Marchionne inaugura l’epoca dei licenziati

14/07/2010

Alla Fiat è arrivato il momento della resa dei conti: bersaglio unico, la Fiom. Dopo il voto di Pomigliano, che ha visto affermarsi il «no» al 36%, creando più di una difficoltà al management del gruppo, e dopo l’accordo siglato qualche giorno fa con i soli firmatari dell’intesa e senza i metalmeccanici Cgil, adesso scattano i licenziamenti e i provvedimenti disciplinari, nella più pura «tradizione Valletta ». E dire che l’ad SergioMarchionne aveva parlato di inaugurare un’epoca di rapporti sindacali del «dopo Cristo », intendendo con esso la fine dei classici conflitti operai novecenteschi, mentre carta e penna si rivolgeva una settimana fa a tutti i lavoratori del gruppo per chiedere la loro collaborazione. Ma evidentemente non è così. L’ira funesta del Lingotto si è scatenata ieri su un dipendente di 32 anni di Mirafiori, Pino Capozzi, che ha ricevuto una lettera di licenziamento per aver utilizzato la mail aziendale per diffondere comunicazioni di carattere sindacale. Il giovane appartiene agli impiegati, non è una tuta blu: è rappresentante della Fiom da un anno, mentre da due lavora in Fiat. Capozzi aveva diffuso, proprio alla vigilia del voto di Pomigliano, una lettera scritta da un gruppo di operai Fiat di Tychy (in Polonia) molto critica verso l’azienda e solidale verso i lavoratori napoletani. Aver inviato quella mail dal suo indirizzo di posta Fiat a 40 colleghi del suo ufficio, gli è costato caro: prima sospeso per 6 giorni, e ieri il licenziamento. Manon è finita qui: due delegati sindacali Fiom e un lavoratore (iscritto sempre alla Fiom) sono stati sospesi qualche giorno fa, e proprio oggi potrebbero essere licenziati – esattamente come è accaduto a Capozzi – venendo a scadenza i termini previsti dalle procedure. Il timore è che in effetti anche nello stabilimento lucano si ripeta lo stesso copione di Torino: e infatti ieri alla Sata di San Nicola si è tenuta un’assemblea della Fiom, con il segretario generale Maurizio Landini. I tre operai sono accusati di aver impedito ai loro colleghi di lavorare, avendo messo in atto uno sciopero che è durato diversi giorni: la protesta era stata indetta perché Fiat aveva chiesto un aumento della produzione del 10%, ma senza offrire a fronte – contestava la Fiom – adeguate nuove assunzioni, e mentre alcuni turni, peraltro, si trovavano in cassa integrazione. La Fiom ha reagito indicendo 4 ore di sciopero il 16 luglio, in tutto il gruppo, per chiedere «il ritiro dei licenziamenti e dei provvedimenti di sospensione e il rispetto degli accordi aziendali ». D’altra parte, scioperi e agitazioni sono già attivi in vari stabilimenti Fiat: oltre che a Melfi, nella stessa Torino (per il premio di risultato, che l’azienda vuole ridurre) e alla Magneti Marelli di Rivalta, alla Ipca di Grugliasco, alla Cnh di San Mauro, alla Iveco di Suzzara. Un pacchetto di proteste che da qualche giorno ruota in tutta Italia. Pesante il commento del segretario Fiom Landini: «Se si passa ai licenziamenti non c’è possibilità di ricostruire il dialogo con la Fiat. Si sta tentando di mettere in discussione i diritti dei delegati e dei lavoratori». «L’accordo di Pomigliano – ha aggiunto il leader della Fiom Cgil – deroga al contratto nazionale, alla salute e ai principi costituzionali e se si guarda al voto il dissenso è molto maggiore del 36%. Serve il rispetto di regole e contratti,ma bisogna stare attenti quando si tenta di far passare turnistiche senza precedenti nel gruppo e si introducono elementi peggiorativi e deroghe alla legge». Protestano i partiti di opposizione. «Sembra un film in bianco e nero della prima metà del secolo scorso. È inaccettabile », dice Stefano Fassina (Pd). Chiede una marcia indietro della Fiat anche Cesare Damiano (Pd). Paolo Ferrero (Prc) invoca «una grande mobilitazione del Paese». Gianni Pagliarini (Pdci) chiede un intervento del ministro Sacconi. Maurizio Zipponi (Idv) chiede a Silvio Berlusconi di chiedere conto alla Fiat di «tutti i soldi pubblici di cui ha beneficiato negli anni».