“Manifesto” Europa: il sogno, le scelte (Romano Prodi)

14/11/2003


martedì 11 novembre 2003

dossier
EUROPA
ll sogno, le scelte

Quello che segue è il testo del documento presentato ieri da Romano Prodi come suo contributo alla proposta di unirsi, da lui stesso rivolta a tutti i riformatori
italiani, in una singola lista in vista delle prossime elezioni europee: non ancora un programma, che, dice Prodi, dovrà essere elaborato tutti insieme, ma «riflessioni che corrispondono all’ispirazione che fu all’origine dell’Ulivo.

Il manifesto di Prodi per il centrosinistra

«Nel luglio scorso, guardando all’Italia e alle elezioni della primavera prossima per il rinnovo del Parlamento Europeo, ho invitato i riformatori italiani a unirsi in una singola
lista.
Era una proposta aperta, rivolta alle forze politiche, ai movimenti, alle donne e agli uomini che si riconoscono nei valori dell’Europa unita, della libertà, della giustizia, della solidarietà, del rispetto per l’ambiente. In pochi mesi l’idea ha preso piede. I riformatori italiani stanno trovando in questo progetto una risposta alla loro domanda di unità.
Nei prossimi giorni si riuniranno per discuterlo le assemblee dei partiti che per primi hanno raccolto l’invito.
E’ la prima tappa di quello che deve essere un cammino di dibattito e di
confronto con le forze politiche e con la società civile.
Un dibattito che punta a raccogliere un consenso vasto e unitario, e che per questo impone di tenere la porta aperta a tutti sino all’ultimo momento utile per le elezioni europee, e anche dopo.
Un dibattito che, per condurci a risultati solidi e concreti, ci obbliga a definire i contenuti e le scelte che corrispondono al progetto di una lista unitaria.
"Europa: il sogno, le scelte" è il mio contributo a questo confronto. Sono riflessioni che corrispondono all’ispirazione che fu all’origine dell’Ulivo. Esse sono il frutto di un lavoro appassionante: prima alla guida del governo italiano per portare il nostro paese nell’euro, poi alla guida della Commissione Europea per riunificate l’Europa e dotarla di una costituzione all’altezza dei tempi.
Ho scelto di guardare in avanti, con spirito di apertura e innovazione, alle sfide che ci attendono e alle opportunità che ci si offrono, come Europa e come Italia.
Non è ancora un programma. Questo lo dovremo elaborare tutti insieme, forze politiche e cittadini. Di qui parte una grande scommessa sul futuro. Uniti possiamo vincerla»

Romano Prodi

1. LE SFIDE DEL VENTUNESIMO SECOLO

Ci sono momenti nella storia nei quali i popoli sono chiamati a compiere scelte decisive.
Per noi europei, all’inizio del ventunesimo secolo, è venuto uno di quei momenti. Ce lo impongono i fenomeni di lunga portata che stanno cambiando il mondo e l’Europa e ci chiamano a nuove sfide.

La globalizzazione
I progressi e le innovazioni nei trasporti e nelle comunicazioni stanno provocando una rivoluzione analoga a quella provocata cinquecento anni fa dalla scoperta dell’America.
La terra è diventata allo stesso tempo più grande e più piccola.
Più grande perché non ci sono più limiti alla circolazione delle merci, delle persone, delle idee, delle immagini.
E più piccola, perché niente di ciò che accade è ormai senza conseguenze per gli interessi o le coscienze di ciascuno di noi.
Tutti troppo piccoli per garantire da soli sicurezza e benessere ai propri cittadini, gli stati europei dovranno scegliere se insistere nella difesa di una dimensione non più all’altezza dei tempi o se mettere in comune le proprie forze in una entità più alta, più forte e più capace di competere come l’Unione Europea.
Così come gli stati, anche le imprese e i cittadini dovranno scegliere se aprirsi al nuovo o se chiudersi nella difesa del vecchio ordine.
Oggi come cinque secoli fa, i popoli che avranno vinto la sfida saranno quelli che meglio avranno saputo adattarsi alle nuove dimensioni del mondo.

L’innovazione tecnologica
L’innovazione tecnologica trasforma le nostre abitudini personali e quotidiane, rimette in causa i sistemi di produzione e di scambio, rimescola, in tempi rapidissimi, le relazioni e i rapporti di forza tra le diverse regioni del mondo.
L’Europa si trova in una posizione di preoccupante debolezza di fronte a un’America collocata sulle più avanzate frontiere dell’innovazione, ma anche di fronte a paesi, come l’India e la Cina, che accompagnano bassi costi del lavoro e una elevata capacità di incorporare le nuove tecnologie.

L’evoluzione demografica
Nei nostri paesi si vive sempre più a lungo ma nascono sempre meno figli, anche se qualche recentissimo dato può far sperare che qualche cosa stia cambiando.
Se non interveniamo per tempo, ci aspetta un’Europa con una popolazione ridotta e decisamente più anziana.
È una prospettiva che ci impone di ripensare l’insieme delle nostre politiche, da quelle della famiglia, del lavoro, della previdenza e della sicurezza sociale sino a quelle dell’educazione, dei bilanci pubblici, dell’immigrazione.
Scaricare il problema sulle generazioni di domani o limitarsi ad affrontarlo da un unico, seppur importante versante, come quello della sostenibilità dei sistemi previdenziali, è una scelta irresponsabile e perdente.

Il degrado dell’ambiente
Il degrado dell’ambiente naturale sta letteralmente cambiando la terra sotto i nostri piedi.
Stiamo consumando in modo scriteriato acqua, aria, terra ed energia.
Stiamo cancellando la bellezza stessa dell’Europa, il frutto di una natura generosa e di secoli di lavoro e di genio artistico.
Se non facciamo della difesa dell’ambiente una priorità assoluta incorporando le “ragioni della natura” in tutte le nostre politiche, impoveriremo in modo irrimediabile le nostre società.
Ogni generazione ha il dovere morale di lasciare a quelle che la seguiranno la possibilità di vivere una vita migliore.
Con il nostro disinteresse per l’ambiente stiamo venendo meno a questo impegno di umanità.

Le democrazie in affanno
Le nostre democrazie vivono in una situazione di affaticamento sempre più palese.
Esse sono in difficoltà nel resistere alle pressioni che derivano dagli interessi organizzati,
in difficoltà nell’impedire che i mezzi di informazione da strumenti per il controllo sull’esercizio del potere si trasformino in strumenti per condizionare e dominare la politica e l’intera società, in difficoltà nel rispondere alla domanda di partecipazione di uomini e donne che non trovano i mezzi per far sentire la loro voce e ai quali i soli appuntamenti elettorali non bastano più.

Il divario tra Nord e Sud del mondo
Di fronte ai perduranti squilibri tra il Nord e il Sud del mondo, di fronte alle terribili condizioni
di vita di intere popolazioni, non possiamo restare inerti.
È una questione di giustizia.
La scelta individuale di uomini, donne e famiglie intere che affrontano la pena e il rischio
dell’emigrazione, la difesa, sempre più determinata, da parte dei paesi poveri della terra dei loro interessi commerciali inviano alle nazioni e alle società più ricche un segnale che non possiamo lasciare cadere.

La forza dell’Europa
Reagire di fronte a questi grandi cambiamenti non è facile.
La difficoltà delle scelte è, tuttavia, pari all’ampiezza delle opportunità che si aprono grazie ai progressi nelle scienze e nelle tecniche della comunicazione, all’apertura degli scambi, alla progressiva diffusione su scala mondiale della democrazia e della libertà. Per cogliere queste opportunità, noi europei abbiamo straordinari punti di forza sui quali contare.
Con un interscambio quasi pari a quello di Stati Uniti e Sud Est asiatico messi insieme
siamo già ora una potenza commerciale che non conosce confronti mentre, con una popolazione che tende verso i cinquecento milioni di persone, abbiamo un mercato di consumatori che si avvierà ad essere quasi il doppio di quello americano.
Abbiamo una moneta comune, l’euro, che si sta imponendo accanto al dollaro sui mercati
finanziari internazionali, una rete di medie e piccole imprese che tutto il mondo ci invidia.
Abbiamo dimostrato, in settori diversi come l’industria aeronautica o la telefonia mobile,
di essere capaci di collocarci al vertice della scala mondiale.
Abbiamo sviluppato, in cinquant’anni di costruzione europea, un’esperienza politica e
istituzionale che ci ha permesso di allargare da sei a venticinque e domani forse fino a più di trenta membri la nostra Unione e che costituisce il più riuscito ed straordinario esempio di democrazia sovranazionale.
Abbiamo nelle nostre nazioni, nelle nostre regioni, nelle nostre città una ricchezza e una
diversità di storie, di culture, di tradizioni senza pari.

