Ma Sacconi: accordo che farà scuola

15/06/2010

L’appello del ministro a Epifani: in ballo il futuro della Fiat in Italia
ROMA— Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi si rivolge a Guglielmo Epifani per convincerlo a fare di tutto per salvare l’intesa. E anche alla Fiat perché «consideri il clima di larga condivisione che già si è prodotto in azienda». «Faccio appello ai vertici della Cgil – si legge in una nota diffusa in serata – affinché una valutazione più generale induca la stessa categoria ad accettare, pur con le riserve manifestate, un accordo utile a salvaguardare il futuro di Pomigliano d’Arco e con esso quello della Fiat in Italia». Per Sacconi il negoziato su Pomigliano è «una svolta storica» nelle relazioni sindacali e potrebbe condurre a uno schema produttivo definito l’altro giorno dal ministro Giulio Tremonti una «economia sociale di mercato». Non è vi dubbio che su Pomigliano alla fine si giochi una partita molto più ampia delle 5 mila famiglie il cui futuro è appeso ai 700 mila euro di investimenti promessi dall’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne in cambio di regole più flessibili.

«Pomigliano farà scuola», ha affermato ieri il ministro Sacconi a margine dell’assemblea annuale di Confindustria di Modena, perché «dimostrerà che nei territori si possono raggiungere punti di incontro tra esigenze di competitività di impresa e quelle legate alla qualità e alla buona remunerazione del lavoro dall’altro». L’obiettivo di Sacconi è quello di arrivare a deroghe sostanziali allo Statuto dei lavoratori in base ad accordi sul territorio e forme bilaterali. Un federalismo normativo che risponda alle esigenze produttive.
Lo stesso presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, chiudendo sabato i lavori dei giovani imprenditori a Santa Margherita, aveva ammesso che in Italia ci sono decine di aziende pronte a fare come la Fiat in Campania: investimenti in cambio di flessibilità in deroga allo statuto. E qui sta il punto più delicato di tutta questa vicenda. Il «farà scuola» di Sacconi si traduce in un meno rassicurante « cavallo di Troia». Ne è convinto il leader storico dell’ala più oltranzista della Fiom Giorgio Cremaschi secondo il quale «se passano altri sei-sette accordi in deroga così come si profila per Pomigliano il nostro modello contrattuale basato sullo statuo dei lavoratori andrà in pezzi».
Ma quanti sono i grossi gruppi, in un momento di crisi come questo, disposti a rischiare somme milionarie in nuovi modelli produttivi? Per la Marcegaglia sono «decine», per Giampiero Castano che al ministero dello Sviluppo economico guida l’unità di crisi sono interessate almeno in teoria quasi tutte quelle coinvolte da una forte ristrutturazione. Come il settore degli elettrodomestici o quelle aziende dove vi è una storica contaminazione con il mondo agricolo e dove, nel periodo di vendemmia, le assenze si decuplicano. Michele Tiraboschi, consulente di Sacconi al ministero, è convinto che in futuro la parola chiave sia l’abbandono del «centralismo regolatorio». Che dovrebbe arrivare entro il piano triennale del ministero con il nuovo Statuto del lavoro. Pericolo di violare la Costituzione? «Non esiste». Operai nuovi schiavi? «La vera schiavitù – spiega il professore – sta nel perdere il lavoro o farlo in nero». E si lavora in nero «anche perché le imprese scappano dalla burocrazia eccessiva».