato che Biagi era tenuto in grande considerazione da Maroni, al punto da essere il principale candidato alla presidenza della Commissione per il diritto di sciopero, attualmente ricoperta da Gino Giugni. Fatto sta che lui all’Università di Bologna, considerato il tempio dei giuslavoristi italiani (in larga parte vicini alla sinistra), non è mai riuscito ad arrivarci. Nonostante i tentativi.
      Il solco con la Cgil, intanto, si era approfondito. Un giorno, dopo la firma del Patto per Milano, il sindacato di Cofferati decide di uscire dall’Asri, l’Associazione italiana studi delle relazioni industriali, a cui partecipavano anche Cisl e Uil. E nessun tentativo di ricucitura va a buon fine. Come ha testimoniato Michele Tiraboschi, docente all’Università di Modena e allievo di Biagi, la Cgil decide di «non partecipare più ad alcuna iniziativa convegnistica da lui organizzata». Anche perché Biagi, nel frattempo, affianca la Cisl come consulente nella delicata vicenda dei contratti a termine, che finisce con una nuova dolorosa rottura del fronte sindacale. Il sindacato guidato da Savino Pezzotta e la Uil firmano con la Confindustria. La Cgil, ancora una volta, non ci sta.
      Ricorda Raffaele Bonanni, il segretario confederale della Cisl che è stata fino alla fine una delle persone più vicine a Biagi: «Marco ci dava un sostegno di tipo tecnico di grande livello. Fu lui a farci riflettere sui rischi dell’impatto della riforma federalista sul mercato del lavoro. Non voleva soldi. Quando affrontai la questione mi disse: "Se proprio volete, date la vostra adesione ad Adapt"». Adapt è l’associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali che Biagi ha fondato nel 2000. E dalla quale la Cgil è rimasta fuori.

      GLI INCARICHI RIFIUTATI - A questo punto quello di Cofferati e quello di Biagi sembrano davvero due mondi incomunicabili. Il giuslavorista bolognese, che nel 1999 ha partecipato alle elezioni comunali contro lo schieramento di centrodestra, collabora con il governo Berlusconi. Maroni gli dà una consulenza biennale di 25 mila euro l’anno. «Ci pagava a malapena le spese. E questo dimostra che non lo faceva certo per i soldi – dice Sacconi – ma perché voleva dare il suo contributo di studioso appassionato alla riforma del mercato del lavoro». Per avere quella consulenza che gli è costato, da morto, l’epiteto di «rompicoglioni» da parte dell’ex ministro Claudio Scajola, rivela l’amministratore delegato di Italia Lavoro Natale Forlani, «Biagi aveva rinunciato a due consulenze, certamente più remunerate, che gli avevo proposto».
      Il Libro bianco sul mercato del Lavoro, punto centrale della consulenza con Maroni, inasprisce i contrasti. Al congresso della Cgil Cofferati definisce «limaccioso» il documento. Il 23 febbraio di quest’anno, all’Unione industriali di Torino, il segretario generale della Cgil torna alla carica: «Il collateralismo tra il governo e Confindustria è identificabile nel merito. Basta accostare il Libro bianco al Manifesto della Confindustria per la competitività di Parma». Pochi giorni più tardi Biagi invita il vicesegretario Guglielmo Epifani al convegno sulla flessibilità di Modena. Ma la risposta è negativa.

      GLI INTELLETTUALI CONTRO – Tre giorni prima dell’omicidio, l’episodio che a Biagi più brucia. I giornali pubblicano un manifesto di intellettuali di sinistra contro la politica del governo, riforma del mercato del lavoro in testa. Nel documento si parla di «demolizione di tutti i diritti su cui è fondato lo stato sociale». La replica è immediata. L’economista Renato Brunetta, europarlamentare di Forza Italia (nonché esponente dell’Associazione Amici di Mario Rossi, fondata nel 1993 da Sacconi e di cui fanno parte fra gli altri Biagi, Treu e Parisi) raccoglie in una mattinata 100 firme di economisti in calce a un controappello a sostegno delle riforme del mercato del lavoro. Fra le prime, ovviamente, la firma di Biagi.
      La polemica è violentissima. Dopo il suo omicidio, Sacconi chiamerà in causa quella che ha definito «l’aggressione nei confronti delle nostre proposte di riforma». Con parole pesantissime nei confronti degli intellettuali di sinistra che avevano firmato il manifesto: «Quel linguaggio appartiene a quelli che un tempo si chiamavano i cattivi maestri, e crea un clima pericoloso». E in seguito tirerà in ballo anche la Cgil. Inevitabili altre polemiche. Con annuncio di querela da parte di Cofferati.
      Ma Giorgio Ghezzi, giuslavorista di sinistra, ex parlamentare diessino, amico di Biagi ma diviso da lui sulle riforme del lavoro, afferma: «Il rispetto personale reciproco non è mai mancato». E rievoca: «Il 21 novembre dello scorso anno lo invitai a un convegno sul Libro bianco. Lui sapeva che si sarebbe trovato davanti a una platea che la pensava all’opposto da lui. Ma accettò perché tra me e lui, al di là delle divergenze, c’era gran rispetto. Presentandolo alla platea, elogiai il suo spirito sportivo. Alla fine applaudirono».
      Il resto è cronaca nera. Il professor Biagi viene assassinato la sera del 19 marzo sotto casa, a Bologna, dalle Brigate rosse. Non ha più la scorta che gli era stata assegnata dopo il Patto per Milano, in seguito a minacce ricevute e a un attentato a una sede della Cisl. Nell’estate del 2001 le minacce ricominciano e i suoi familiari hanno paura. Chiede di nuovo, ripetutamente, protezione. Che non gli viene concessa, nonostante gli interventi di Maroni e Sacconi. Le sue invocazioni, pubblicate poi dai giornali, rimangono senza esito. Magri racconta: «Dopo il Patto per Milano ci diedero la scorta, a lui e a me. Quando a settembre del 2001 me la tolsero, gli telefonai e gli dissi: "Una rottura di scatole in meno". Lui si mise a ridere:
      " Hai proprio ragione, non ti puoi muovere. Eppoi, se ti vogliono ammazzare, scorta o non scorta…". Biagi era così, sembrava non gli desse peso. L’8 marzo, a casa mia, ne parlammo ancora. Non aveva cambiato idea. Ma mi confessò che i suoi familiari avevano paura».

Francesco Alberti
Sergio Rizzo