Magistrati, sì allo sciopero

04/06/2010

Silvio Berlusconi sprona a fare quadrato intorno alla manovra economica, e in una nota ribadisce che con il superministro dell’Economia Giulio Tremonti tutto va benissimo e si fila d’amore e d’accordo. Intanto però, comincia a mettersi in moto la macchina della protesta contro le misure contenute nel decretone da oltre 24 miliardi. Già si sapeva della Cgil, che proclamerà lo sciopero generale per il 25, e ieri si sono formalmente aggiunti i magistrati, che decideranno domani modalità e data della loro azione. Rullano i tamburi dei medici, che comunicheranno oggi le annunciate forme di lotta, mentre gli anestesisti dicono che con il blocco del turnover non potranno più garantire i parti «indolori». Ancora, il 7 è prevista la mobilitazione degli esponenti del mondo della cultura, del cinema e del teatro; molto malumore c’è nel personale delle forze dell’ordine e della polizia, e le Regioni – rosse e azzurre – lamentano la durezza dei tagli inflitti ai loro bilanci. Persino la «compatibilista» Cisl sabato prossimo nei suoi Stati Generali chiederà di esentare la scuola dal blocco dei rinnovi contrattuali.
Insomma, come c’era da aspettarsi il mal di pancia provocato dalle 146 pagine del decretone comincia a trasformarsi in protesta. Il timore che tanti degli interessi toccati dalla manovra possano trovare sponde anche nella maggioranza non è peregrino, e qui e là già si capisce che nel Pdl c’è chi è disposto – magari anche per ostilità nei confronti di Tremonti – a favorire cambiamenti in sede parlamentare.
Un cambiamento che ci sarà quasi sicuramente riguarderà i medicinali generici e le farmacie. Federfarma avverte: si rischia la chiusura di addirittura un quarto delle aziende, soprattutto quelle piccole e quelle dei piccoli paesi di campagna. In Piemonte addirittura 300 su 1430. Il ministro della Salute Ferruccio Fazio sembra intenzionato a «migliorare» la norma sul prezzo dei generici», e anticipa un emendamento per salvare le farmacie rurali. Continua intanto l’agitazione dei medici, che domani in una riunione intersindacali decideranno eventuali forme di protesta: la richiesta dell’Anaao Assomed è quella di esentare la sanità dal semi-blocco delle assunzioni previsto fino al 2014: altrimenti, stimano, si perderanno 25.000 posti con ripercussioni «drammatiche» sulle prestazioni sanitarie e mega liste d’attesa.
Ci sono poi i magistrati. Capofila della protesta è l’Anm, ma dietro i giudici si sta mobilitando il Comitato di Coordinamento fra le Magistrature. La risposta sarà quella dello sciopero contro quelli che definiscono «tagli iniqui» alle loro retribuzioni. La protesta sarà stabilita secondo modalità e tempi previsti dai rispettivi codici di regolamentazione «ma con il costante coordinamento tra le diverse associazioni». Altro fronte caldo quello della cultura. Il ministero guidato da Sandro Bondi sembra decisissimo a non salvare l’Ente teatrale italiano; la prima protesta si concretizzerà il 14 al teatro Valle di Roma. E intanto si organizzano manifestazioni nei teatri di Roma, Firenze e Bologna, con attori e registi chiamati a testimoniare solidarietà. La protesta cavalca anche Facebook, mentre il 7 ci sarà la manifestazione unitaria per lo spettacolo indetta dai sindacati insieme con Movem09, Usigrai e Fnsi. Su un altro fronte, Federambiente e Fise contestano il taglio degli incentivi per le energie rinnovabili.
Silvio Berlusconi affida ad una nota di palazzo Chigi il compito di negare scontri e la tensioni con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che nel corso di una telefonata col premier si è lungamente lagnato. Una ventina di righe di comunicato, diviso in tre punti, in cui si sottolinea come il premier ed il titolare del Tesoro siano legati «da una leale e antica amicizia personale» e che «insieme continueranno a lavorare» nell’interesse del governo. Berlusconi vuole provare a «spiegare meglio» i contenuti della manovra, definita «la cosa giusta da fare nell’interesse dell’Italia» «nell’ambito di una grave crisi economica, la più grave dal 1929». Pare che il Cavaliere andrà in Senato a illustrare in Aula il pacchetto di misure di sacrifici, «certo del senso di responsabilità» della coalizione che lo sostiene. Aveva deciso di fare il duro, sapeva che il suo «pubblico» lo voleva così e infatti, appena seduto nello studio di Michele Santoro, il leader del Pd Pier Luigi Bersani ha «caricato» contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, dando il là ad una delle puntate più fiammeggianti nella recente storia di «Anno Zero».
