Marchionne sta meglio senza l’Italia. Epifani: basta scuse

25/10/2010

Sindacalisti, cronisti economici ed analisti finanziari se l’erano già sentito dire. Quel «se potesse tagliare l’Italia la Fiat farebbe meglio » non è un pensiero nuovo per Sergio Marchionne, che con parole più o meno dolci, a seconda dell’occasione, l’ha condiviso con i suoi interlocutori. Sfida da affrontare in sede ufficiale, quando deve illustrare la grandezza e il coraggio dei progetti aziendali. Oppure rischio da ventilare in sede di trattativa sindacale, quando vuole ottenere concessioni in tema di organizzazione del lavoro. Il segretario Cgil Guglielmo Epifani conosce ormai la battuta e ritrova il noto «atteggiamento di sufficienza, come se la Fiat in Italia ci stesse a forza».
LA MINACCIA DELL’ABBANDONO Ma qualche volta il contesto può fare la differenza. E lo studio televisivo di Che tempo che fa, per un manager troppo impegnato e riservato per frequentare il piccolo schermo, costituisce un palcoscenico d’eccezione: l’amministratore delegato del Lingotto parla della sua visione del mondo e della fabbrica davanti alle telecamere di Rai3. Vuole guadagnarsi il sostegno dell’opinione pubblica italiana. Ne avrà bisogno per vincere tutte le battaglie che ha aperto nei mesi scorsi e che conta di chiudere entro la fine dell’anno. Infatti le domande di Fabio Fazio che esulano dal tema, sulle sue «diciotto ore di lavoro al giorno» o sull’«importanza della cultura», trovano poco terreno fertile. Ricordando i conti appena presentati dalla Fiat e la revisione al rialzo degli obiettivi 2010, Marchionne sottolinea che «nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile operativo del gruppo è stato fatto in Italia» e che «non si può gestire un’attività in perdita per sempre». La radice del problema è nota, la solita «competitività »,come accertano le analisi che vedono il Paese al 118esimo posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48esimo per competitività del sistema industriale: «Non è una buona pagella, il sistema italiano ha perso competitività anno per anno», infatti «non c’è nessuno che viene dall’estero ad investire un euro». Tensione creata. L’attenzione del pubblico si mescola al timore per quel che l’amministratore delegato più ammirato e più contestato d’Italia potrà dire dopo. Quindi è il momento di ridare speranza, di tornare sugli investimenti programmati per 20 miliardi di euro. A cominciare da Pomigliano dove, considerando l’indotto, lavorano 20mila persone: «Se la Fiat dovesse smettere di fare auto in Campania,avremmo un problema sociale immenso, specialmente in una zona dove la camorra è molto attiva». Per seguire con Melfi, dove le pause giornaliere sono state tagliate da 40 a 30 minuti: «Quel sistema già esiste a Mirafiori, non è nulla di eccezionale, e quei dieci minuti sono stati pagati». Fino a sfatare il mito dell’azienda sovvenzionata con fondi pubblici: «Tra il 2008 e il 2009 la Fiat è stata l’unica azienda europea che non ha bussato alle casse dello Stato. Gli incentivi sono soldi che vanno ai consumatori, aiutano parzialmente anche me, ma in Italia sette macchine comprate su dieci sono straniere». Ma il meglio deve ancora arrivare. Marchionne lo sfodera quando il conduttore gli ricorda dello stipendio da 1.200 euro mensili diun lavoratore metalmeccanico italiano, ben più misero della busta paga degli operai d’Oltralpe: «La proposta che abbiamo fatto è per dare alla rete industriale di Fiat la capacità di competere con i Paesi vicini a noi, in cambio mi impegno ad adeguare anche il salario dei dipendenti a quei livelli. Ma per farlo, ci vuole un progetto condiviso». Ovvero, «il salario cambierà, se cambierà il sistema di produzione in Italia». Il Marchionne-pensiero è chiaro. La conclusione da trarne pure: «È possibile creare una realtà diversa. L’Italia ha grandi potenzialità, siamo noi che ci mettiamo gli ostacoli e ci creiamo i problemi». Con tanta carne al fuoco, non c’è proprio posto per la politica:«Ma che scherziamo? Io faccio il metalmeccanico».
LA REAZIONE DI EPIFANI Ma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, può considerarsi immune alla fascinazione della comunicazione televisiva. Soprattutto a quella dell’amministratore delegato del Lingotto: «Come mai la Ferrari quest’anno ha fatto profitti record?» chiede provocatoriamente. «Il problema forse è quello che si produce e che si vuole produrre, non il modo in cui si lavora in Italia. Altrimenti non si spiega perché l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa». Di più: «I problemi sembrano esserci solo con la Fiat, visto che si fanno molti ottimi accordi, l’ultimo quello in Unicredit». Insomma, «la Fiat ha un atteggiamento di sufficienza, come se in Italia ci stesse a forza».