Mani private sulle future pensioni (A.Fumagalli)

24/07/2007
    martedì 24 luglio 2007

    Pagina 5POLITICA & SOCIETÀ

      Commento

      Mani private sulle future pensioni

      Andrea Fumagalli*
      *Università di Pavia

        Riguardo l’accordo sulle pensioni, il tema maggiormente dibattuto riguarda l’aumento dell’età pensionabile e il presunto conflitto inter-generazionale. Gli economisti più «destri» – alla Giavazzi – oltre a lamentare il venir meno dello scalone Maroni e i danni sui giovani che ne deriverebbero, ricordano anche il costo della manovra, che appesantirebbe ulteriormente il già precario bilancio dell’Inps.

        Quasi nessuno sottolinea due aspetti che pongono una seria ipoteca sul futuro della pensione pubblica: l’automatica revisione (verso il basso) dei coefficienti di rivalutazione dei livelli contributivi ogni tre anni a partire dal 2010; la mancanza di alcun provvedimento che separi gli aspetti assistenziali da quelli contributivi nel bilancio Inps. Su quest’ultimo aspetto, si è persa un’ottima occasione per attuare tale separazione prevista nella riforma Dini del ’95 ma mai volutamente applicata.

        Questi due aspetti mettono a repentaglio il futuro delle pensioni pubbliche. Con il passaggio al metodo contributivo sancito nel 1995, le pensioni dipendono da due fattori: il livello dei contributi versati nel corso della carriera lavorativa e l’entità dei coefficienti di rivalutazione dei contributi versati anno dopo anno. Se i contributi versati diminuiscono o se i coefficienti di rivalutazione diminuiscono, il livello delle future pensioni si ridurrà. Riguardo i contributi versati, l’incremento delle forme atipiche di lavoro (nonché l’aumento del lavoro nero) ha l’effetto di ridurre non solo la continuità dei contributi versati ma anche l’entità di tali contributi. Si dirà che per ovviare a questa situazione, il governo e i sindacati hanno pensato di aumentare i contributi previdenziali a carico dei lavoratori precari e che incentivano il riscatto degli anni di studio, ma è notorio che nella maggior parte dei casi tali provvedimenti si tramutano in una riduzione netta del reddito di lavoro. Vi è infatti un effetto di sostituzione tra aumento dei contributi e riduzione salariale e il riscatto degli anni di studio, comunque agevolato, difficilmente potrà essere attuato se i livelli salariali rimangono quelli che sono, cioè estremamente bassi. E’ quindi inevitabile che, in seguito all’incremento del lavoro precario, la base contributiva su cui verranno calcolate le future pensione sarà destinata a ridursi, a prescindere dai provvedimenti presi. Se a ciò si assomma una riduzione automatica ogni tre anni dei coefficienti di rivalutazione, il risultato può essere solo uno: quando la giovane generazione di oggi andrà domani in pensione si troverà a godere di livelli pensionistici molto bassi, ben inferiori di quel 60% che alcuni sindacalisti oggi vantano in modo del tutto demagogico e falso.

        Secondo i sindacati e il governo, la soluzione vera, seppur non dichiarata in modo esplicito, è quindi il ricorso alla pensione integrativa e allo sviluppo dei fondi pensioni privati: con l’effetto che solo i lavoratori più garantiti o con stipendi più elevati potranno usufruirne. Vi è quindi il rischio che molti dei futuri pensionati del 2030-2040 avranno pensioni al di sotto di un livello minimo di decenza, a meno che, nel frattempo, lo stato non si faccia carico di garantire o pensioni sociali o garanzia di continuità nel versamento dei contributi. Ma senza una netta separazione tra previdenza e assistenza, ciò significherà la bancarotta dell’Inps. Chi è favore della totale privatizzazione delle pensioni sostiene non a caso proprio questo: l’impossibilità da parte dello stato di garantire un decente sistema pubblico di previdenza. Tanto vale ricorrere quindi all’integrazione privata, come si è cercato di fare, ma con scarso successo, con l’inclusione volontaria (domani obbligatoria?) del Tfr nei contributi previdenziali.

        Non è altro che la conferma della linea politico-economica che è stata intrapresa con la riforma Dini, di cui quest’ultima riforma ne è la degna continuazione. Possibile che Giavazzi non se ne sia accorto?