Manifesto, in “trincea” per schivare l’ultima crisi

05/08/2010

Al Manifesto non si ricorda un anno in cui non si è dovuta affrontare la crisi del giornale e il problema della sopravvivenza. Il 2010 non fa eccezione. Sul quotidiano “comunista” fondato da Pintor, Parlato e Rossanda, e che oggi è diretto da Norma Rangeri affiancata dal giovane Angelo Mastrandrea, potrebbe abbattersi la mannaia del taglio dei fondi pubblici all’editoria che farebbe mancare 4,4 milioni di euro. La manovra finanziaria appena approvata ha confermato l’eliminazione del cosiddetto diritto soggettivo, cioè la certezza di ricevere quei fondi. Di fronte a questa prospettiva il giornale sta lavorando alle contromisure, sperando intanto di riuscire a ridurre gli effetti della normativa – in base alle diverse interpretazioni i contributi potrebbero ridursi tra il 20 e il 50% – e poi ricorrendo allo stato di crisi con la Cassa integrazione a rotazione e il prepensionamento di 12 lavoratori.
UN ALLEGGERIMENTO dei costi al quale la redazione affiancherà da settembre una politica editoriale fatta di “speciali”, di rilancio degli abbonamenti fino al progetto – in fase di studio – di una Fondazione Il Manifesto da affiancare al giornale con il compito di reperire risorse.
«Diciamo che possiamo morire di asfissia ma i problemi sono superabili e lo spirito con cui facciamo il giornale è molto positivo», ci dice il vice-direttore Angelo Mastrandrea. Che non ha reticenze a giustificare il contributo pubblico: «Io credo che in un paese in cui non esiste il pluralismo informativo e la pubblicità è appannaggio di un duopolio il sostegno pubblico a un’informazione indipendente e di tendenza sia più che giusto». Posizione condivisa anche da uno dei membri del Cdr, il responsabile della pagina culturale Benedetto Vecchi, tra coloro che non hanno votato la nuova direzione (eletta con il 62% dei voti di tutta la redazione, compresi i poligrafici) e che però considera il suo impegno nel Comitato di redazione come utile «alla governance complessiva del giornale»: «L’informazione è un bene comune e quindi è del tutto normale che preveda un intervento pubblico». Resta la flessione delle vendite. Dalle circa 24-25 mila copie del 2009 (comprensive di 6000 abbonamenti) quest’anno si è giunti a 22 mila. «I lettori ci comprano meno giorni a settimana, e scontiamo una difficoltà generale della sinistra», dice Mastrandrea. Secondo Vecchi «la contrazione di copie fa parte di una tendenza generale a cui fanno eccezione in pochi, come Il Fatto». Vecchi in realtà pensa che il giornale non abbia risolto del tutto la discontinuità con il suo percorso storico e sia ancora legato a vecchi schemi politici e informativi mentre il vice-direttore Mastrandrea punta molto sul rinnovamento generazionale promosso dalla nuova direzione – i capiservizio, i capiredattori sono tutti più o meno giovani – e scommette sulla «confusione» della fase politica: «Viviamo una fase di transizione e in queste situazioni il Manifesto può dare il meglio di sé». Da qui, la scelta di appoggiare con decisione il movimento per l’acqua, ma anche la battaglia della Fiom oppure la candidatura di Vendola.
SE SUL GOVERNATORE pugliese non emergono forti discussioni interne l’ultimo dibattito in redazione si è incentrato sul rapporto con il “popolo viola” e con i suoi riferimenti politici e culturali. Sul Manifesto si trovano spesso i commenti di Luigi De Magistris ma è ancora recente la polemica innescata dal libro di Alessandro Dal Lago contro Roberto Saviano, libro edito dalla Manifestolibri diretta da Marco Bascetta ma sconfessato da Norma Rangeri. La stessa Rangeri, del resto, è stata definita molto vicina al progetto informativo di Michele Santoro mentre Vecchi, che con Bascetta ha una forte sintonia politica, considera Santoro solo «un compagno di strada della battaglia per la libertà di informazione, ma lui fa un lavoro e noi un altro». Sembra escluso, quindi, almeno per ora, che Santoro possa essere uno degli attori dell’ultima iniziativa che il Manifesto ha in mente: la Fondazione . Un organismo che abbia il compito di raccogliere fondi – e quindi di tamponare l’eventuale perdita di finanziamenti pubblici – aperta in primo luogo ai lettori con i quali si stanno creando i “circoli del Manifesto” ma anche all’associazionismo nonché a sindacati come la Fiom o al sindacalismo di base. Un modo creativo e innovativo di chiamare a raccolta la “comunità del manifesto” che in fondo è stata la garanzia di sopravvivenza di questo giornale anomalo.