2. I NOSTRI VALORI

Giustizia e libertà, giustizia come libertà
Se queste sono le sfide del ventunesimo secolo, qual è la nostra visione dell’Europa? Quali
sono i nostri valori? Quale tipo di società abbiamo in mente per il nostro domani?
Sono domande alle quali non possiamo sottrarci perché dalle risposte a queste domande
dovranno, con coerenza, derivare le nostre scelte.
Così è stato sin dall’inizio della costruzione europea.
Per quanto sia stata l’economia il cemento che ha progressivamente unito e tenuto insieme
i nostri paesi, dietro ogni disegno economico, dietro ogni scommessa giocata sul campo dell’economia, ci sono state una chiara e consapevole ispirazione politica e una nitida scelta di valori.
Negli anni Cinquanta, mettere insieme il carbone e l’acciaio voleva dire, prima di tutto, togliere ad ogni singola nazione la libera disponibilità di quelle che erano allora le materie prime essenziali alla guerra.
Negli anni Ottanta, lanciare e poi progressivamente realizzare il progetto del mercato unico rispondeva alla volontà di unire in modo indissolubile, attraverso l’economia, i destini stessi dei paesi europei.
Negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino, la scommessa sulla moneta unica rifletteva – lo posso dire per esperienza personale – non un disegno “da banchieri” ma la volontà, tutta ed esplicitamente politica, di accelerare e rendere irreversibile l’unificazione dell’Europa.
Nessuna di queste grandi decisioni sarebbe mai stata presa sulla base di un calcolo puramente
economico.
Da Monnet, Schuman, Adenauer e De Gasperi sino a Mitterrand e Kohl ed anche oggi l’elemento decisivo è sempre stato squisitamente politico. La molla è sempre stata una visione condivisa e profondamente sentita dell’Europa.
Per un’Europa che, dopo cinquant’anni di maturazione, ha raggiunto dimensioni e complessità tali che impediscono di rifugiarsi in progetti ad una sola dimensione, esiste ancora la possibilità di elaborare una visione del suo presente e del suo futuro tanto salda e forte da ispirare scelte coerenti e significative?
Io dico di sì. Perché la nostra visione del presente e del futuro dell’Europa poggia su alcuni valori fondamentali e condivisi. Penso ad un’Europa di giustizia. Per giustizia intendo la libertà per ciascuno e per l’insieme dei cittadini.
La libertà per ogni uomo e ogni donna di dare il meglio di se stesso, di godere, con il massimo della equità possibile, della reale opportunità di costruire una vita in piena dignità per se stesso e per la propria famiglia, di potersi sentire parte attiva di una comunità e di una democrazia vitali, di avere un lavoro, di vivere in un ambiente gradevole, di essere protetto contro i rischi più gravi
che l’esistenza può portare.
Ognuno di questi elementi condiziona gli altri e ne è condizionato. L’esercizio pieno delle libertà politiche è premessa per la tutela dei diritti sociali e delle opportunità economiche.
Il godimento di beni “sociali” come istruzione, sanità, giustizia e sicurezza condiziona le possibilità di riuscita economica.
Vivere in una società che conduce in moto attivo politiche a favore dell’ambiente e delle regioni più povere del mondo può contribuire, soprattutto tra i giovani, a sviluppare un senso di appartenenza alla comunità altrimenti non scontato.
Intesa come libertà di esprimere la propria umanità, la giustizia abbraccia e comprende tutti gli aspetti della vita, è un valore, un obiettivo che deve essere inteso e perseguito nella sua interezza.

La pace
Europa di libertà e di giustizia, dunque e innanzitutto, come aspirazione, anzi, come
diritto alla pace.
Perché la guerra è il concentrato di tutti i mali.
Perché, dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e della Shoah, la ricerca della pace è stata la prima ed essenziale ragione del progetto di un’Europa unita.
Perché la pace tra nazioni e popoli che si erano da sempre combattuti è il più grande e più straordinario successo dell’avventura europea.
L’aspirazione alla pace resta ancor oggi un tratto essenziale dell’idea stessa dell’Europa, di quel modo di intendere la vita e le relazioni tra i popoli che noi europei spontaneamente riconosciamo come nostro.
A nessuno oggi sembrerebbe realistico il rischio di una guerra tra la Francia e la Germania o tra l’Italia e l’Inghilterra.
Questo non vuol dire che il tema della pace sia superato.
Al contrario, è la prova più evidente di quanto straordinario sia quanto abbiamo compiuto nell’ultimo mezzo secolo. Gli uomini e le donne nati dopo il 1945 sono i primi europei nella storia che potranno dire di avere vissuto tutta la loro vita senza vedere le proprie terre e le proprie famiglie colpite dalla guerra, i primi nella storia.
Io, seppure per poco, la guerra me la ricordo. E così era stato per mio padre, per mio nonno
e per tutte le generazioni venute prima di loro.
“Mai più guerra”, dissero e vollero i padri fondatori dell’Europa, e così è stato. Qualcuno può pensare che gli appelli alla pace, se riferiti all’Europa, possano oggi apparire vuoti e retorici.
Io non lo credo.
Non lo credo perché è ancora ben vivo in tutti noi il ricordo degli orrori e dei massacri della guerra combattuta a due passi da casa nostra, in Croazia, in Bosnia, nel Kosovo.
E perché, in giorni a noi ancora più vicini, quando si è trattato di un’altra guerra in una terra non lontana dall’Europa, e mi riferisco ovviamente all’Iraq, milioni di uomini e di donne, e soprattutto di giovani, hanno sentito che ad essere in gioco era il loro stesso futuro, il futuro della società nella quale vivevano e avrebbero vissuto.
E le strade e le piazze delle nostre città, di tutte le nostre piazze e le nostre città, quale che fossero l’orientamento e la politica dei diversi governi, si sono riempite delle bandiere
arcobaleno della pace.

La democrazia
Europa di giustizia come libertà per tutti di godere in modo autentico e pieno dei diritti
democratici.
A qualcuno può apparire bizzarro che io parli di democrazia come di un valore da riaffermare in società, come quelle europee, nelle quali lo stato di diritto è un fatto acquisito.
Non è così.
La democrazia non è un premio che si conquista una volta per tutte. È una pianta delicata che richiede di essere curata ogni giorno.
Altre società, disposte a guardare all’ineguaglianza come al naturale risultato delle capacità e dell’impegno individuali e come al necessario motore della crescita, possono considerare fisiologico il fenomeno della marginalità sociale.
Altre società possono tollerare che una quota importante dei loro cittadini siano di fatto esclusi dalla vita democratica.
L’Europa ha altre tradizioni, altri valori, altre ambizioni. L’Europa che noi vogliamo ha bisogno
di una cittadinanza attiva.
Essa non potrebbe neppure esistere se non fosse fondata su una democrazia viva e vitale della quale l’intera società si senta partecipe e responsabile.

