Ma questa unità non va lontano

21/01/2002






SINDACATO
Brunetta: «Il welfare si fa in Europa, basta massimalismi»

Ma questa unità non va lontano

Cgil, Cisl e Uil ritrovano compattezza grazie all’offensiva di Maroni

      I l muro contro muro governo-sindacati sulle deleghe in materia di pensioni e lavoro ha riacceso il dibattito sullo spazio del dialogo sociale. Il focus non è tanto sui contenuti dei provvedimenti, quanto sull’opportunità dell’accordo con le organizzazioni dei lavoratori sui temi del welfare. Per la prima volta dal 1993, data di nascita delle concertazione con il patto sul costo del lavoro, sono in bilico le regole stesse, i rituali, del gioco delle parti. In causa, al di là della prova di forza sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (licenziamenti), ci sono le prerogative di ciascuno degli attori in campo. Sergio Cofferati, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti hanno messo da parte, momentaneamente, le pregiudiziali politiche così come le divergenze su tanti temi del Libro Bianco sul welfare (dalla liberalizzazione del collocamento, al part time, ai contratti formativi, alla certificazione) per allearsi contro quello che appare un attacco al loro ruolo. I leader di Cgil, Cisl e Uil si sono rivolti al padre nobile della concertazione, Carlo Azeglio Ciampi. Ma né gli effetti distensivi dell’intervento del Quirinale, né le aperture dell’ulim’ora del ministro Roberto Maroni risolvono il problema di fondo: la delegittimazione del sindacato in quanto rappresentante di interessi collettivi. Il governo Berlusconi, in nome dell’efficienza e della modernizzazione delle relazioni sociali, ha puntato, più o meno esplicitamente, a scavalcare, se non ad eliminare del tutto, come nota il sociologo industriale, Aris Accornero, il «corpo intermedio» dei sindacati, per raggiungere direttamente i cittadini-lavoratori. Il centrodestra rivendica il diritto di governare, anche il welfare, senza dover chiedere il consenso preventivo ad altre istanze, in questo caso i sindacati, cui non riconosce competenza, al di là del campo ristretto dei problemi del lavoro.
      Ma è possibile raggiungere accordi sociali di ampio respiro seguendo una via diversa da quella della concertazione? «No non è possibile, non c’è una via alternativa – dice l’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu – i fatti di questi giorni lo dimostrano e anche l’esempio spagnolo lo conferma». Il governo Aznar aveva iniziato a muoversi con piglio liberista, ma poi ha cambiato idea. Si è convertito al dialogo ed è riuscito a firmare alcuni patti sociali con tutte le sigle sindacali, comprese le «rosse» Comisiones Obreras. Secondo Renato Brunetta, invece, l’alternativa alla vecchia concertazione esiste ed è quella di spostare il dialogo sul piano europeo. «Il dibattito sul welfare torna ad essere importante, non dal punto di vista ideologico – dice l’economista di Forza Italia – ma nel contesto del processo di unificazione europea. Le differenze tra i modelli di concertazione evolutisi nei vari Paesi dal dopoguerra si stanno riducendo. La convergenza sulle regole e sui comportamenti finirà per formare un dialogo sociale europeo. Che non vuol dire, come sostiene Bertinotti, salari uguali per tutti, ma trattative comuni per decidere su beni pubblici importanti». Questa prospettiva sovranazionale è compatibile, secondo Brunetta, con relazioni industriali nazionali sempre più decentrate e focalizzate. «La contrattazione giorno per giorno tra sindacati e Confindustria – auspica Brunetta – deve diventare più flessibile, decentrata a livello aziendale e territoriale, più vicina ai singoli mercati del lavoro».
      I trattati europei assegnano un ruolo al dialogo con le parti sociali prima di passare al recepimento delle direttive Ue sul welfare. «Ma se non si raggiunge l’accordo – precisa Brunetta – il Parlamento svolgerà la sua funzione comunque». Ecco giustificato lo scavalcamento dei sindacati? «In Italia – risponde Brunetta – la cultura delle relazioni industriali è sempre stata consociativa oppure conflittuale. E’ ora di abbandonare il massimalismo. Non c’è scritto nella Costituzione che i sindacati abbiano il diritto di veto».
      Tuttavia la strategia oltranzista del governo e la scoperta pressione sulla Cisl per isolare la Cgil non hanno prodotto gli effetti sperati. Anzi. Pezzotta, che sembrava ormai disponibile a far cadere il tabù degli accordi separati, si è riavvicinato a Cofferati portandosi dietro un dubbioso Angeletti. E’ il leader della Cisl, oggi, il vero ago della bilancia. Il corpulento successore di D’Antoni ha deciso di resistere alle sirene dei centristi del governo in nome dell’autonomia sindacale. Dipende da lui l’unità della triplice e dunque l’esito dello scontro sulla rappresentatività. Confindustria invece non risulta più molto unita sulla linea di intransigenza abbracciata dal presidente Antonio D’Amato. «Basta con le guerre ideologiche», dice il presidente degli industriali emiliani, Massimo Bucci. «Non siamo tutti d’accordo sull’abbandono del dialogo», gli fa eco il presidente degli imprenditori vicentini, Valentino Ziche.
      «Si è incautamente trasformata una situazione di scarso conflitto sociale in un aperto contrasto – rileva il sociologo Bruno Manghi – non c’era in atto un vero e proprio conflitto tra lavoratori e imprese, molte delle misure di cui si parla non sono pesanti socialmente. Confindustria ha voluto trasformare in una bandiera ideologica l’articolo 18». Così ha resuscitato sentimenti collettivi che sembravano passati di moda e ha rianimato la capacità di mobilitazione dei sindacati. «In compenso – prosegue Manghi – si è congelato il confronto su temi scottanti quali la privatizzazione del mercato del lavoro, o la partecipazione dei lavoratori alle strategie di gestione aziendale».
      Sullo sfondo rimane la crisi di identità di sindacati uguali a se stessi da una quindicina d’anni in un contesto politico ed economico completamente mutato. Un problema che tocca in particolare la Cgil. L’organizzazione di Cofferati non sta perdendo iscritti ma sta cambiando pelle. Metà dei suoi ricavi arriveranno quest’anno dai servizi e l’altra metà dai tesseramenti. Lo zoccolo duro dei cinque milioni e mezzo di tesserati è sempre formato dai pensionati ma sono in aumento i giovani, gli extracomunitari e le donne e, tra i lavoratori attivi, crescono gli atipici.
Roberta Scagliarini