Ma nei poli prevale l’idea di non isolare la Cgil

22/03/2002




il punto
Ma nei poli prevale l’idea di non isolare la Cgil
      Dopo tre giorni terribili la riscossa della sinistra riformista, se possiamo chiamarla così, è testimoniata dalle analisi di Fassino e D’Alema. Entrambi insistono su due punti. Da un lato, negano qualsiasi valore alle tesi massimaliste che hanno presentato il governo Berlusconi come un «regime», per sua natura illegittimo. Dall’altro, indicano che l’obiettivo dei brigatisti è «lo Stato e non un governo». Lo Stato: ossia le istituzioni nel loro complesso. Non l’esecutivo Berlusconi. Lo afferma Fassino in un’intervista che rappresenta uno sforzo importante per definire il terreno comune su cui maggioranza e opposizione possono ritrovarsi. Non è l’unità nazionale di vecchio stampo, perché non si annullano le differenze di fondo tra schieramenti contrapposti: a cominciare dall’articolo 18 e dalla dialettica politico-sindacale che ruota intorno a quella simbolica modifica voluta dal governo. Ma è pur sempre un tentativo, da parte dei riformisti, di non disperdere la propria identità. Cioè di non piegarsi al gioco dei terroristi.
      Il punto è essenziale alla vigilia della manifestazione sindacale di Roma. In sostanza si respinge la tentazione di rispolverare il vecchio schema della «strage di Stato». Così come si prendono le distanze dalla «politica della spallata»: la linea estremista entro cui la Fiom-Cgil (per la verità prima dell’attentato di Bologna) voleva incanalare il movimento di piazza, nella speranza di provocare la caduta traumatica del governo Berlusconi.
      Adesso, a poche ore dal grande raduno di Roma, il vertice politico della Quercia prova a riprendere in mano la situazione. Lo fa offrendo a Sergio Cofferati una cornice che si spera idonea ad affrontare uno dei momenti più delicati nella storia della Cgil. In sintesi: unità contro il terrorismo, distinzione sull’articolo 18 e sul resto della politica economica, salvaguardia della logica riformista contro i tentativi di «strumentalizzare» la tragedia di Bologna. Ben sapendo che il termine «strumentalizzare» è in questo caso sinonimo di «destabilizzare». Ossia destabilizzare il sindacato, da sinistra o da destra. Farlo deragliare da quella linea moderata che la Cgil di Cofferati, pur con tutte le sue chiusure e intransigenze, non ha finora abbandonato.
      Non si tratta quindi di limitarsi ad «abbassare i toni». Ma di muoversi sul sentiero stretto che per un verso non rinuncia alla mobilitazione sociale contro il governo; e dall’altro delimita i confini politici di tale mobilitazione, per non alimentare gli estremismi.
      S’intende che tale linea, volta a non esasperare le difficoltà di Cofferati, ha bisogno di trovare una sponda nella maggioranza. L’ha trovata a metà. Il richiamo di Berlusconi alla necessità del «dialogo» va in questa direzione. Ma il modo un po’ provocatorio con cui il ministro Maroni si rivolgeva ieri ai sindacati, nel momento stesso in cui li invitava a tornare intorno al tavolo, dimostra che le ferite sono ancora troppo recenti perché si possa ignorarle.
      In qualche misura lo scontro sociale deve ancora consumarsi. E il «dialogo» per adesso resta un mero obiettivo. O una convenzione che indica la volontà di non lacerare il tessuto civile del Paese. Anche perché al momento manca il contenuto. Il governo non può ritirare la riforma all’articolo 18, il sindacato non può recedere dalle sue posizioni. Il massimo che si può pretendere, nelle file della maggioranza e dell’opposizione, è che non sia disperso un filo sottile: il metodo riformista. Quel metodo per il quale Marco Biagi è stato ucciso.
      Sotto questo aspetto ha ragione Giuliano Ferrara quando ammonisce: «Attenti a non rovesciare la frittata». Attenti cioè a non perdere di vista che il cuore del problema è l’attentato al riformismo. L’altra questione, certo molto grave, ossia la mancata scorta di polizia a Biagi, la solitudine del professore, va chiarita a fondo. Ma non può sovrapporsi al punto politico, cioè alla causa dell’omicidio di Bologna, tre anni dopo l’assassinio (per le stesse ragioni) di D’Antona.
di STEFANO FOLLI


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