L’uguaglianza
Europa di libertà, poi, come scelta di giustizia sociale.
Se ritorniamo ai padri fondatori dell’Europa, e i nomi sono di nuovo quelli di Schuman, di Adenauer, di De Gasperi, personaggi che non a caso condividevano una medesima cultura e una medesima fede cristiana, constatiamo come uno dei tratti distintivi della nuova Europa che essi volevano costruire fosse un più alto grado di giustizia sociale.
Essi, e con loro grandi liberali e laici come Altiero Spinelli, volevano un’Europa capace di crescere e di creare lavoro e benessere.
Per questo la volevano unita.
Perché avevano compreso che l’unione delle forze e dei mercati era la strada giusta per lo sviluppo.
Volevano, però, che a quello sviluppo si accompagnasse una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità.
A cinquant’anni di distanza quell’aspirazione ad una società più equa è più che mai valida ed attuale.
Perché le condizioni economiche e, soprattutto, sociali che corrispondevano e potevano, dunque, essere considerate accettabili negli anni del passaggio da una società agricola a una società di prima industrializzazione non lo sono più nell’Europa di oggi.
E perché molti elementi ci indicano che, invece di procedere nella costruzione di società più eque, siamo tornati indietro.
Se guardiamo ai dati che misurano la distribuzione del reddito all’interno delle singole società nazionali siamo costretti a riconoscere che le diseguaglianze, dopo essere discese tra il 1970 e il 1980, sono nuovamente cresciute tanto da essere ritornate, alla fine dello scorso decennio, dove erano trent’anni prima.
E le preoccupazioni aumentano ancora di più se, dalle diseguaglianze strettamente economiche, allarghiamo l’osservazione al complesso delle condizioni sociali (scuola, salute, famiglia, giustizia, sicurezza) che determinano la possibilità di sviluppare e sfruttare le proprie capacità.
Quando nelle imprese le scale delle retribuzioni vanno letteralmente in pezzi perché i più alti dirigenti raggiungono guadagni stratosferici, quando chi lavora nella finanza è pagato infinite volte di più di chi lavora nella produzione o, ancor peggio, nella ricerca, quando l’ostentazione della ricchezza è offerta come lo stile di vita da perseguire e da imitare, quando i padri e le madri non possono più contare di offrire ai propri figli una vita migliore di quella che loro stessi hanno
vissuto, allora vuol dire che nell’equilibrio di quella società qualche cosa si è rotto.
Se non vuole mettere a repentaglio il proprio futuro, l’Europa deve riparare questi strappi nel tessuto delle proprie società.
Noi respingiamo l’idea stessa di un’Europa divisa tra coloro che hanno e sanno e coloro che non hanno e non sanno.

L’ambiente
Europa di giustizia, come scelta di rispetto e tutela dell’ambiente.
La difesa e il più intelligente consumo delle risorse naturali, la cura per la bellezza dei luoghi in cui viviamo non sono solo un investimento per il nostro futuro e un segno di rispetto per le generazioni che verranno dopo di noi.
Sono anche la condizione, oggi, per una vita migliore, più sana, per una società più equa e più prospera.
Le città ordinate e ben conservate sono più facilmente scelte come luoghi di investimento dalle imprese e le montagne, le coste e i mari ben protetti costituiscono una fonte di ricchezza perché permettono di attrarre il turismo.
I centri urbani degradati, inquinati e congestionati fanno fuggire persone e lavoro e le periferie abbandonate incoraggiano comportamenti antisociali.

3. LE NOSTRE SCELTE

Conosciamo le sfide, abbiamo chiari i valori ai quali vogliamo ispirarci, ora dobbiamo indicare le politiche concrete che debbono dare corpo e sostanza all’Europa che vogliamo.
Questo vuol dire operare delle scelte. Perché non è possibile avere tutto e subito, ambiente pulito e nessun limite ai consumi e all’inquinamento, maggiori aiuti dallo Stato e tasse più basse, maggior peso internazionale dell’Europa e difesa ad oltranza delle politiche estere e di difesa nazionali, più felici rapporti con i paesi poveri e aiuti allo sviluppo ridotti.
Questo è un mondo di sogni e di false promesse. E non è vero che di fronte a ciascun problema
esiste sempre e soltanto un’unica risposta, come se i valori e gli orientamenti politici non contassero. Attenti, però. Le risposte alle sfide alle quali l’Europa è chiamata non possono e non debbono venire tutte da Bruxelles.
Che si tratti di economia, di tutela della salute o dell’ambiente, di politiche per l’occupazione, l’immigrazione, la ricerca scientifica o l’istruzione, ad essere chiamati in causa sono tutti i livelli di governo, da quello europeo a quelli nazionali e locali.
Se parliamo di politiche per l’Europa, se siamo sinceri e seri nel nostro europeismo, è questo il quadro che dobbiamo tenere a mente. Sapendo che l’elemento decisivo è la coerenza dell’insieme, la coerenza tra le singole politiche settoriali, tra le politiche per il corto e per il più lungo termine, tra le politiche adottate dalle diversità autorità e istituzioni su scala europea, nazionale e regionale.

La democrazia tra partecipazione e informazione
Le nostre democrazie vivono un momento delicato.
Il primo fenomeno che fa dubitare del loro stato di salute è il funzionamento visibilmente più stentato dei tradizionali canali di partecipazione.
Di questo sono segnali evidenti la ridotta e calante partecipazione al voto, il senso di distacco che si avverte tra cittadini e istituzioni, la minore capacità dei partiti di operare come canali per la formazione e la partecipazione politica, l’emergere di organizzazioni dalla chiara impronta populista e xenofoba, la protesta violenta contro le maggiori istituzioni internazionali.
Una indicazione della ricerca di nuove forme di partecipazione e di nuove sensibilità
politiche viene, tuttavia, anche da fenomeni di segno del tutto opposto, come l’impegno a favore della pace, dell’ambiente e dei paesi più poveri o come la straordinaria popolarità e capacità di attirare consenso e affetto da parte di personaggi, come il papa o il presidente della Repubblica Italiana, che sanno essere portatori di messaggi di pace e solidarietà con i più deboli o del senso dell’unità nazionale ed europea.
Il secondo fenomeno che mette in causa la natura profonda delle nostre democrazie è l’estendersi, ad ogni aspetto della vita sociale e, dunque, della politica, della presenza e del condizionamento dei mezzi di comunicazione.
Con la loro influenza diretta, continua e pervasiva i mezzi di comunicazioni e, in modo particolare, la televisione, da strumento principe per il controllo sull’esercizio del potere da parte delle istituzioni, delle forze politiche e delle singole persone abilitate ad esercitarlo, stanno diventando essi stessi il principale e diretto strumento di conquista, di esercizio e di condizionamento del potere politico.
Di fronte a fenomeni di questa portata non è permesso restare passivi.
La risposta da dare a quello che ho chiamato l’affaticamento delle nostre democrazie è la più difficile in termini intellettuali e politici, perché si tratta di individuare, se non di inventare,
forme di partecipazione e dialogo più diffuse, più continue, più capaci di portare nel circuito del dibattito politico persone che oggi se ne sentono escluse.
Insieme e accanto ai partiti, ai quali spetta la rappresentanza politica degli interessi collettivi, altri soggetti, forze sociali, organizzazioni, corpi intermedi e movimenti dovranno farsi carico del compito di raccogliere e dare corpo alle voci, alle attese, alle domande che vengono dalla società.
Più facili nell’individuazione dei possibili strumenti di intervento, ma ardue per la forza degli interessi che si debbono contrastare, sono le scelte da compiere nel campo dell’informazione.
La difesa ad ogni costo del pluralismo dell’informazione è la via maestra da seguire.
Non è un caso che questa sia stata la via indicata e richiesta, con impegnative deliberazioni
assunte a larghissima maggioranza, dal Parlamento Europeo.
A dimostrazione del fatto che si tratta di un tema che riguarda, su scala europea, la difesa
dell’essenza stessa della democrazia.

La donna in primo piano
Un’attenzione speciale, specialissima deve essere riservata alle donne.
Se vogliamo un’Europa più attenta ai bisogni delle persone, più determinata nella difesa delle libertà, dobbiamo incentivare la partecipazione delle donne al governo delle nostre società.
Non è uno sviluppo che si determina per caso.
Si richiedono scelte precise e non di rado controverse, che vanno dal sostegno alle madri
che lavorano sino alle procedure per facilitare la partecipazione delle donne alla vita pubblica.

