Marcegaglia: persi dieci anni. Scontro aperto con la FIAT

27/05/2011

L’Italia ha perso dieci anni : il Paese è fermo e la politica non fa nulla per uscire dalla palude. Anzi. Questa «Confindustria ha dovuto prendere atto che le priorità della politica erano altre». Emma Marcegaglia impernia la sua ultima prolusione all’Assemblea generale su un forte contrappunto tra imprese e sistema politico-amministrativo. E non solo. Anche su una strenua difesa della «sua» Confindustria, contro chi (leggi Marchionne) procede per strappi per farsi regole su misura. La politica di oggi è un elefante troppo lento per curare la malattia ormai endemica del Paese: la bassa crescita. Per questo la leader degli industriali, che entra oggi nel suo ultimo anno di mandato, chiede a gran voce più mercato, con le liberalizzazioni dei servizi locali e con un attacco frontale contro i referendum. E naturalmente chiede anche meno Stato, cioè meno spesa per welfare (grave in un momento di crisi anche sociale del paese) e pubblico impiego. Quanto ai partiti, la barra è in perfetto equilibrio. Né di qua, né di là. Ci sono «difficoltà nella maggioranza», ma anche «l’incapacità dell’opposizione di esprimere un disegno riformista». La platea non si scalda per il minsitro Romani, applaude fredda a un elogio a Giulio Tremonti, resta silenziosa anche alle critiche all’opposizione. Gli unici, caldi e prolungati riconoscimenti vanno al presidente Giorgio Napolitano e al governatore Mario Draghi, letteralmente osannato. Insomma, a quelle «istituzioni forti e autorevoli che sappiano recuperare la fiducia dei cittadini » che a quanto pare Confindustria non trova più a Palazzo Chigi o Montecitorio. Infine, quelle esortazioni in chiusura sugli imprenditori «pronti a battersi per l’Italia anche fuori dalle nostre imprese» declamato davanti a Luca Cordero di Montezemolo in prima fila, ha fatto sospettare qualcuno che la leader uscente sarebbe pronta a scendere in campo per i centristi. L’affondo sul Lingotto arriva a braccio, inaspettato. «Ho avuto la responsabilità di guidare la Confindustria in anni drammatici – ha detto – La mia azione è stata chiara, anche nelle relazioni sindacali. Ho il dovere di rappresentare tutti i 150mila soci. Non pieghiamo le regole della maggioranza per le esigenze di un singolo. Sono finiti i tempi in cui poche aziende decidevano l’agenda di Confindustria: proseguiremo a modernizzare le regole sindacali senza strappi improvvisi che fanno male». Più chiaro di così. Naturalmente parallelo arriva l’attacco alla Fiom, «che per principio è contraria » al nuovo modello sottoscritto con gli altri sindacati, e che sta causando tante cause non solo alla Fiat ma anche ad altre aziende.«Ma noi restiamo convinti che quel nuovo modello si costruisca meglio con un confronto si costruisca meglio con un confronto incessante con il sindacato – dichiara – ciascuno dei quali ha diritto alla rappresentanza , ciascuno dei quali può dire no ed essere poi smentito dal voto dei lavoratori, come finora è avvenuto». LAVORO Così Marcegaglia conferma la sua apertura al dialogo. Tant’è che ribadisce la volontà di un accordo in tempi brevi sulla rappresentanza e sulla esigibilità dei contratti. Sul lavoro la presidente chiede di proseguire sulla strada di un «ampio disegno riformatore». «Ci sono proposte di una parte riformista dell’opposizione su uno schema di riforma complessiva che considera anche la flessibilità in uscita», dice Marcegaglia, senza mai citare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Queste proposte hanno in comune il riequilibrio delle tutele tra i lavoratori troppo garantiti e i giovani dal futuro sospeso. Occorre proteggere – sostiene Marcegalia – i lavoratori dalla perdita di reddito, non dalla perdita del posto di lavoro». E questo è «un problema che – prosegue – va affrontato senza freni ideologici, con grande serietà. In termini culturali, prima che di appartenenze politiche o di vetusti riflessi condizionati ». La leader di Viale dell’Astronomia cita più volte il modello tedesco, dove «il 50% delle aziende introduce deroghe al contratto nazionale concordate con il sindacato», e dove «per proclamare uno sciopero occorre il consenso del 75% degli iscritti». Dimentica, la presidente, che in Germania il sindacato siede anche nei consigli d’amministrazione. Ma quella è un’altra storia. Oggi in Confindustria inizia già il post-Marcegaglia.