Eloquente l’incipit del segretario democratico: «Mi auguro che Tremonti non venga in Parlamento a dire le stesse cose che dice qui, se la racconta così non ci mettiamo neanche a discutere, arrivederci e grazie». Da quel momento è iniziato un lungo, vivacissimo battibecco, senza esclusione di colpi. Con il ministro dell’Economia che ha insistito soprattutto su un punto: «L’unico in Europa che dice “La Grecia non conta” è l’onorevole Bersani”», «nessun governo in Europa ha la sfortuna di trovarsi davanti uno come lei», un politico «polemico e negazionista». E il ministro si è spinto nella diatriba fino ad accusare il suo interlocutore di impegnarsi in «comiche da teatrante». E l’altro: «Stai raccontando delle balle…». E ancora Tremonti: «Lei è molto attento alle poltrone…». Bersani: «Hai davanti uno che ha fatto lo spezzatino dell’Enel». Tremonti: «Certo, hai distrutto un’industria. L’hai data agli olandesi, agli amici degli amici!». Bersani: «No, abbiamo portato a 10 miliardi di euro di investimenti e di lavoro». Tremonti: «No, avete distrutto l’Enel».
Uno scontro intenso, ma curiosamente di questi tempi Tremonti e Bersani – seppure su sponde opposte – si ritrovano a condividere lo stesso, cruciale passaggio nelle loro carriere politiche: dopo una lunga scalata, stanno provando tutti e due l’ultimo strappo verso la vetta. Sessantadue anni, ministro per la prima volta nel 1994, Giulio Tremonti soltanto da alcuni mesi sta vivendo il passaggio dalla dimensione del super-tecnocrate a quella del possibile leader politico. Proprio per questo motivo, per lui questi sono stati giorni difficili, culminati martedì sera nella telefonata di Silvio Berlusconi a «Ballarò», quasi a sovrapporsi a Tremonti che era in studio.
I due poi si sono parlati in privato e subito dopo il presidente del Consiglio ha confidato: «Lui non mi preoccupa proprio». Anche se il Presidente del Consiglio, proprio mentre diffondeva ieri pomeriggio il comunicato di amicizia verso il suo ministro, spiegava ai suoi di aver capito bene quali siano le ambizioni di Tremonti. Anche Pier Luigi Bersani è sullo stesso crinale. Lui di anni ne ha 58, è diventato ministro per la prima volta nel 1996 e da alcuni mesi sta misurando la difficoltà a trasformare la vittoriosa corsa alla segreteria del Pd in una leadership piena. E ieri sera Bersani aveva un doppio problema: quello di non apparire una volta ancora come il ministro-Ombra dell’Economia e al tempo stesso dimostrare di essere «tosto», perché così viene apprezzato dalla tifoseria di sinistra, sempre angosciata dallo spettro dell’«inciucismo».
Al di là delle battute più o meno saporite, Bersani e Tremonti hanno replicato un copione già noto. Col leader del Pd che ha respinto la ricostruzione delle ragioni della manovra: «I miliardi che ci discostano da quel 2,7 per cento non hanno a che fare non con la Grecia, l’Europa o la speculazione, ma con la politica economica di questo governo». E invece Tremonti ha insistito sul precipitare «improvviso» della crisi, culminata nella notte in cui i capi di governi europei, davanti alla difficoltà greca, si sono trovati davanti al problema della sopravvivenza stessa dell’euro. Intanto continua lo scambio di battute tra Giulio Tremonti e «Italiafutura», la Fondazione di Luca Cordero di Montezemolo che, dopo essere stata attaccata dal ministro, replica così: «Se dopo anni di governo, il ministro spende la maggior parte di una sterminata intervista per autocitarsi e lodare la sua capacità di previsione, allora il ministro merita il titolo di marziano».