La crescita come priorità economica numero uno
L’Europa vive da troppi anni una situazione di crescente iniquità.
Se consideriamo che questa sia una realtà intollerabile e se davvero vogliamo porvi rimedio, allora la scelta che dobbiamo operare è quella di una efficace strategia di crescita.
La crescita non riduce di per sé l’ineguaglianza.
Ma l’esperienza europea insegna che è negli anni di più alta crescita, come sono stati gli
anni dal ’60 all’80, che si riesce con più successo a ridurre le diseguaglianze, mentre questo
avviene in misura molto minore o non avviene per nulla negli anni di crescita più lenta, come sono stati gli anni dall’80 al 2000.
Non solo. Se la prima e più grave delle diseguaglianze, se la più intollerabile delle iniquità
è quella che colpisce coloro che sono senza lavoro, allora la più efficace delle medicine non può che essere quella che permette una più robusta crescita dell’economia e dell’occupazione.
La storia dell’Europa unita è fatta di tanti, straordinari successi, e nessuno lo sa meglio degli italiani, che negli ultimi cinquant’anni, grazie alla scelta europea compiuta nell’immediato dopoguerra, hanno visto letteralmente cambiare, e per il meglio, il volto del proprio paese e le loro stesse vite.
Abbiamo creato le condizioni per un’Europa solida e prospera. Ma lo sviluppo che ci spettavamo, quella crescita dell’economia che volevamo per creare benessere, occupazione,
lavoro, non è arrivata o è arrivata solo in parte.
Il male è profondo e non può essere spiegato solo con ragioni contingenti, legate a questa
o a quell’altra temporanea crisi dell’economia mondiale.
La crescita deve diventare la priorità economica numero uno dell’Europa.
La terapia per curare la nostra bassa crescita può, tuttavia, derivare solo da una diagnosi
del male.
Un male che si riassume nell’incapacità dell’Europa di adattare il proprio sistema economico,
cioè il complesso delle politiche, delle istituzioni e dei modelli organizzativi dell’economia e della produzione ad un mondo e a dei mercati messi sotto sopra dalla globalizzazione, dall’innovazione tecnologica e da una concorrenza sempre più aperta.
Un mondo e dei mercati dove i modelli di consumo e di produzione cambiano con estrema velocità richiedono una capacità di adattamento e, soprattutto, di innovazione del tutto nuove.
Sono indispensabili strutture, istituzioni, norme e regole che favoriscano la concorrenza e l’ingresso sui mercati di nuovi operatori, una maggiore mobilità dei lavoratori all’interno e tra le imprese, mercati finanziari più efficienti e disponibili al rischio sul nuovo, una partecipazione piena delle donne al mondo del lavoro, una politica dell’immigrazione che non dimentichi l’apporto di innovazione e di competenza scientifica che può arrivare dai paesi lontani.

Istruzione, ricerca e innovazione
Occorre uno straordinario impegno sull’istruzione, da quella prescolare, decisiva per diffondere in modo equo l’attitudine all’apprendimento, a quella universitaria e post-universitaria, e sulla ricerca.
Non c’è solo l’America tra i nostri concorrenti.
All’orizzonte, anzi, ormai dietro l’angolo, ci sono, soprattutto, l’India e la Cina, con i loro numeri, con i loro inarrivabili costi di produzione e, soprattutto, con la loro straordinaria
capacità di assimilare le nuove e più avanzate tecnologie.
Noi respingiamo con decisione ogni richiesta di un ritorno al protezionismo.
Si tratta di una ricetta sbagliata, dannosa e impraticabile.
L’unica speranza per l’Europa è quella di porsi, potremmo anche dire di ritornare, all’avanguardia dell’innovazione.
Andiamo a Bologna, e nelle aule medievali della sua università vedremo gli stemmi degli studenti che venivano da tutta l’Europa per frequentare quello che era uno dei massimi centri del sapere dell’epoca.
Facciamo un salto di secoli e andiamo alla Humboldt Universitaet di Berlino: vedremo l’impressionante sequenza di ritratti dei docenti di quell’ateneo, da Max Planck ad Albert Einstein, che nella prima metà del Novecento ricevettero un premio Nobel per le loro ricerche nei campi della fisica, della chimica o della biologia.
L’Europa deve tornare a creare grandi università, laboratori e centri d’eccellenza come questi capaci di attirare i migliori cervelli da tutto il mondo e di produrre ricerca alle frontiere della scienza e dell’innovazione.
Non si tratta di cosa facile. Ci vuole il coraggio di adottare rigidi criteri di qualità nella scelta degli investimenti, di resistere alla facile tentazione di distribuire finanziamenti a pioggia e alle pressioni per costruire in ogni città una nuova università. Nel coniugare ricerca e crescita, l’Europa può fare molto.
In campi come quelli delle biotecnologie, dell’economia dell’idrogeno collegata all’utilizzo delle fonti d’energia rinnovabili, dei sistemi per il posizionamento e per l’osservazione del territorio dallo spazio – e non sono che pochi esempi – l’Europa ha capacità, strumenti concreti di intervento e risorse finanziarie che, se opportunamente indirizzati e concentrati, possono dare una spinta decisiva allo sviluppo di iniziative di grande respiro e ad alto contenuto di innovazione.
Mercati liberi e concorrenza. Ma non tutto può e deve essere privato. Istruzione e ricerca
da sole non bastano a rimettere l’Europa su un solido cammino di sviluppo.
Soprattutto, non possono crescere nel deserto. Il punto di partenza consiste nell’assicurare
le condizioni di base per la crescita.
Dobbiamo mantenere e, se necessario, riportare i nostri conti pubblici in ordine nell’immediato
e dobbiamo garantire la loro solidità nel tempo.
E quindi riconsiderare e adattare il complesso dei nostri sistemi di solidarietà sociale, a partire dai sistemi pensionistici, all’allungamento della vita.
Dobbiamo continuare a tenere l’inflazione sotto controllo perché l’esperienza ci ha insegnato,
con lezioni molto dure, che l’aumento generalizzato e incontrollato dei prezzi distrugge la crescita e produce iniquità.
Dobbiamo garantire la concorrenza, sapendo che per essere autenticamente libero, il mercato non può essere lasciato a se stesso. Esso, infatti, ha continuamente bisogno di essere difeso da tutti coloro, nei mondi dell’industria, della finanza e dei servizi come in quelli del commercio e delle professioni, che vogliono piegarlo ai propri interessi particolari. Dopo anni di pensiero a senso unico, dobbiamo, tuttavia, essere anche pronti a riconsiderare i confini tra il mercato e lo Stato.
Abbiamo visto che non in tutti i settori i privati sono necessariamente i più bravi o i più adatti ad offrire un servizio che risponda all’interesse generale.
Non meno importante è sfruttare l’intero potenziale offerto dal mercato unico, abbattendo gli ostacoli che ancora rimangono, dal settore dei trasporti aereo e ferroviario a quello dell’energia o al fondamentale mercato dei capitali.
Le straordinarie opportunità offerte alle nostre imprese dall’allargamento non potranno essere colte se non completeremo la rete di collegamenti, soprattutto stradali e ferroviari, tra gli attuali paesi membri dell’Unione, se non realizzeremo in fretta efficaci collegamenti tra l’est e l’ovest dell’Europa.

