Manca l’autocritica nell’uscita dei riformisti Cgil

15/09/2003

      sabato 13 settembre 2003

      RIPENSAMENTI.LUNEDÌ A ROMA I 49 AUTOCONVOCATI CONTRO IL PATTO PANZERI-SABATTINI-NEROZZI
      Manca l’autocritica nell’uscita dei riformisti Cgil

      Per la verità Guglielmo Epifani non ha mai parlato di «risindacalizzazione» della Cgil.
      Anche se quel suo «abbiamo bisogno di fare più il sindacato» pronunciato all’inizio di aprile, venne da molti interpretato come il primo segnale di una svolta nel dopoCofferati. Più realisticamente Epifani pensava ad
      un aggiornamento dell’azione sindacale in rapporto ai mutamenti della fase politica ed economica.
      Nulla di più. «Risindacalizzare la Cgil» sta invece diventando lo slogan del gruppo dei 49 cosiddetti riformisti cigiellini che per lunedì, 15 settembre, hanno promosso a Roma una prima riunione. Iniziativa che si offre a diverse interpretazioni e che viene guardata con scetticismo dalla grande maggioranza della confederazione.
      Da un lato a causa del numero ridotto di adesioni raccolte (11 membri del Direttivo su 160), e dall’altro per il taglio stesso del documento all’origine della riunione, dal momento che propone un’analisi decisamente
      critica sulle scelte compiute dalla Cgil dal congresso del febbraio 2002 a oggi. Quelle scelte – va ricordato – vennero tutte assunte all’insegna dell’unanimità. «E’ vero – dice Agostino Megale, presidente del centro studi dell’Ires e uno dei firmatari del documento – noi non eravamo da un’altra parte.
      Infatti la critica alla logica dell’"autosufficienza identitaria" coinvolge anche noi». Ed è questo il punto centrale della critica ma, nello stesso tempo, è anche l’asse strategico della Cgil uscita dal quattordicesimo congresso di Rimini. L’idea, cioè, di un sindacato che, in un quadro politico bipolare, non può che schierarsi, per omogeneità
      programmatica, con il centrosinistra pur mantenendo la propria proposta (anche alternativa al centrosinistra) e la
      propria autonoma capacità di iniziativa. Fu il punto decisivo per le conclusioni unitarie del congresso, frutto di un accordo tra tre personaggi chiave: Antonio Panzeri, allora segretario della Camera del lavoro di Milano, oggi alla guida dell’Ufficio europeo ma soprattutto tra i promotori del documento dei 49, considerato un fassiniano di ferro; Claudio Sabattini, deceduto solo qualche giorno fa e che all’epoca era leader della Fiom, poi tra i promotori del cosiddetto Partito del lavoro; e Paolo Nerozzi, da sempre uomo di cerniera tra la maggioranza e la sinistra della Cgil.Quel Patto – voluto da Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani – ha disegnato la Cgil che portò in piazza tre milioni di persone il 23 marzo del 2002 e alle ormai varie iniziative separate dalla Cisl e dalla Uil. Quel Patto
      - ora – secondo i 49 autoconvocati andrebbe rivisto. Ma questo – obiettano gli uomini di Epifani – richiederebbe una discussione congressuale. Tra gli stessi riformisti, peraltro, sembrano convivere almeno due anime.
      Ci sono i fassiniani, con Panzeri, Megale e Riccardo Terzi, segretario dello Spi della Lombardia, ai quali in molti attribuiscono una marcata lettura politica delle questioni sindacali, fino a immaginare un collegamento tra la pubblicazione del documento e la proposta della lista unica nel centrosinistra. Tesi respinta dai promotori
      e che non convince nemmeno Nerozzi: «L’iniziativa dei 49 – dice non ha alcun mandante politico».
      Poi ci sono quelli che si potrebbero definire "autonomisti" come Aldo Amoretti, presidente del patronato Inca,
      sindacalista di classica e tradizionale osservanza, abbastanza vicino alla impostazione della Cisl. Tutti i promotori – questo almeno si dice a Corso d’Italia – sono iscritti ai Ds e in larghis sima maggioranza scelsero la mozione Fassino all’ultimo congresso di Pesaro, nel quale, viceversa, il gruppo dirigente della confederazione (da Cofferati
      a Epifani) sostenne la mozione di minoranza guidata da Berlinguer. Sono aspetti solo apparentemente minori perché, in realtà, sono proprio tra quelli che determinano le maggiori riserve sul documento che ha avviato la discussione. Da oltre un decennio, infatti, la Cgil ha abbandonato la logica delle componenti di partito,
      passaggio che ha consentito per la prima volta nella sua storia di eleggere un segretario generale di provenienza socialista, come Epifani. Ed è il medesimo passaggio, rafforzato dal Patto Panzeri-Sabattini-Nerozzi, a permettere alla Cgil di fare politica da sola, se necessario, anche in contrasto con l’area dei partiti di riferimento tradizionale. Purché non diventi un vero e proprio ostacolo alla formazione di un soggetto politico nuovo, e riformista. Per ribaltare
      la strategia
      di Cofferati
      ci vorrebbe
      un congresso