Marco Biagi. Il nome della legge (P.Ichino)

20/03/2007
    lunedì 19 marzo 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 32) – Opinioni

      La riforma Biagi e le paure della sinistra

        Marco Biagi
        Il nome della legge

          di Pietro Ichino

            La sera del 19 marzo di cinque anni fa Marco Biagi è stato ucciso in un agguato squadristico sulla porta di casa. Dopo cinque anni, la ricorrenza produce ancora polemiche e contrapposizioni. Questo vero e proprio imbarazzo della società civile democratica, perdurante a tanta distanza di tempo nonostante l’universale esecrazione dell’assassinio, conferisce a quell’ evento una valenza politica peculiare e può considerarsi come un piccolo ma durevole successo della strategia dei terroristi. Se vogliamo battere quella strategia, non possiamo dunque eludere questo problema.

            C’è un primo dato, marginale solo in apparenza, dal quale la riflessione può prendere le mosse: ancora oggi nello schieramento di centrosinistra prevale nettamente il rifiuto di chiamare la legge scritta da Marco Biagi con il suo nome. Non solo la sinistra radicale, ma anche i Ds — con la sola eccezione, va detto, di Walter Veltroni — continuano a chiamarla «legge 30», con questa motivazione: «Biagi era una persona troppo intelligente e per bene per poter scrivere una legge contro i lavoratori come questa». E il rifiuto perdura anche dopo che si è constatato, dati alla mano, che questa legge non ha cambiato sostanzialmente nulla della protezione del lavoro stabile e, quanto al lavoro precario, negli ultimi cinque anni la sua quota complessiva non è affatto aumentata. È accaduto invece che il ministro del Lavoro del governo Prodi, per dare un giro di vite contro il precariato nei call center, abbia emanato una circolare che fa leva proprio sulle norme contenute in questa legge; ma questo non impedisce che lo stesso ministro, nella prefazione a un libro uscito pochi mesi or sono, indulgendo a un deplorevole vezzo lessicale della vecchia sinistra, si senta in dovere di indicarla come una «controriforma» del lavoro.

            Come dire: «Vere riforme sono solo quelle che facciamo noi»; per esempio il «pacchetto Treu» del 1997. Ma il tempo è galantuomo; e i fatti mostrano che la legge Biagi non è altro se non uno sviluppo della riforma Treu del 1997, che anzi la flessibilizzazione più rilevante del mercato del lavoro è stata proprio quella recata dalle leggi del 1997. Il fatto è che ammetterlo sarebbe politicamente rovinoso per l’assetto attuale della sinistra: significherebbe trovarsi nella scomodissima alternativa tra riconoscere di avere gravemente sbagliato nel demonizzare per cinque anni la riforma Biagi e il suo autore, oppure rinnegare la riforma Treu. Ora, rinnegare la riforma Treu non è possibile, poiché essa fu varata dall’intero schieramento di sinistra, sulla base di un accordo pieno con l’intero movimento sindacale, Cgil compresa. Accade così che, inchiodata all’errore di faziosità commesso per tutta la scorsa legislatura, l’attuale maggioranza non possa permettersi una verifica aperta e trasparente su questo punto: per non spaccarsi, per sopravvivere, è condannata a negare l’evidenza.

            Fin qui, sarebbe solo una questione di tattica politica; ma la questione è più profonda. Anche oggi che le accuse mosse alla legge Biagi — quelle di spalancare le porte al precariato, o di «smantellare il diritto del lavoro» — si sono sciolte come neve al sole (al punto che nel documento presentato da Cgil, Cisl e Uil al governo nei giorni scorsi per l’avvio della concertazione sulle politiche del lavoro non si fa alcun cenno neppure a una modifica di quella legge), perdura pur sempre a sinistra una paura di fondo verso la parte essenziale del contributo politico- culturale del giuslavorista bolognese: una coazione a prenderne le distanze come se si trattasse di cosa infetta.

            La paura che paralizza la sinistra è la stessa che la portò a stendere intorno a lui, quando era ancora in vita, una sorta di «cordone sanitario» politico-culturale, di cui Marco ha molto sofferto negli ultimi anni della sua vita: è la riluttanza ad aprire gli occhi sulle macroscopiche disfunzioni del nostro sistema, che egli metteva in evidenza attraverso il confronto con i sistemi dei nostri partner europei più evoluti.

            Quella di oggi è la stessa sinistra che, come allora, non riesce a scuotersi di fronte a un sistema di relazioni sindacali che funziona sempre peggio, nel quale il rinnovo dei contratti collettivi nazionali è diventato ormai da molti anni uno psicodramma in tutti i settori chiave, da quello metalmeccanico a quello giornalistico, dal lavoro statale ai servizi pubblici: la spiegazione preferita è sempre quella del «padrone cattivo» che non rispetta il «diritto dei lavoratori al contratto», perché è la spiegazione che consente di non rimettere in discussione la struttura stessa della contrattazione collettiva, fortemente centralizzata, rimasta immutata da mezzo secolo nonostante lo sconvolgimento del contesto economico. Quella di oggi è la stessa sinistra che da decenni non riesce a scuotersi, ed è totalmente afona, di fronte a un sistema di relazioni sindacali nel quale — caso unico al mondo! — ciascuno dei comparti del trasporto pubblico è bloccato da uno sciopero mediamente una volta al mese, anche subito dopo che il contratto è stato faticosamente rinnovato.

            È la stessa sinistra che, per paura di mettere in discussione la propria politica del lavoro dell’ultimo quarantennio, dà del visionario a Marco Biagi quando denuncia quello italiano come il «mercato del lavoro peggiore del mondo»: peggiore non per il tasso di lavoro precario, che è più o meno in linea con il resto d’Europa, ma per il maggior tasso di disoccupazione permanente, di lavoro nero, di esclusione dal lavoro di donne, giovani e anziani. È la stessa sinistra che non mostra neppure un sussulto di fronte allo scandalo di un’amministrazione pubblica in cui i dirigenti di fatto non rispondono se le strutture affidate loro sono del tutto inefficienti, e in cui agli impiegati è consentito di azzerare, se vogliono, la propria prestazione senza essere licenziati; o di fronte allo scandalo dei milioni di giornate di «malattia» di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili, forti dell’immancabile copertura del loro ordine professionale. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo.

            Va anche detto che su tutti questi temi la nostra destra non è più reattiva della sinistra: anzi, brilla attualmente per la sua mancanza pressoché totale di proposte e di iniziativa politica. Anche perché, a ben vedere, il suo schieramento è attraversato da una profonda crepa interna molto simile a quella che attraversa lo schieramento di sinistra, tra conservatori e riformatori. E quanto poco essa sentisse Marco Biagi come un proprio uomo è dimostrato dal volgare insulto rivoltogli davanti alle telecamere, tre soli mesi dopo la sua morte, da un ministro degli Interni del governo Berlusconi. Ma, insieme a questo e a qualche altro non secondario demerito in campi diversi, sul terreno della politica del lavoro la destra ha avuto il merito di aprirsi alle idee e alle elaborazioni di Marco Biagi, nonostante che esse si ponessero esplicitamente in continuità con un discorso avviato dal precedente governo avverso.
            Questo è infatti il punto: sul terreno della politica del lavoro, oggi, la contrapposizione tradizionale fra destra e sinistra ha sempre meno senso, le linee di demarcazione tra i veri interessi in gioco sono profondamente cambiate rispetto agli schemi prevalenti del secolo scorso e del precedente. Marco Biagi lo aveva capito; e questo è il «reato» per il quale cinque anni fa i terroristi lo hanno condannato a morte senza processo.