Lo Stato sociale e la difesa dei più deboli
La crescita, torno a ripeterlo, deve diventare la priorità economica numero uno dell’Europa.
Ma la crescita da sola non assicura una maggiore giustizia sociale.
Per questo servono politiche specifiche e, in particolare, specifiche politiche pubbliche.
Inventato e sviluppato in Europa, lo Stato sociale è per noi europei uno dei motivi di più profondo orgoglio, uno dei capisaldi del nostro modo di intendere la vita, i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni.
Esso, tuttavia, deve essere adattato ai tempi. Perché oggi si vive molto più a lungo. Perché
con l’evolversi della società, oggi così diversa da quella del primo dopoguerra, sono cambiate
le esigenze, le attese e le domande dei cittadini, degli anziani, dei giovani, dei lavoratori, dei consumatori. Le politiche per la famiglia sono sempre più inadeguate rispetto ad una realtà che vede l’ampliarsi del numero delle famiglie con un solo genitore, schiere sempre più larghe di
anziani soli e senza parenti ai quali appoggiarsi, di donne che pagano il loro lavoro accettando o scegliendo di non avere figli o di averne solo uno.
L’istruzione secondaria e professionale che era stato il fondamento per l’ingresso nel mondo del lavoro nell’Europa dell’industrializzazione di massa non è più sufficiente nell’odierna economia dei servizi e delle nuove tecnologie.
Persino le nostre università, così come organizzate e concepite, appaiono largamente insufficienti e incapaci ad assicurare possibilità di lavoro adeguate all’investimento operato dagli studenti e dalle famiglie e a garantire il livello di eccellenza necessario per permettere all’Europa di primeggiare nell’innovazione e di competere da pari a pari con i paesi più avanzati, Stati Uniti in testa.
La tutela della salute sta essa stessa cambiando connotati con l’affermarsi di una popolazione sempre più anziana che pone il problema, e spesso il dramma, delle degenze di lunga durata, delle assistenze famigliari, della cura dei malati terminali.
Nessuno è più debole di chi è malato.
Nessuno è più debole e bisognoso di chi è vecchio e malato.
Sulla salute, sull’assistenza agli anziani, l’Europa si gioca il diritto di considerarsi una società civile. La previdenza, il singolo tema sul quale si concentrano la più parte dei discorsi relativi
alle politiche sociali, deve fare in ogni paese i conti con un allungamento della vita che mette a repentaglio la sostenibilità nel tempo dei vecchi sistemi di finanziamento. Tuttavia, ipotizzare misure e politiche uniformi per tutti i paesi europei proponendo, com’è stato detto da qualcuno, una “Maastricht per le pensioni” è due volte sbagliato.
È sbagliato da un punto di vista economico, perché i dati di partenza e le situazioni di fondo differiscono talmente da paese a paese da escludere una singola ricetta valida per tutti.
Ed è sbagliato dal punto di vista politico, perché i sistemi previdenziali vanno talmente al cuore del contratto sociale proprio delle singole comunità che una imposizione dall’esterno e dall’alto sarebbe vista come un’inaccettabile interferenza.
Dove l’Europa può intervenire è, invece, nel promuovere una prudente gestione dei conti pubblici attraverso il coordinamento e la sorveglianza delle politiche di bilancio nazionali.
In questa prospettiva, sempre più importanza dovrà essere data alla sostenibilità nel tempo degli assetti di finanza pubblica, guardando progressivamente più ai dati che esprimono la consistenza del debito che non a quelli che misurano, anno dopo anno, il variare del disavanzo.
Quali che siano le scelte che ogni paese sceglierà di fare per garantire che i sistemi previdenziali non mettano a rischio l’equilibrio dei conti pubblici, l’armonizzazione dei trattamenti e l’equità tra le generazioni sono principi che dovranno essere alla base di qualsiasi ipotesi di intervento.
Una particolare attenzione merita, in ogni caso, di essere prestata allo studio di come agevolare, e magari ritardare, il passaggio dal lavoro al non lavoro attraverso forme di occupazione più flessibile mano a mano che l’età progredisce.
Accanto al diritto di andare in pensione di chi, avendone maturato i requisiti, vuole porre fine alla propria stagione di lavoro, dobbiamo imparare a tutelare anche il diritto di continuare a lavorare di chi vorrebbe protrarre una vita attiva.
Si tratterà di processi sui quali chiunque si preoccupi di non lacerare il tessuto delle proprie
società dovrà operare cercando di creare le condizioni per un vasto consenso.
La concertazione tra le parti sociali è un aspetto essenziale del nostro modo di intendere
la società e il mondo del lavoro.
Per questo, per trovare nuove forme di tutela per i più deboli, capaci di rispondere ai bisogni di una società e di una economia in rapida trasformazione, serve un sindacato forte e rinnovato.

Una rete di solidarietà
Come per la riforma dei sistemi previdenziali, anche nel caso del mondo del lavoro non si possono proporre ricette per l’intera Europa.
Esse sarebbero tanto sbagliate quanto inutili. Nel porsi l’obiettivo primario di tutelare i diritti, le attese e la dignità dei lavoratori, le politiche dell’occupazione debbono, in ogni caso, essere pensate in modo tale da agevolare le dinamiche di crescita dell’economia.
Esse devono, pertanto, tendere più a proteggere e, quando necessario, a sostenere il lavoratore che non a difendere il singolo posto di lavoro. Devono, insomma, essere politiche dentro e non contro il mercato.
Un aspetto dell’attuale evoluzione del mercato del lavoro suscita particolare apprensione e merita una specifica attenzione.
Il mondo del lavoro si sta segmentando in modo preoccupante.
Tra il gruppo di coloro che hanno un’occupazione e godono di una efficiente protezione dei loro diritti e quello di coloro che sono in cerca o hanno perso un’occupazione e spesso non riescono più a rientrare nel mondo del lavoro attivo, sta emergendo e allargandosi una categoria di lavoratori precari, a tempo, quasi tutti giovani, privi di reale tutela, di fatto inabilitati a crearsi una sicurezza e una protezione per il futuro.
Sono tutti temi che condizionano e determinano la vita di uomini e donne in carne ed ossa.
E si tratta di problemi che non possono essere risolti semplicemente facendo ricorso alla leva della spesa pubblica.
Non si può credere, pretendere o promettere che si possa avere tutto.
Bisogna fare delle scelte che saranno inevitabilmente difficili. Ma esse saranno rese meno impraticabili se si studieranno e si illustreranno non soltanto i costi che si dovranno coprire o tagliare ma anche i vecchi e i nuovi bisogni ai quali le riforme potrebbero dare risposta.
Quando parlo dei nuovi bisogni, mi riferisco in particolare ai gruppi dei più deboli tra i deboli: di coloro che sono rimasti senza lavoro, di coloro che soffrono, o che hanno un famigliare che soffre di una malattia incurabile, di coloro che vivono in condizioni di povertà tali o che sono colpiti da emergenze così dure o improvvise da mettere in pericolo la possibilità stessa di vivere una vita decente.
Per queste persone, per queste situazioni, l’Europa, se vuole essere all’altezza della propria civiltà, deve prevedere di stendere una rete di protezione.
A questa rete non può mancare la maglia di un reddito minimo garantito. Ancorché tradotto in cifre che possono variare da un paese all’altro, si tratta di un principio che deve, ripeto deve, essere accettato e fatto proprio dall’intera paesi europea.

