Ma per il Mezzogiorno la corsa è ancora frenata – di Pietro Busetta

12/04/2002





Ma per il Mezzogiorno la corsa è ancora frenata
di Pietro Busetta

Un Mezzogiorno che cammina, ma che non corre. Questa la fotografia che appare sia dai dati Istat di gennaio, sia da quelli relativi agli ultimi anni. E se è vero che finalmente è stata superata la mitica quota, compresi i sommersi, dei sei milioni di occupati, è anche vero che nell’area continua a lavorare solo poco più di una persona su quattro. E le previsioni di crescita per i prossimi anni, sia per quanto attiene al Pil sia al numero degli occupati, malgrado restino positive, non hanno dimensioni tali da far assorbire quella forza lavoro che si andrà presentando sul mercato. Il capitale umano. Tutto ciò malgrado la chiusura del Qcs 1994-1999, che avrebbe dovuto portare a spendere notevoli quantità di denaro e malgrado Agenda 2000 che dovrebbe indirizzare risorse consistenti su tutti i territori ad Obiettivo 1. Intanto i dati demografici del nuovo censimento danno una informazione netta circa la diminuzione della popolazione dell’area. Di fronte ad un mercato del lavoro agile e vivace come quello del Centro-Nord, nel quale la domanda continua ad essere sostenuta, l’offerta di lavoro si sposta territorialmente, privando il Mezzogiorno di una risorsa importante, il suo capitale umano, che resterebbe, però, probabilmente inutilizzato se restasse in zona. Con conseguenze sulla popolazione dell’area. Per esempio su quella della Sicilia o della Campania, regioni che vedono diminuire i propri residenti rispettivamente di 300mila e di 128mila. Ma il fenomeno riguarda tutta l’area che perde circa 600mila persone. In cerca di occupazione. Di fronte ad una situazione di emergenza con quasi 1,4 milioni senza lavoro, la metà dei quali giovani in cerca di prima occupazione, le soluzioni che si prospettano sono di ordinaria amministrazione. Né si va sempre coerentemente avanti sulla strada dell’attuazione delle quattro condizioni minimali che già da qualche anno trovano ampio consenso, Antonio D’Amato in testa, come indispensabili per lo sviluppo del Mezzogiorno: infrastrutture, criminalità organizzata, fiscalità compensativa e flessibilità salariale. Per ognuna di esse le difficoltà e le resistenze sono di quelle difficilmente superabili e così, solo per fare un esempio, le Ferrovie non destinano quel 30% che dovrebbero al Sud per cui vedono bocciato dal Cipe il loro piano aziendale, la Tremonti bis rende indifferente la localizzazione degli investimenti nelle varie parti del Paese. Le proposte di modifica delle regole del mercato del lavoro portano, poi, ad un confronto-scontro con i sindacati, più preoccupati a difendere l’esistente piuttosto che a percorrere vie nuove con tutte le incognite che queste potrebbero riservare. Le possibili soluzioni. La strada da percorrere per affrontare in modo proporzionato all’entità della problematica in gioco viene invece lasciata quasi come residuale. L’attrazione degli investimenti dal l’esterno dell’area che ha risolto il problema di una realtà come quella irlandese – che pur se di dimensioni complessive più limitata, ha rappresentato una bella scommessa vinta – rimane lontana. Per cui il contratto d’area di Manfredonia ritarda di anni il suo avvio: intanto, tra i ritardi dei fondi strutturali e della modernizzazione del sistema, i nostri imprenditori delocalizzano nell’Est europeo, spesso più vicino e più interessante da un punto di vista delle convenienze allocative complessive. Mentre quelli esterni all’Italia, tranne rare eccezioni, non ci pensano nemmeno a considerare il Sud come zona dove investire. Eppure ormai al Sud si può fare impresa in modo interessante se è vero che solo nell’ultimo anno l’industria in senso stretto ha visto aumentare gli addetti di 31mila occupati e che il volume delle esportazioni cresce ad un ritmo consistente, in alcuni periodi più elevato di quello del resto del Paese. Ed allora per mettere il turbo al processo di sviluppo del reddito che porti ad un conseguente aumento degli occupati è necessario far presto e bene concentrandosi sull’attrazione di investimenti esteri ma anche su accordi del genere di Manfredonia che portino "colonie" di imprenditori. Essi insieme potranno affrontare meglio una situazione che presenta sempre elementi di rischio importanti non solo nell’immaginario. Avendo sempre presente che da questa parte d’Italia passa la strada che può portare il Paese ai livelli di sviluppo del resto d’Europa.

Venerdí 12 Aprile 2002