Mai tanta gente per le strade l’Italia

25/03/2002




Mai tanta gente per le strade l’Italia

La manifestazione inizia quando è ancora buio. Alla fine sono tre milioni di persone

di Piero Sansonetti


Rosso, rosso ovunque, a perdita d’occhio. Roma è stata così: rossa, dall’alba al tramonto, bellissima, spazzata dal vento di maestrale, limpida, stupìta di essere tanto grande da potere accogliere e coccolare un fiume così immenso di gente. Rossa e orgogliosa. Orgogliosa di essere tornata la capitale della politica. La capitale della sinistra, che dicevano fosse scomparsa – sommersa dalla modernità, dall’efficienza liberale, dalla vergogna di essere troppo antica – e che invece c’è ancora, ed è formidabile, seria, colta, intelligente, pulita. E’ fiera, pronta a dare battaglia, come una volta. E a restare serena, come una volta: quando sconfisse il terrorismo, quando conquistò i grandi diritti sociali, quando bloccò le trame eversive della destra. L’odio? Dov’è l’odio? C’è qualcuno che è passato nei pressi della manifestazione della Cgil e ha visto la traccia dell’odio?
Pietro Ingrao, il più vecchio dirigente della sinistra romana, si affaccia al palco, commosso, e dice che questa è la più grande manifestazione che lui ha visto in tutta la sua vita. In questi giorni Ingrao ha compiuto 87 anni, ne ha fatte tante di manifestazioni! La prima alla quale ha partecipato fu quella di Milano, nel ’43, quando nel nord Italia si svolse l’unico sciopero che mai si sia svolto nell’Europa occupata dai nazisti. Quella volta Ingrao tenne un comizio insieme a Sandro Pertini. Sul palco, in piazza Porta Capena, davanti al Circo Massimo, insieme a Ingrao e a tutti i dirigenti della Cgil, dell’Ulivo, di Rifondazione, c’è anche una signora anziana che si chiama Carla Voltolina: è la moglie di Pertini, vecchio leone socialista.
Di fronte a loro si spande una spianata infinita di persone e di bandiere rosse che si divide in centinaia di diramazioni un po’ ovunque. Verso il Colosseo, in via San Gregorio, verso la Cristoforo Colombo e l’Eur, verso la Piramide su viale Aventino, e poi invade l’immenso Circo Massimo, la piazza più grande d’Europa, un prato lungo 700 metri e largo 150, circondato da due infinite scarpate, dove è assiepata la gente, e che una volta erano gli spalti del più grande ippodromo del mondo, quello dove si facevano le corse delle bighe (vi ricordate il film Ben Hur?). Il Circo Massimo fu costruito da Giulio Cesare, ma prima ancora era usato dai vecchi re di Roma per le
grandi feste popolari (fu usato pure per il ratto delle Sabine). Nei libri c’è scritto che gli spalti contenevano 250 mila spettatori, vuol dire che tra spalti e prato si supera il milione. Ma non è la parte più grande della manifestazione. Qui al Circo Massimo è arrivato solo uno dei sei cortei.
Tutti gli altri si sono fermati a chilometri da qui, sui grandi viali che convergono verso piazza Capena, davanti alla Fao. Gli organizzatori della Cgil hanno valutato in tre milioni il numero dei partecipanti. La questura, al solito, dice molto meno. Dice settecentomila o al massimo un milione. E su questo scarto di cifre si è scatenata una bufera di dichiarazioni di quasi tutti i dirigenti del centro-destra.
Dichiarazioni goffe. Dicono: "la sinistra bara: altro che tre milioni, al massimo erano un milione!". Come si fa a ridursi così? E se pure fossero stati solo un milione, un governo serio cosa fa se vede un milione di persone in piazza: si mette a ridere o a riflettere? Cosa succederebbe in qualsiasi altro paese democratico del mondo? Chissà perché la destra, da qualche tempo, si è ficcata in testa di contestare ogni volta le cifre delle manifestazioni. Forse perché è un po’ preoccupata di questa riapertura così poderosa del conflitto, su un terreno che non si aspettava, e che forse non conosce bene. O forse solo per intimidire i giornali, impedire loro di dare
sostegno alla sinistra e al sindacato. Vogliamo scommettere che oggi nessun
grande giornale darà i titoli coi tre milioni?
Lasciamo stare il balletto delle cifre, che fa un po’ tristezza. Una cosa è certa, assolutamente indiscutibile. A Roma si è svolta la più grande manifestazione politica di tutti i tempi, la più grande tra quelle tenute in Italia e probabilmente in tutt’Europa. Poi ognuno la giudichi come vuole – bella, brutta, giusta, sbagliata, travolgente, minacciosa – ma questo fatto qui resta ed è molto improbabile che possa passare sulla politica italiana come una secchiata d’acqua sul vetro. Lascerà il segno, state sicuri che lascerà il segno. A destra e anche a sinistra.

