Ma Marchionne tira dritto: in fabbrica strategia invariata

11/08/2010


TORINO – Fastidio per aver appreso dalle agenzie la decisione del giudice ma nessun commento sul merito della sentenza: «Parleremo quando avremo le carte in mano», dicevano ieri al Lingotto. Il dispositivo che ha condannato la Fiat a far rientrare in fabbrica i tre operai di Melfi non cambierà comunque la strategia messa a punto per gli stabilimenti italiani da Sergio Marchionne. Una strategia basata anche sulla modifica delle norme che finora hanno regolato i rapporti di lavoro e quelli con i sindacati in azienda.
In effetti, la sentenza di un giudice che condanna la Fiat per comportamento antisindacale non è una novità in assoluto. Lo è nella Fiat di Marchionne perché uno degli ingredienti che avevano caratterizzato i primi anni dell´ad a Torino era stato il buon rapporto che aveva avuto con tutti i sindacati nel momento difficile in cui si trattava di salvare gli stabilimenti dal rischio del fallimento. Che quell´idillio fosse in qualche modo destinato a concludersi, era nella logica delle cose. Che si arrivasse al licenziamento dei delegati della Fiom e alla conseguente condanna di un tribunale, era meno scontato. Perché era tempo che la Fiat non veniva condannata per aver tenuto un comportamento «obiettivamente idoneo a conculcare il futuro sereno esercizio del diritto di sciopero e a limitare l´esercizio dell´attività sindacale».
Ma il messaggio giunto ieri dal tribunale di Melfi va molto al di là dell´episodio specifico e della questione dei licenziamenti. E´ un messaggio che conferma quanto i legali della Fiat e degli stessi sindacati sanno da tempo: che la modifica degli accordi e delle leggi vigenti potrà anche essere contenuta in accordi sindacali, unitari o separati che siano, ma deve comunque passare la verifica della magistratura del lavoro. E che quella magistratura non è automaticamente propensa a dare ragione alle innovazioni che si vogliono introdurre per garantire meglio la riuscita degli investimenti.
Un caso concreto è quello della «Newco» che dovrà sostituire l´attuale Fiat di Pomigliano. I lavoratori dello stabilimento napoletano dovranno essere licenziati e contestualmente riassunti nella Newco firmando una nuova lettera di assunzione e un nuovo contratto di lavoro. Ma l´articolo 2112 del codice civile impone che le nuove condizioni di lavoro siano allo stesso livello di quelle precedenti a meno che non sia il lavoratore a rinunciare a diritti acquisiti. Che cosa accadrà a quei lavoratori che, al momento della riassunzione, non rinunceranno? E che cosa accadrà se faranno ricorso al magistrato? Il rischio di una valanga di ricorsi è dietro l´angolo. Se poi a rimanere fuori dalla «Newco» saranno gli iscritti alla Fiom, l´eventualità di una nuova condanna per comportamento antisindacale è molto alta. La sentenza di ieri è stata motivata con il fatto che licenziando i delegati della Fiom la Fiat avrebbe voluto colpire una «organizzazione notoriamente protagonista, a seguito di determinate scelte di politica industriale e di organizzazione del lavoro, operate dal gruppo Fiat (in particolare, l´accordo di Pomigliano), di una serrata critica sindacale nei confronti di tutte le società facenti capo al gruppo medesimo».
I dietrologi più incalliti sostenevano ieri che l´eventuale aumento dei ricorsi in magistratura fornirebbe a Marchionne un´ottima occasione per abbandonare il cospicuo piano di investimenti in Italia e andare a produrre altrove. Uno scenario inverosimile perché presupporrebbe una polemica dell´ad contro i giudici che non si addice assolutamente al personaggio. Ma certo la sentenza di ieri è un campanello d´allarme e non sembra destinata a riaccendere il feeling dello stesso Marchionne con l´Italia proprio mentre il lavoro fatto in America comincia a dare le sue soddisfazioni.