Mafie e mercato in Sicilia: Le mani sulla gdo

29/11/2007
    CORRIERECONOMIA di Lunedì 26 novembre 2007

      Pagina 9 - L’inchiesta

        Le mafie e il mercato – La Sicilia
        Le mani sulla grande distribuzione

          Viaggio nella Sicilia orientale, dove le imprese mafiose condizionano la grande distribuzione

            Forniture e supermarket,
            le mani su «Etna valley»

              Da Auchan a Ipercoop. Il boom commerciale alimenta sospetti

                di DI GIOVANNI PACI

                  D a Misterbianco a San Giovanni La Punta ci sono una dozzina di chilometri di tangenziale, ma se si cerca un centro commerciale, ogni uscita è quella giusta. Dall’Auchan di Misterbianco, ormai circondato da altri centri commerciali di ogni sorta e tipo, al futuribile Etnapolis di Belpasso, fino a San Giovanni La Punta, dove una strada separa «Le Zagare» da «I Portali», non c’è che l’imbarazzo della scelta. Nella stessa area altri grandi strutture sono in costruzione, come l’Ipercoop di Gravina, la Tenutella o l’Icom, dove andrà Auchan. E’ la nuova Etna Valley, quella dello shopping, che con un bacino di circa 700 mila persone fa girare l’economia catanese molto più dell’Hi-Tech, oggi un po’ in declino.

                  «Ormai consideriamo piccoli i centri commerciali sotto i 10 mila metri — dice il presidente della Camera di Commercio di Catania, Piero Agen —. E tra un paio d’anni la quantità di metri quadrati per abitante sarà tra le più alte al mondo. Come lo spiego? Non lo spiego, perché il mercato è stagnante e questa non è certo una delle zone più ricche del mondo». Catania non è un caso isolato. Centri commerciali stanno sorgendo come funghi un po’ ovunque in Sicilia: Ragusa, Siracusa, Messina e nel palermitano. Con i circa cento milioni necessari per aprirne uno di medie dimensioni e un mercato che per il solo alimentare vale 4 miliardi all’anno, i centri commerciali sono il nuovo motore dell’economia e dell’occupazione in una terra storicamente legata a finanziamenti e commesse pubbliche. Un business che necessariamente incrocia gli interessi della mafia. Non è solo il pizzo, anche se nel libro mastro del boss Lo Piccolo, Auchan figurerebbe tra i pagatori regolari. «Non abbiamo alcuna evidenza che la notizia sia vera», dice un portavoce della sede milanese di Auchan (di cui fa parte anche Sma) che oltre a essere leader in Sicilia è immancabilmente descritta da gli interlocutori incontrati dal Corriere Economia, come un player aggressivo e spregiudicato. Auchan, al pari dell’altra francese Carrefour, non è stata disponibile ad un’intervista col proprio management, in entrambi i casi «all’estero per lavoro».

                  Che esista un tessuto connettivo tra grande distribuzione e malavita è palpabile, anche se tutti negano. Il meccanismo lo spiega Maurizio De Lucia, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Palermo: «Il pizzo è non è un problema per la grande impresa, che mette in conto il costo dei rapporti col territorio — dice De Lucia —. Per questo i centri commerciali sono per la mafia un’opportunità enorme. Alla mafia interessa che i lavori di costruzione siano affidati, o subappaltati, a imprese ’sue’; interessa gestire direttamente parte dei negozi; interessano le forniture e, infine, interessa influenzare le assunzioni, per ottenere consenso sul territorio e voti». De Lucia parla in base a fatti accertati: «Per il centro commerciale che doveva nascere a Villabate, alle porte di Palermo — spiega —, c’era una grande impresa del nord, la Asset Management, che si è mossa in una logica di accordo con la mafia del tipo descritto prima. Sono fatti recenti, tra il 2001-2005, venuti fuori grazie ad un pentito di alto livello, che ha spiegato connessioni politico/mafiose e meccanismi economico-finanziari. Abbiamo chiarito tutto e il procedimento è in corso. Altro caso è il Policentro di Partinico, progetto ancora in fieri, di cui alcune intercettazioni ci hanno rivelato come il principale latitante della zona fosse garante dell’operazione; l’interesse della mafia andava dalle forniture ai finanziamenti».

                  Policentro e Asset Management sono developers, che poi vendono o affittano la struttura agli operatori commerciali. In questa fase il rischio è più evidente (la criminalità organizzata pare chieda un «obolo» del 2%), per l’acquisto dei terreni e le autorizzazioni. «Noi compriamo la struttura già realizzata — spiega il presidente di Ipercoop Sicilia, Alessandro Lago, che ha un iper a Ragusa ma vuole arrivare a quota dieci in pochi anni —. Finora non abbiamo avuto alcun problema di legalità ma siamo stati molto attenti. Verifichiamo tutto, a partire dall’acquisto dei terreni e la realizzazione è affidata a grandi cooperative del nord, da cui noi compriamo. Le forniture? Abbiamo un protocollo di legalità con le autorità, cui segnaliamo le aziende che lavorano con noi e ci impegniamo a denunciare eventuali problemi».

                  Perché, sia pur flebilmente, il fronte del «tutto bene, la mafia non esiste» si rompa bisogna garantire l’anonimato. «È evidente che alcuni compromessi bisogna accettarli — ammette un manager di uno dei principali player —, magari nella scelta dei fornitori di prodotti freschi, o nei servizi di logistica, o talvolta nelle assunzioni. Però — continua — non c’è distorsione competitiva, perché il favore, la collusione, si esaurisce con la fornitura, che è effettuata a prezzi di mercato, i margini sono talmente risicati che non sarebbe possibile altrimenti». Chissà se i fornitori tagliati fuori hanno la stessa opinione.