La manifestazione è iniziata quando era ancora buio. Alle cinque e mezzo di mattina. Sono arrivati i primi pullman con i fari accesi. E le piazze hanno iniziato a riempirsi, prima sottovoce, sonnacchiose, poi in modo sempre più clamoroso, sono iniziate le canzoni, gli slogan. Cantano bandiera Rossa e "Contessa", la canzone sessantottina e un po’ sanguinaria di Paolo Pietrangeli. Cantano persino vecchie canzoni anarchiche e un po’ bombarole ( "nel fosco dì del secolo morente…"). Gli slogan sono vecchi e nuovi. I cinquantenni gridano "fascisti, carogne, tornate nelle fogne", i giovanotti, più spiritosi, cantano (sull’aria di "juantanamela") "Compraci tutti,
Berlusca compraci tutti…".
Intanto sul raccordo anulare, dalle sette in poi si sono formati gli ingorghi, e sul tratto nord dell’autostrada si camminava a passo d’uomo. I pullman erano partiti nel cuore della notte dalla Toscana e dall’Emilia, ed erano partiti la sera prima, alle sette o alle otto, dalle città del nord. I cortei dovevano muoversi alle dieci di mattina, ma alle otto erano già in movimento. Alle otto e mezzo tutto il centro di Roma, e tutto il cerchio di quartieri che lo circonda, erano completamente invasi. E alle due del
pomeriggio, quando Sergio Cofferati aveva finito da un pezzo di parlare, su via dei Fori imperiali c’era un troncone di corteo, quello che veniva da piazza Esedra, che ancora arrancava sperando, inutilmente, di poter arrivare in tempo al comizio. Assomigliava questa manifestazione a quella di venti giorni fa, dell’Ulivo? Si gli assomigliava, naturalmente, solo era più triste, per la morte di Biagi per il ritorno della maledizione del terrorismo, era più grande, e aveva un’altra diversità, che si vedeva subito: era molto più giovane. Il due marzo a Roma c’era più di mezzo
milione di persone, ma sicuramente l’età media era alta. Ieri no: un mare di ragazzi e una maggioranza schiacciante di trentenni e quarantenni. Buon segno, dopo il letargo.
E’ stata una bella giornata, diciamo la verità, davvero una bella giornata. In fondo è stata una bella giornata per tutti: l’Italia si è un po’ riscattata anche agli occhi dell’Europa, dopo tante brutte figure. Soprattutto però è stata una bella giornata per la sinistra, che dopo anni, forse dopo decenni, si è ritrovata unita. Ha ritrovato la sua classe operaia e le sue bandiere. Credeva magari che non ci fossero più. Per carità, nessuno pensa che siano finite le polemiche, i personalismi, le liti infinite e gli altri guai che ci hanno accompagnato in questi anni: però ieri tutti hanno capito che l’unità è un obbligo, un "comandamento" imposto non dalle alchimie politiche, dalle tattiche, o dal potere, ma da un movimento potente che da luglio in poi – diciamo dalle tragiche giornate di Genova – ha travolto la politica italiana e le ha fatto saltare tutti gli schemi, uno alla volta, sveltissimamente, come a domino. E ieri finalmente
in piazza c’erano tutti, e tutti uniti, tutti sullo stesso obiettivo: difendere il sindacato, difendere i diritti sociali, fare barriera contro l’offensiva di una destra che vuole destabilizzare le relazioni sociali, imporre un prezzo politico altissimo al sindacato, mettere fuori gioco la sinistra, garantire le mani libere agli imprenditori. C’era Massimo D’Alema e Rutelli, c’era Fassino, c’erano i sindacalisti, c’erano i no-global,
