Manager ottimisti sull’economia

26/01/2011

Il 48%dei capi azienda mondiali è positivo sul breve termine
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI DAVOS (Svizzera)— A sentire gli amministratori delegati dei maggiori Paesi del mondo, la crisi economica è finita, la fiducia nel futuro cresce e l’occupazione dovrebbe tornare a aumentare. Meno che in Italia, però: Paese in controtendenza, pessimista e a bassa creazione di posti di lavoro probabilmente anche nei prossimi mesi. Lo dice il sondaggio Global Ceo Survey realizzato dalla Pwc tra 1.201 chief executive officer di 69 nazioni e presentato ieri alla vigilia dell’apertura ufficiale del World economic forum (Wef) di Davos. Il clima, rispetto a un anno fa quando la recessione era in corso o appena finita, è decisamente cambiato. Il 48%dei capi azienda interpellati si dice «molto ottimista» sulle prospettive di crescita a breve termine della propria impresa. Si tratta di un miglioramento della fiducia del 17%rispetto allo stesso sondaggio realizzato l’anno scorso: di fatto si è tornati al clima di business che si respirava prima della crisi finanziaria scoppiata nell’autunno 2008. In alcuni Paesi, la solita Germania per esempio, la proporzione arriva a un notevolissimo otto su dieci. In Italia, però, si rovescia: solo due amministratori delegati su dieci mostrano un ottimismo del genere. Se dal breve termine (12 mesi) si passa alle prospettive di crescita aziendali di lungo periodo, l’ottimismo globale tocca il 94%. Quello degli italiani si ferma all’ 84%. I numeri uno delle imprese italiane vedono insomma meno opportunità dei loro colleghi del resto del mondo: registrazione del divario di competitività che il Paese sta accumulando, in negativo, rispetto ai concorrenti. Una situazione che si traduce immediatamente in minori aspettative di creazione di posti di lavoro. Mentre il 51%dei Ceo globali pensa che quest’anno assumerà persone nella sua azienda, in Italia solo un terzo di loro ha intenzione di creare nuova occupazione: il 23%prevede addirittura di ridurla (percentuale che a livello globale è del 16%). Il sondaggio condotto dalla società di consulenza aziendale Pwc (PricewaterhouseCoopers) dice che la crisi degli scorsi mesi ha costretto l’ 84%degli amministratori delegati a cambiare strategie alle imprese che guidano. Con buoni risultati, si direbbe: coloro che nel 2011 intendono tagliare i costi sono il 64%, rispetto al 70%di un anno fa . «I Ceo sono usciti dalla mentalità che li vedeva sotto assedio per sopravvivere alla recessione — sostiene Dennis Nally, presidente di Pwc International —. Ora scorgono rinnovate opportunità di crescita» . In particolare, considerano Paesi chiave in cui essere con la propria azienda (nell’ordine): la Cina, gli Stati Uniti, il Brasile, l’India. Non che ogni impresa debba essere lì: è che questi Paesi sono ritenuti dalla maggioranza dei boss aziendali i più interessanti. Molti sono emergenti ma, oltre agli Stati Uniti, anche la Germania è un mercato in cui essere per il 12%dei Ceo. Il mondo non è però diventato all’improvviso rosa. I rischi rimangono. I tre maggiori sono, sempre secondo i top manager, le incertezze sulla crescita dell’economia mondiale (che ha al proprio interno sbilanciamenti ancora notevolissimi), le politiche dei governi di fronte ai deficit pubblici (che sono spesso sorprendenti e non necessariamente in positivo), l’eccessiva regolamentazione sui mercati (come reazione esagerata alla crisi finanziaria). Interessante il fatto che una delle principali preoccupazioni degli amministratori delegati sia la difficoltà a trovare figure di alta professionalità, problema vero in Europa, in Asia, in Africa, tanto che l’ 83%delle aziende intende modificare il modo in cui gestisce la ricerca e lo sviluppo dei talenti. In particolare, la necessità di creare percorsi di carriera interessanti sembra essere un problema che assilla soprattutto gli italiani: l’ 83%di loro lo indica come un problema da risolvere, contro il 50%dei Ceo del resto del mondo. I tagli alla spesa pubblica, infine, sono visti come un rischio per il 60%delle imprese a livello globale, ma per le italiane la percentuale sale a 73%: è l’ombra lunga del debito pubblico. Primo regalo di Davos 2011 all’Italia, insomma: parecchio materiale su cui riflettere.