Immigrazione, integrazione e cittadinanza europea
L’immigrazione, fonte spesso di timori, è portatrice di ben più consistenti e reali opportunità.
E’ un fenomeno da governare, contrastandolo con durezza nei suoi aspetti illegali ma
agevolandolo laddove esso risponde tanto alle legittime speranze di una vita migliore di uomini
e donne che vengono da paesi meno fortunati dei nostri, quanto alle esigenze ormai consolidate
delle nostre società.
Esse non possono più fare a meno degli immigrati, avendo bisogno tanto di lavoratori pronti a svolgere le attività che i nostri cittadini ormai tendono a rifiutare quanto di specialisti che possano contribuire a un rilancio delle nostre imprese.
Quando si tratta di politica dell’immigrazione, nessuno Stato può essere lasciato solo o può pensare di fare da solo.
E’ indispensabile una politica dell’immigrazione coordinata su scala europea.
Perché possa essere efficace e credibile (e nulla suscita più timori nelle nostre popolazioni
dell’impressione di essere di fronte ad un fenomeno non governato e non controllato), tale politica deve comprendere più elementi.
Serve un’attività di contrasto all’immigrazione illegale basata su un controllo delle frontiere
esterne dell’Unione avvertito e gestito come una responsabilità collettiva dei paesi membri.
Serve una politica dell’asilo basata su criteri validi su scala europea e che non scoraggino
ma aiutino l’inserimento nel mondo del lavoro.
Serve una politica di ammissione che, comunque le si voglia chiamare, preveda quote
europee costruite sulla base di indicazioni provenienti dei singoli stati.
Serve un dialogo con i paesi di origine dei grandi flussi migratori che preveda tanto investimenti
quanto accordi di riammissione.
Serve, infine, una strategia per l’integrazione degli immigrati legali che preveda un forte investimento sulle condizioni di vita delle famiglie e nell’istruzione degli adulti ma soprattutto
dei bambini come indispensabile primo momento, la concessione del voto alle consultazioni
amministrative come opportuna tappa intermedia, e un più facile accesso alla cittadinanza
come logica conclusione dell’intero processo.
Di piena integrazione e di cittadinanza si dovrebbe parlare non solo per gli immigrati provenienti da paesi esterni all’Unione ma anche per i cittadini europei residenti in un paese dell’Unione diverso dal loro paese d’origine. Per questi europei, che hanno scelto di vivere in un nuovo paese, che hanno quasi sempre sviluppato un senso di appartenenza al loro paese d’elezione che non contrasta con l’attaccamento al loro paese d’origine e che sono, in genere, portatori di un accentuato “spirito europeo”, è tempo di adottare una politica più generosa della cittadinanza.
È tempo di dare contenuto concreto a quella cittadinanza europea che rischia, altrimenti, di restare poco più che un concetto vago.
Ai cittadini dell’Unione, in qualunque paese essi risiedano, dovrebbe essere riconosciuto il diritto di voto non solo alle consultazioni amministrative ma anche alle elezioni politiche.

La certezza del diritto e la sicurezza
Uniti dal mercato e dalla moneta, gli europei chiedono di vivere, liberi e garantiti, in un unico ed efficiente spazio di giustizia, con leggi chiare e uguali per tutti.
Lo chiedono le famiglie per rispondere ai nuovi bisogni creati da società aperte, unite e mobili.
Lo chiedono le imprese che trovano nell’incertezza dei loro diritti e doveri un ostacolo che impedisce una proficua programmazione della loro attività e dei loro investimenti.
Lo chiedono i cittadini, soprattutto i più deboli, per i quali una giustizia frammentata e spesso intollerabilmente lenta equivale spesso a nient’altro che ingiustizia, alla mancanza di difesa di fronte al più forte e al più ricco.
Gli europei chiedono sicurezza e protezione: contro le grandi e terribili minacce del terrorismo, contro la criminalità organizzata nel mondo dell’economia, contro i pericoli che si incontrano nella vita quotidiana, nelle città, di giorno e di notte, dove, una volta di più, sono i più deboli e gli anziani ad essere i più esposti.
Governare vuol dire farsi carico anche delle ansie e dei timori dei cittadini.
La più gran parte delle risposte possono e debbono venire dalle autorità nazionali e locali.
Ma molto può e deve essere fatto su scala europea perché la criminalità e la vita stessa dei cittadini e delle imprese non conoscono frontiere.
La collaborazione e il reciproco riconoscimento tra le autorità giudiziarie e di polizia nazionali costituiscono la base indispensabile per qualsiasi azione.
Chi ad esse si sottraesse, così come chi ponesse in discussione l’autonomia e l’indipendenza
dei sistemi giudiziari, si metterebbe, di fatto, contro l’Europa e contro gli europei.

L’ambiente, un investimento che rende
Quasi sempre, quando si parla di crescita si pensa alla tutela dell’ambiente come ad un vincolo, ad un costo aggiuntivo.
Ma questo è vero solo se appiattiamo la nostra visuale e i nostri conti sul tempo immediato.
Se alziamo la testa e guardiamo più lontano, vediamo che, quando ci preoccupiamo di ridurre le emissioni inquinanti, di contenere il consumo di energia, di alzare gli standard di sicurezza delle nostre produzioni stiamo in realtà investendo sul nostro futuro.
Acque e aria non inquinate, prodotti agricoli e cibi sicuri sono garanzia di una migliore salute dei nostri cittadini, di minori spese sanitarie.
Suoli, letti dei fiumi, boschi ben curati costituiscono la più efficiente e conveniente protezione
contro i disastri ai quali una natura abbandonata e devastata ci sta drammaticamente abituando, anno dopo anno, estate dopo estate.
Se, poi, guardiamo allo sviluppo dalla prospettiva dell’innovazione, possiamo renderci conto di come quello dell’ambiente possa rappresentare un campo privilegiato per lo sviluppo di nuove tecnologie e, dunque, un vantaggio competitivo per l’industria europea.
Basta pensare – e le ho già ricordate – alle straordinarie opportunità offerte dalla ricerca nel campo dell’economia dell’idrogeno e sulle celle a combustibile specialmente se collegate all’uso delle risorse energetiche non rinnovabili, o alle prospettive che potrebbero aprire, applicate al controllo del territorio, le tecnologie di verifica del posizionamento attraverso i satelliti.
L’ambiente è essenziale per la crescita e lo sviluppo dell’Europa anche sotto un altro aspetto, altrettanto decisivo.
L’Europa è la regione più bella del mondo.
I nostri mari, le nostre montagne, le nostre città d’arte, grandi e piccole, non conoscono uguali.
In nessun’altra parte della terra è bello vivere come in Europa.
Ma l’Europa sta diventando più brutta: nelle sue campagne, nelle sue coste, nelle sue città e, in modo particolare, nelle periferie delle sue città, quasi tutte ugualmente brutte e invivibili.
La bellezza dell’Europa è una componente fondamentale della nostra civiltà, del nostro modo di vivere.
È un patrimonio che non possiamo distruggere e che richiede un impegno massiccio ed urgente.
Si tratta di fare delle scelte.
Scelte che in alcuni casi devono prendere la forma di semplici divieti (divieti di costruire, di scaricare rifiuti, di sorvolare i centri abitati), in altri casi, e penso in modo specifico alla politica energetica, possono tradursi in incentivi per stimolare consumi, investimenti e tecnologie a servizio di una migliore tutela dell’ambiente.
Una voce determinante può essere quella dei consumatori.
Con le loro scelte essi possono condizionare in modo decisivo quelle dei produttori, tanto da indurre le imprese a considerare come paganti anche sul breve termine politiche aziendali apertamente ispirate al rispetto per l’ambiente o per i diritti dei produttori dei paesi più poveri.
Altrettanto importante è il contributo che possono portare i giovani.
Dalle nostre società europee sta progressivamente scomparendo la leva obbligatoria.
È giusto che sia così perché il servizio militare obbligatorio rispondeva sempre meno alle
moderne esigenze di difesa e i giovani lo vivevano come una troppo lunga e costosa perdita di
tempo tra la fine degli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro.
Ma sostituire il periodo del servizio militare con uno più breve, ma ugualmente obbligatorio, di servizio civile potrebbe essere una buona cosa.
Soprattutto se lo si collegasse alla tutela dell’ambiente e alla protezione dei più deboli, non solo nel proprio paese di origine ma anche negli altri paesi membri dell’Unione.