Agnoletto e Casarini. I cortei erano mischiati, non c’erano squadre. Si sfilava divisi per regioni e non per appartenenza politica. Le bandiere dei Ds, quelle di Rifondazione quelle della sinistra giovanile e quelle senza scritte, solo con la faccia di Che Guevara. E poi naturalmente – in maggioranza – il fiume rosso delle bandiere della Cgil. Il trionfatore della giornata, se dobbiamo cercare un trionfatore, è stato
Sergio Cofferati, inutile dirlo. D’Alema, quando è sceso dal palco, mentre il servizio d’ordine lo trascina via, ha gridato ai giornalisti. "si è stato un bel discorso quello di Cofferati: forte e convincente". E’ vero è così. E’ stato forte e convincente il suo discorso, come è stato forte e convincente tutto il suo atteggiamento in queste settimane. Non era mica facile: si è trovato sotto il fuoco di una gigantesca polemica, sulla quale il centro-destra, e personalmente Berlusconi, avevano investito tutto. Lui
ha retto molto bene, senza cedere di un centimetro ma evitando l’arroganza, il personalismo, l’eccesso di parole. E quando ha parlato, ha avuto un enorme successo personale. Ha dato al popolo della sinistra la sicurezza e la fierezza che questo popolo, forse, da un po’ di tempo non sapeva più di avere. E’ stato fermissimo sul terrorismo ed è stato fermissimo nella sua posizione contro la linea antisindacale e anti-operaia del governo. Poi si è rivolto all’immensa platea e ha speso se stesso, la sua credibilità, per difendere i partiti. Ha detto: non fatevi strane idee, non cercate nuove scissioni, nuovi percorsi politici: state nei partiti della sinistra e fatte politica lì, lottate per cambiarli.
Ad ascoltare Cofferati che parla di lotta al terrorismo, dopo aver visto la sera prima Berlusconi in Tv, viene spontaneo il paragone. Ma come è possibile il paragone? Come è possibile mettere su un solo piano la storia di un sindacato che per battere il terrorismo ha dato il sangue, ha lottato con l’anima tra i denti, e il discorso in tv a reti unificate di un industriale del nord che pretendere di spendere la morte di un onesto e coraggioso professore per scagliarsi contro la sinistra e contro i sindacati? Come è passibile? E come è possibile scordarsi che qualche mese fa questo signore, che ora è il nostro premier, disse sciaguratamente dell’uccisione di Massimo D’Antona – identica a quella di Biagi – "è un regolamento di conti"?
E adesso? Cosa succede ora, il giorno dopo? Naturalmente il governo potrebbe
prendere atto di questa giornata incredibile, e di quello che si annuncia per le prossime giornate – con altre manifestazioni unitarie dei sindacati, lo sciopero generale eccetera – e dire: "Vedete: questo non è un regime, questa è democrazia". Sarebbe una posizione intelligente. Solo che per avere credibilità dovrebbe essere seguita dalla dichiarazione: "prendiamo atto che c’è un formidabile dissenso alla linea del governo sull’articolo 18 e ne traiamo le conseguenze". Perché è vero che nessuna manifestazione al mondo cambierà le cifre delle elezioni del 2001, che hanno mandato al governo, legittimo, Berlusconi e i suoi. La democrazia è così, e va rispettata. Ma la democrazia non finisce nel conteggio dei seggi in Parlamento, è un po’ più complicata. E nessuna democrazia al mondo può infischiarsene di una
ribellione sociale così vasta e forte. O no? Lo ha capito, per esempio D’Antoni, che pure non è un’estremista di sinistra. Lo capirà Berlusconi? O si caccerà in uno scontro muro a muro, dai risultati incerti, dal prezzo altissimo?