Manfred Weiss: «Passi piccoli, ma decisivi»

03/01/2001

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Mercoledì 3 Gennaio 2001
commenti e inchieste
Manfred Weiss: «Passi piccoli, ma decisivi»

(DAL NOSTRO INVIATO)

FRANCOFORTE. Gli steccati nazionali cedono lentamente anche nel campo della contrattazione tra le parti sociali: «Finalmente i partner europei stanno abbandonando il loro "splendido isolamento"» commenta Manfred Weiss, professore di Diritto del lavoro all’Universita Wolfgang Goethe di Francoforte, e presidente dell’Associazione internazionale di relazioni industriali.

Eppure, professor Weiss, l’idea di una piattaforma contrattuale europea viene di solito relegata nel regno di Utopia.

In effetti siamo lontani dalla nascita di un contratto collettivo valido per tutti. Ma negli ultimi dieci anni c’e stata una grande accelerazione nel processo di creazione di un sistema europeo di relazioni industriali. Una direzione ormai c’e, precisa e decisa.

Se di contratto europeo non è il caso di parlare, che peso possono avere le intese tra Stati confinanti, come quella sottoscritta dai sindacati a Doorn?

Queste intese dimostrano innanzitutto un cambio di mentalità. Non è mai troppo tardi per attivare un coordinamento nella contrattazione, sia pure con vent’anni di ritardo. È l’unico modo per avere, in prospettiva, una struttura unificata delle politiche contrattuali, anche se si tratta di un movimento molto lento. Si dovrebbero stimolare le intese a livello settoriale e di cross industry, senza "legare" quelle nazionali.

Come si intrecciano i vari piani di contrattazione? Spesso la contrattazione tende a concentrarsi a livello aziendale.

Anche se ci sono Paesi, come l’Italia e la Germania, che hanno una forte contrattazione nazionale, bisognerebbe collegarsi a livelli piu alti. Le politiche nazionali, da sole, non hanno futuro. Il vero problema non è avere un contratto unico, ma trovare strutture contrattuali comuni. Una cosa che mi sembra fondamentale è individuare indicatori simili; ad esempio, legando l’andamento dei salari alla produttività.

Eppure sembra che neppure le strutture sindacali a livello comunitario guardino di buon occhio queste forme di cooperazione dal basso, nel timore di uno svuotamento del loro potere istituzionale; ad esempio, nel dialogo sociale.

La prima cosa che si deve fare, a mio avviso, è attivare una politica intersettoriale. Altrimenti non si puo fare alcun link a livello europeo. Bisogna essere sufficientemente flessibili per collegare poi questa contrattazione a quella settoriale di area e ai contratti "domestici", tipici di ogni Paese.

A chi spetta questo compito di collegamento?

Certamente alle strutture rappresentative nazionali, che devono riportare queste istanze in sede comunitaria. Ma la cosa che a me sembra fondamentale è il livello di informazione e consultazione dei lavoratori su scala europea, perché allarga la rappresentanza non istituzionale e apre un dialogo sociale orizzontale, cambiando le attitudini degli attori. Circa 1.500 accordi sono stati sottoscritti finora per i Comitati, il che mi sembra un ottimo risultato, se si pensa che nel ’57 l’Europa era partita con un una dote di diritti sociali davvero esigua.

R.Fa.