Le politiche per la pace
Ho lasciato di proposito per ultimo il tema della pace.
Senza pace non ci può essere alcuna libertà, alcuna giustizia.
Le politiche in favore della pace e, più in generale, l’intera politica internazionale dell’Europa sono il riflesso della sua storia.
Il primo contributo che l’Europa può offrire è quello della sua stessa esperienza.
L’Unione che abbiamo costruito è il frutto di un lungo, paziente dialogo, della continua e spesso difficile ricerca di un superiore e comune interesse e di un più alto e stabile equilibrio nel quale ciascuna parte potesse riconoscersi.
È un metodo di gestione delle relazioni tra gli stati che in cinquant’anni ha permesso risultati, come l’allargamento dell’Unione da sei fino a venticinque e domani a più di trenta paesi membri, o la pacifica adozione di una moneta comune da dodici e domani molti più paesi, che non conoscono precedenti nella storia.
L’Europa si presenta al mondo come il più straordinario esempio di governo democratico della globalizzazione. Un esempio al quale, non a caso, guardano continenti come l’America Latina e l’Africa che ricercano nuove forme di collaborazione per superare antiche divisioni.
Nata per dire basta alla guerra tra popoli e in terre che avevano conosciuto tutti gli orrori delle armi, delle distruzioni, delle violenze, l’Europa unita si conferma con l’allargamento un fattore di pace, di stabilizzazione, di sicurezza su scala continentale.
Oggi a nessuno verrebbe più in mente di considerare l’Europa orientale come un’area a rischio. Ai paesi di questa regione nessuno più associa un’idea di pericolo.
La storia si è ripetuta.
Quello che era successo tra i paesi fondatori dell’Europa, tra Francia, Germania e Italia, è avvenuto di nuovo tra e con i nuovi paesi membri, tra Polonia e Ungheria così come tra Germania e Polonia o tra Italia e Slovenia.
La stessa cosa, e per tanti versi si tratta di un’evoluzione ancor più straordinaria, sta avvenendo,
anzi è già avvenuta, tra i paesi dell’ex Jugoslavia i quali, con e grazie alla concreta prospettiva di un ingresso nella comune casa europea, hanno di fatto cancellato ogni ipotesi di conflitto tra loro.
Appresa la lezione del Kossovo, e dei massacri che solo l’intervento della Nato e dell’America riuscirono a fermare, possiamo con serenità e con orgoglio affermare che l’Europa ha fatto la sua parte fino in fondo, Se i Balcani cesseranno per sempre di essere quel focolaio di crisi internazionali che sono stati per secoli, il merito fondamentale sarà stato dell’Europa.
Dal Baltico ai Balcani, l’Europa sta dimostrando in modo tangibile quanto essa sia in grado di fare, come potenza regionale, per la sicurezza e la stabilità internazionali.
In questa prospettiva regionale, le sfide successive saranno quella del Mediterraneo e dell’arco dei paesi che si collocano immediatamente al di là delle frontiere dell’Europa riunificata.
Il Mediterraneo è per l’Europa un’area cruciale, è una scommessa obbligata.
L’Europa, e l’Italia in particolare, non potranno realizzare appieno le proprie potenzialità di sviluppo, non potranno essere certe della propria sicurezza fino a che il Mediterraneo non si sarà trasformato in un’area di pace, di democrazia e di stabilità.
Solo attraverso un intenso rapporto con i paesi della riva sud del Mediterraneo sarà possibile arrivare ad un pieno ed efficace controllo dell’immigrazione.
Sul futuro di quest’area continua a pesare come un macigno che ostruisce ogni strada di vera speranza, il conflitto israelo-palestinese.
La via obbligata da seguire, anche in questo momento in cui le speranze di pace sembrano di nuovo allontanarsi, resta quella della cosiddetta Road Map, elaborata e proposta in origine proprio da noi europei. L’obiettivo finale di questo percorso resta, e non può che essere così, l’esistenza, l’uno accanto all’altro, in pace e in sicurezza, dello Stato d’Israele e dello Stato di Palestina.
Due stati liberi e sovrani, parti integranti e protagonisti di un Medio Oriente finalmente capace di vivere in democrazia, in pace, nel benessere.
Per questo Medio Oriente, per la pace definitiva tra israeliani e palestinesi, l’Europa deve essere pronta ad impegnarsi con risorse finanziarie e umane. Così come deve essere pronta ad operare
per dare una nuova prospettiva ai rapporti con i paesi, dalla Russia e dall’Ucraina fino al Marocco, che sono e saranno i vicini dell’Europa allargata, che ne segnano il confine.
Se non mantenesse una propria identità che è culturale, politica e istituzionale, l’Europa
cesserebbe di essere tale.
Per noi un’identità forte è un’identità salda e aperta.
Pertanto, con questo arco dei paesi amici, dobbiamo puntare a condividere tutto, tranne le istituzioni politiche.
Dobbiamo porci l’obiettivo di un rapporto così amichevole e stretto che ci consenta di essere parte di un unico spazio economico, commerciale, giuridico e culturale ben sapendo, però, che le nostre istituzioni resteranno distinte.
Il valore esemplare della sua storia, un metodo di gestione delle relazioni tra gli stati basato sul dialogo e il diritto, il determinante contributo di stabilizzazione portato attraverso l’allargamento ad un’area che si avvia ad abbracciare un intero continente, e una strategia mediterranea aperta e generosa: questi sono i fondamenti della politica di pace dell’ Europa.
Noi europei abbiamo l’ambizione e sentiamo la responsabilità di contribuire alla pace, alla stabilità e alla sicurezza su scala non solo regionale ma mondiale.
Anche in questa più ampia e difficile prospettiva, intendiamo essere fedeli a noi stessi, ai valori di quel mondo di giustizia che vogliamo conservare come punto di riferimento per l’intera nostra azione.
Dall’accordo di Kyoto per una più efficace politica ambientale all’istituzione della Corte penale internazionale, sino all’apertura unilaterale dei propri mercati alle merci e ai prodotti provenienti dai paesi più poveri, l’Europa ha con coerenza operato nella persuasione che la via maestra per assicurare la stabilità internazionale è quella che favorisce il superamento degli squilibri tra le diverse aree del pianeta.
Anche nei momenti in cui le divisioni al suo interno sono state più evidenti, l’Europa ha costantemente dimostrato di privilegiare le politiche e le azioni condotte attraverso le grandi istituzioni sovranazionali.
L’Onu e, su una scala geograficamente più limitata, l’Alleanza Atlantica sono gli indiscussi pilastri sui quali si fonda la politica estera dell’Europa, che non può pensarsi né separata né, tanto meno, contrapposta agli Stati Uniti.
L’Alleanza Atlantica, in particolare, è l’arco che da più di cinquant’anni tiene insieme America ed Europa.
E come ogni altro arco, per essere solido e resistere nel tempo esso deve reggersi su due pilastri egualmente forti: un pilastro americano e un pilastro europeo.
Il che vuol dire, per l’Europa, accettare, anche sul piano strettamente militare, le crescenti responsabilità, comprese quelle di bilancio, che si collegano alla sua ambizione di essere un protagonista di primo piano della politica mondiale.
La pace, la libertà e la sicurezza non sono date una volta per tutte e in ogni parte del mondo.
Esse possono richiedere di essere difese anche con le armi.
Ma il quadro irrinunciabile di riferimento, allo stesso tempo politico e giuridico, per l’agire internazionale dell’Europa sono le Nazioni Unite.
Per quanto evidente sia la necessità di una riforma dei meccanismi di funzionamento e di decisione di questa istituzione, è all’Onu e nell’Onu che si può costruire la risposta più forte e legittima al bisogno di governo delle relazioni internazionali.
La linea di coloro che pensano che il mondo sia più stabile se affidato ad un’unica superpotenza non è quella dell’Europa.

