Manager e commesse Le nostre violenze

07/09/2010

Dalla manager relegata nello sgabuzzino alle precarie ricattate sessualmente
VENEZIA — E se l’Oriente condanna le donne alla lapidazione, l’Occidente non risparmia maltrattamenti e vessazioni. Tanto che nel Veneto sono in aumento i casi di mobbing sul lavoro e di molestie sessuali. Sia alla Cgil regionale che ad avvocati e consigliere di parità, fioccano le denunce. «C’è la fila – rivela Marta Capuzzo, padovana, avvocato specializzato nelle discriminazioni sul posto di lavoro. Si va dalla manager finita nel sottoscala ai ricatti sessuali alle commesse. VENEZIA — Se il Medio Oriente condanna le donne alla lapidazione, l’Occidente non risparmia maltrattamenti e vessazioni. Tanto che nel Veneto sono in aumento i casi di mobbing sul lavoro e di molestie sessuali. Sia alla Cgil regionale che ad avvocati e consigliere di parità, fioccano le denunce. «C’è la fila – rivela Marta Capuzzo, padovana, avvocato specializzato nelle discriminazioni di genere, che collabora con Federica Vedova, consigliera di parità della Provincia di Venezia – . Battutine piccanti e apprezzamenti a sfondo sessuale sul lavoro sono all’ordine del giorno per le donne. Chi si ribella viene ridicolizzata, il commento è minimizzato dalla componente maschile che fa passare la vittima per "piantagrane, priva di senso dell’umorismo" e punta sul fatto che "si è trattato solo di uno scherzo"». Ma quando mai si è sentita una donna-manager «scherzare» sul sedere di un sottoposto o sulle cosce del giovane assistente? Carla Pellegatta, segretaria regionale Cgil, fa notare: «Un esempio è quello che è successo con il concorso di Miss Cameriera a Tezze, umiliante per le donne. Eppure dopo le polemiche, l’organizzatore l’ha virata sullo scherzo, facendo passare tutto per una goliardata. Non si può giocare sulla dignità di chi ha bisogno di lavorare. Nel Veneto una donna su dieci è vittima di mobbing o molestie, poche denunciano, c’è tanta rassegnazione. Ma noi continuiamo a ripeterlo: non tacete, non subite. Con l’interlocutore giusto e la tutela sindacale, le cause si vincono».

Nello studio dell’avvocato Capuzzo, la lista delle storie di quotidiana vessazione è lunga. Franca, di Venezia, commessa in una nota vetreria, dopo otto anni, appena rimasta incinta è stata licenziata. Ma il titolare l’ha convinta, per conservare il posto, a restare «in nero», in negozio fino al nono mese di gravidanza. Maria, due figli, assunta a tempo determinato in un’azienda di pulizie di Treviso, ha denunciato il tentativo di stupro da parte di un collega. Risultato? La cooperativa l’ha lasciata a casa appena scaduto il suo contratto. Roberta, manager in una nota catena di alberghi di lusso con sede a Venezia, responsabile della clientela vip, rientrata dalla maternità si è vista relegata a fare le pulizie in cucina, soprannominata «Cenerentola» dagli altri dipendenti. Sonia, impiegata in uno studio di consulenza del lavoro a Mestre. Gravidanza, parto e una volta rientrata in ufficio, la persecuzione del suo capo. «Non sai più fare niente», «Non ci stai con la testa», «Non sei in grado di svolgere le tue mansioni», «Meglio che ti dimetti»: questo l’inferno quotidiano che ha accolto il rientro di Sonia, demolita un giorno dopo l’altro, fino a quando è sbottata: esaurimento nervoso, ricovero in ospedale e lo psicologo che le consigliava di «non tornare più lì dentro». Mara, assistente del capo in un’azienda, tornata dalla maternità si è ritrovata nello sgabuzzino delle scope, privata di ogni mansione. «La maggior parte delle storie sono drammatiche – denuncia l’avvocato Marta Capuzzo – , la crisi ha acuito il mobbing contro le donne, soggetto spesso ricattabile. C’è un’arretratezza culturale dilagante, molto italiana, collegata a modelli maschilisti proposti in continuazione. Le capacità professionali delle donne sono messe continuamente in secondo piano, soprattutto quelle più intelligenti, non controllabili, nè manipolabili fanno paura ai "colleghi" maschi. Così la maternità viene utilizzata per farle fuori, con pretesti svariati. Sebbene non ci sia alcun motivo valido per cui una mamma non possa lavorare bene tanto quanto un collega uomo, nella maggior parte dei casi il problema è proprio che invece è più efficente e rende di più, insomma una minaccia».
Superdonne schiacciate invece che valorizzate. Come la manager di successo raccontata dalla scrittrice Delphine De Vigan in «Le ore sotterranee» (Mondadori): condannata all’inferno per avere contraddetto il suo capo-padrone in riunione. Messa all’angolo, ignorata, demolita, trasformata in una reietta: « Da molto tempo Mathilde ha perso il sonno. Ogni notte alla stessa ora si sveglia con l’angoscia, sa che ripercorrerà tutto fin dal primo momento: com’è iniziato, com’è peggiorato, com’è arrivata fino a questo punto, l’impossibilità di tornare indietro. Giunge sempre alla stessa conclusione: non ce la farà ».