Macaluso: col Pd siamo al capolinea

23/07/2007
    lunedì 23 luglio 2007

    Pagina 11 – Politica

    UN PAMPHLET DELLO STORICO DIRIGENTE PCI. CON ANALISI E RETROSCENA

      Macaluso: col Pd siamo al capolinea

      L’ultima chance
      socialista? Persa
      con Amato: «Non
      è un combattente»

        JACOPO IACOBONI

        Secondo Emanuele Macaluso il Partito democratico è solo l’ultima delle «occasioni perse» – il «Capolinea» cui allude fin dal titolo il suo nuovo pamphlet (Feltrinelli) – dalla generazione dei post-comunisti per approdare a un partito socialista e socialdemocratico: quella che a suo giudizio sarebbe l’unica, vera via da percorrere per la sinistra italiana. Il Pd imploderà non sulle pensioni, e sui diktat della sinistra radical, ma sui «diritti»: annacquando l’identità laica in un generico abbraccio con quel che resta della sinistra democristiana. Addio laicità, e addio alla possibilità di dare una risposta modernamente «sociale» alle questioni della globalizzazione, del lavoro e dei mercati.

        Ora, la tesi macalusiana è nota. E lo ha visto polemizzare, negli anni, con l’«oltrismo» occhettiano, le furbizie familistiche dei «figli di Berlinguer», persino con le timidezze di Giuliano Amato, il leader che forse avrebbe potuto fare la battaglia che indica Emanuele, ma si tirò indietro. Proprio nelle pieghe degli eventi che hanno portato la sinistra – diciamo dalla vittoria dalemiana del ‘94 – a essere ciò che è (o non è) oggi, vanno rintracciati anche gli aneddoti più gustosi del libro. Per esempio quando Macaluso racconta di una confidenza fattagli da «Giuliano» (Amato), quando nel 2000 gli fu preferito Rutelli come candidato premier: «Il racconto mi è stato fatto dal protagonista (…), i Ds gli fecero questo ragionamento: “È chiaro che il candidato dovresti essere tu, ci sono difficoltà, ma noi lasciamo la decisione a te, se decidi avrai il nostro appoggio”. Amato ha tante qualità, ma non quella del combattente, e su questo fu giocata la partita».

        Una partita che ha visto un’ultima opportunità a Pesaro, quando Fassino inizialmente collocò il partito nell’area del riformismo socialista. Poi è andata diversamente. E allora Macaluso battaglia nel libro con Cacciari, Polito, o con il sindaco di Torino («non mi pare, come dice Chiamparino in modo riduttivo, che il problema della sinistra sia quello di elevare a simbolo della sinistra moderna un bravo manager come Sergio Marchionne»), in vario modo convinti che gli schemi novecenteschi non abbiano più molto da dire. Il vecchio riformista che è stato mezzo secolo nel Pci pensa il contrario, boccia il Pd «perché non è riformista», cioè è «la vecchia tentazione di creare un blocco di centro egemone, quello che alcuni sociologi dicevano della Dc: un partito società». Gli rivolge l’accusa più sanguinosa: «Anche Berlusconi, in fin dei conti, ha provato a fare questo tipo di partito». Il Pd non è neanche laico, «il perimetro identitario sui temi dei diritti viene tracciato da quei cattolici che la pensano come Savino Pezzotta». Ed è frutto di una manovra verticistica, «la nomenklatura dei due partiti vede il Pd come un’operazione che la conserva».

        Macaluso non crede che, nell’attuale spettro politico a sinistra del Pd, esista una possibile alternativa socialista unitaria. Crede però che senza una sinistra socialista, la storia delle rotture, scissioni e fuitìne iniziata a Livorno non è, questa sì, al capolinea.