4. IL GOVERNO DELL’EUROPA

Ho affrontato le sfide che ci attendono, i valori ai quali dobbiamo ispirare le nostre risposte, le scelte che dobbiamo operare per dare corpo e sostanza alla visione di un’Europa di giustizia.
Ho usato infinite volte la parola Europa. Come se l’Europa fosse già oggi un soggetto capace di esprimere e attuare una politica unitaria, come se disponessimo di un governo europeo o, per essere più precisi, di un efficiente sistema di governo dell’Europa.
Ma non è ancora così. La costruzione di un sistema di governo efficiente e coerente è una meta che non possiamo dire di avere raggiunto, non da ultimo perché l’Europa è una realtà complessa.
Unione di Stati e di popoli, l’Europa ha un sistema di governo al quale concorrono istituzioni ed autorità europee, nazionali, regionali e locali.
Ad esso non si adattano rigide e permanenti distinzioni di competenze tra i diversi livelli di governo.
Si richiedono, invece, collaborazioni intense e continue tra tutte le istituzioni.
Questo non è in contraddizione col fatto che, in quelle sfere di attività in cui nessuno stato da solo può pensare di potere efficacemente agire da solo e, al contrario, soltanto un’azione comune su scala europea può dare risultati, l’Europa deve essere messa in condizioni di parlare con una voce sola, di operare con una unica e riconosciuta capacità di governo.
È già così oggi per campi diversi come quelli della concorrenza e dei negoziati commerciali
internazionali, e non è un caso che proprio in questi settori l’Europa sia un attore a pieno titolo sulla scena mondiale.
Ma troppi sono i campi e troppe le occasioni in cui l’azione europea è frenata dalla mancanza
di chiare linee di autorità, dai diritti di veto, da procedure che non permettono di far seguire con immediatezza l’azione alla decisione.
Penso al governo dell’economia, con la Banca Centrale Europea, custode e responsabile della politica monetaria, alla quale manca un interlocutore altrettanto forte e stabile, responsabile della politica di bilancio.
Ma penso anche, alle politiche sull’immigrazione, alla giustizia, al controllo delle frontiere esterne, alla ricerca scientifica oltre che, ovviamente, alla politica internazionale e, in un tempo più lontano ma che ha bisogno di essere preparato sin d’ora con decisioni concrete, alla difesa.
La forma delle istituzioni europee non è ancora all’altezza delle nostre ambizioni.
La sua evoluzione dipende dalle nostre scelte, dalla nostra visione dell’Europa come vera e profonda unione politica, oppure come niente più che un’area di libero scambio.
La capacità dell’America di reagire con prontezza al peggiorare della situazione economica o di esprimere una precisa linea di politica estera non dipende dal fatto che il Texas, la California e la Florida e tutti gli altri stati abbiano miracolosamente prodotto una visione comune dei problemi dell’economia o della politica internazionale ma dal fatto che il sistema costituzionale prevede e offre gli strumenti per produrre decisioni rapide ed impegnative.
Se vogliamo governare in modo efficace e coerente la nostra economia, se vogliamo competere da pari a pari sui mercati internazionali, se vogliamo pesare sulle scelte e sugli indirizzi della politica mondiale, dobbiamo essere in grado di decidere in modo altrettanto veloce ed efficiente.
Siamo pronti ad adottare come regola generale per le decisioni delle istituzioni europee il sistema del voto a maggioranza?
Siamo pronti ad accettare che, in un campo essenziale per il completamente del mercato unico come quello delle imposte indirette, debba cadere il diritto di veto dei singoli stati? Siamo pronti a dar vita ad un’agenzia europea per la protezione civile, mettendo in comune le nostre sparse risorse nazionali contro terremoti, alluvioni ed incendi, magari dipingendo con il blu e le dodici stelle gialle della bandiera europea i nostri Canadair?
Siamo pronti ad istituire una Fondazione Europea per la Scienza per assicurare alla ricerca scientifica europea un livello di qualità e indipendenza comparabile a quello permesso sull’altra sponda dell’Atlantico dalla American Science Foundation? Siamo pronti a rinunciare ai seggi nazionali a favore di un unico seggio europeo al Fondo Monetario Internazionale?
Siamo pronti ad adottare strumenti che permettano all’Europa di essere effettivamente rappresentata in modo unitario e coerente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?
Queste sono le scelte che ci stanno davanti e che definiscono, ben più concretamente di
tante vuote proclamazioni di fede europeista, il vero atteggiamento che ciascuno di noi, che ciascun governo, che ciascuna forza politica ha nei confronti dell’Europa.

5. LE FORME DELLA POLITICA

L’Europa di oggi è ancora lontana, nelle sue istituzioni, nelle sue strutture, nei suoi confini, nei suoi compiti e nelle sue politiche, dall’avere raggiunto il grado di maturità e consolidamento propri degli Stati nazionali. Essa è un cantiere aperto. Per farlo avanzare è ancora necessario, in
questa fase storica, un consenso molto largo, che non permette le divisioni delle quali si nutrono la politica e la democrazia su scala nazionale.
Si spiega così, ad esempio, il fatto che l’organo esecutivo dell’Unione, la Commissione, sia tuttora concepito come una istituzione tenuta, nel suo operare, a prescindere non solo come è ovvio dalle divisioni nazionali, ma anche dalle distinzioni politiche.
Questo non vuol dire che per la politica europea sia appropriato, anche per il futuro, un modello che mette in qualche modo la sordina a un aperto confronto politico.
Al contrario, di pari passo con il consolidarsi dell’Unione Europea come soggetto dotato di una precisa identità istituzionale e come attore di primo piano sulla scena internazionale, è auspicabile che venga a piena maturità anche il sistema della politica europea.
Al di là delle differenze che continueranno ad esistere tra paese e paese, anche su scala europea emergeranno e si affermeranno poche e grandi famiglie politiche nelle quali finiranno naturalmente per ritrovarsi forze, movimenti e tradizioni che avranno constatato di condividere analoghi valori e fonti di ispirazione.
Questo implicherà evoluzioni non superficiali dei soggetti politici esistenti e forse l’emergere di soggetti nuovi, perché le famiglie politiche di oggi sono ancora in larga parte l’espressione di realtà e di divisioni che risalgono a una stagione ormai antica della politica europea, a prima della caduta del Muro di Berlino.
Sono consapevole di quanto fortemente sentite siano le identità delle forze politiche europee.
Questo è particolarmente vero sul versante riformatore della politica europea.
Si tratta, tuttavia, di forze che condividono una visione dell’Europa fondata sui valori della libertà e della giustizia sociale, che sono accomunate da un’esplicita passione europea.
Su scala europea e nel nome dell’Europa, esse possono trovare ragioni forti per unirsi in una nuova e grande famiglia politica.
È in questa prospettiva che, guardando all’Italia e alle elezioni della primavera prossima per il rinnovo del Parlamento Europeo, ho proposto a tutti i riformatori che si riconoscano in una comune visione dell’Europa, e che siano pronti a condividere un programma comune, di unirsi in una singola lista.
Forti del consenso ricevuto, essi dovrebbero poi operare in modo altrettanto unitario nel Parlamento Europeo.
È una iniziativa politica nuova, autenticamente europeista, aperta ai diversi raggruppamenti
riformatori, ai cittadini, ai movimenti.
L’ispirazione, tuttavia, resta quella che fu all’origine dell’Ulivo.
Un disegno che rappresentava e rappresenta un tempo nuovo, un modo nuovo, una forma
nuova della politica.
Di fronte a coloro che strumentalizzano i timori legati alle trasformazioni economiche e sociali per spingere gli europei a ripiegarsi egoisticamente su se stessi e a chiudersi al nuovo e al resto del mondo, una lista comune dei riformatori italiani offrirebbe una visione di apertura, di innovazione, di solidarietà.
Rappresentando in modo unitario questo progetto di fronte ai cittadini, essa sarebbe coerente, anticiperebbe e aiuterebbe l’evoluzione e la ristrutturazione in senso bipolare del sistema politico europeo.
Anche su scala europea, il sistema che meglio garantisce il buon governo è l’aperto confronto tra due schieramenti, l’uno alternativo all’altro.
La strada che la politica europea dovrà compiere per arrivare a questa meta sarà certamente lunga.
Ma ogni cammino, anche quello lungo mille miglia, deve cominciare con un primo passo.
E più lungo è il cammino che si deve percorrere, più è importante che quel primo passo sia fatto con rapidità.
Questo è il tempo delle scelte.
Uniti, possiamo proporre un progetto politico forte, possiamo ridare fiducia a chi guarda con preoccupazione ai grandi cambiamenti del mondo d’oggi, possiamo essere artefici di una azione internazionale dal volto umano.
Uniti, possiamo dare una risposta nuova alla crisi della politica e della democrazia.