Marcia indietro dei commercianti sul contratto

27/06/2004

      sabato 26 Giugno 2004

      La grande distribuzione rifiuta i "paletti" sulla flessibilità, salta in extremis l’intesa con i sindacati

      Marcia indietro dei commercianti sul contratto.
      E gli scioperi ripartono

      Sono i dipendenti di quei negozi e supermercati che hanno spinto in alto l’inflazione, speculando come sciacalli sul passaggio dalla lira all’euro. Un arricchimento che non li ha neanche sfiorati: da oltre 18 mesi infatti circa un milione e 500mila addetti del commercio attendono il rinnovo del contratto, mentre i loro salari restano inchiodati ai valori del 2002. E a quanto pare dovranno aspettare ancora.

      Ieri mattina, quando si era un passo dalla firma, il negoziato è tornato in alto mare a causa dell’inaspettato dietrofront di Confcommercio, che dopo essersi consultata con le proprie associazioni ha comunicato ai sindacati di non poter sottoscrivere il testo definito la sera prima, al termine di tre giorni di trattative serrate. Immediata la reazione di Filcams, Fisascat e Uiltucs, che hanno proclamato 24 ore di sciopero, di cui otto nazionali per il 3 luglio, mentre le altre 16 saranno decise a livello territoriale. Intanto la protesta è già partita in alcune realtà locali. Ad esempio alla Cgt di Bologna, dove i 40 dipendenti del magazzino sono usciti a braccia incrociate dall’azienda.

      Adesso la vertenza rischia di diventare incandescente. Nicoletta Rocchi, segretaria confederale della Cgil, definisce la mancata firma «un atto di sprezzante ostilità che si ritorcerà contro i suoi autori, perché ora tutto diventa più difficile». Per la segretaria Cgil, «la Confcommercio ha perso la qualità più importante per un negoziatore: l’affidabilità e la credibilità».

      Decisivo per la rottura del tavolo è stato il veto posto dai rappresentanti della grande distribuzione, che non hanno gradito i paletti fissati dall’intesa in tema di flessibilità. Sul salario, del resto, era difficile che potessero muovere obiezioni. Per quanto riguarda la parte economica, sindacati e Confcommercio erano infatti arrivati a definire un aumento medio di 89 euro (75 più i 14 già presi nel gennaio 2003) per il primo biennio, ai quali si dovrebbero aggiungere i 50 euro stimati a partire dal secondo biennio, fatto salvo il recupero dell’eventuale scostamento nel frattempo registrato tra inflazione reale e quella prevista dal contratto. Come si vede, cifre non particolarmente esaltanti.

      Molto più convincente l’ipotesi che riguarda la parte normativa. Ad esempio, l’apprendistato da 6 anni viene ridotto a 48 mesi; inoltre, in contrasto con quanto prevede la legge 30, viene difeso il diritto del lavoratore con contratto part time di tornare al proprio orario contrattuale anche se per un periodo ha svolto ore supplementari; così come viene mantenuto il diritto di priorità dei part-time per le assunzioni a tempo. Sono anche escluse dal contratto quelle forme di flessibilità estrema come il lavoro a chiamata e la somministrazione a tempo indeterminato del lavoro in affitto. Troppi vincoli per chi è abituato ad avere mano libera e a usare i lavoratori come rotelle di ingranaggi. Da qui l’improvvisa rottura. «Molte grandi imprese – sottolinea il comunicato unitario dei segretari di Filcams, Fisascat e Uiltucs -, pensando erroneamente che questo contratto fosse un’occasione per massacrare i diritti dei lavoratori, si sono illuse di potere avere cose giudicate dal sindacato irricevibili già da molti mesi».. Diversa la lettura di "Lavoro società", la sinistra Cgil: «Probabilmente – commenta Maurizio Scarpa della Filcams – i padroni hanno valutato che in questa fase della vertenza la situazione fosse loro favorevole, in quanto il sindacato aveva rinunciato alla lotta con la revoca della grande manifestazione e dello sciopero del 19. Hanno così ritenuto di poter alzare il livello delle loro richieste in tema di flessibilità e di precarietà del lavoro. Adesso di fronte all’arroganza dei padroni – osserva Scarpa – occorre che ci sia il massimo di mobilitazione per dimostrare che non siamo disposti a svendere il nostro contratto».

      Roberto Farneti