Ma la Ue rilancia: la riforma è urgente

12/12/2002


              12 dicembre 2002




              Ma la Ue rilancia: la riforma è urgente


              ROMA – In Italia «appaiono necessarie ulteriori riforme» delle pensioni. Anche perché «il periodo di transizione» della legge Dini «è troppo lungo per far fronte agli squilibri demografici» e «deficit considerevoli sono attesi per il futuro». Senza considerare che il sistema previdenziale deve fare i conti con un elevato livello del debito pubblico, che costituisce «il vincolo maggiore». È un messaggio chiaro quello contenuto nell’ultima versione del primo rapporto europeo sulle pensioni, che sarà discusso la prossima settimana a Bruxelles dalla Commissione Ue. In altre parole, dalla Ue sta per arrivare al nostro Paese un nuovo invito a intervenire rapidamente sulle pensioni, nonostante nella relazione inviata nelle scorse settimane dal Governo italiano (come peraltro da tutti gli Stati membri) a Bruxelles si evidenzi che la situazione sia ancora sostanzialmente sotto controllo. Intanto il via libera della commissione Lavoro della Camera alla delega-Maroni sulle pensioni slitta a gennaio del 2003. Il Rapporto Ue. Nell’ultima versione del rapporto Ue si riconosce all’Italia di aver varato tre importanti riforme del sistema previdenziale nel ’92 (Amato), nel ’95 (Dini) e nel ’97 (Prodi), che hanno contribuito a ridurre la crescita della spesa per la quale si attende «un’ulteriore» frenata nell’immediato futuro. Ma si fa anche notare che attualmente il sistema pensionistico resta «in deficit» dell’0,8% del Pil nonostante un tasso di contribuzione «molto elevato» del 32,7% sui salari dei lavoratori dipendenti. E si sottolinea che se nel valutare l’impatto sul prodotto interno vengono calcolate anche le pensioni sociali, i sussidi statali salgono al 3% del Pil per poi lievitare ulteriormente a quota 4,5% entro il 2010. Nel rapporto si ricorda anche che, proprio grazie alle riforme degli anni 90, nel 2000 l’incidenza della spesa complessiva sul Pil è stata del 13,8%, ma che è destinata a crescere fino al 16% nel 2033. Dati che dimostrerebbero, secondo la Ue, come sia necessario intervenire rapidamente, visto anche che «l’elevato finanziamento riflette il lungo periodo di transizione del primo pilastro», ovvero della previdenza pubblica. Il nodo del debito. Nel rapporto si afferma che la sostenibilità del sistema pensionistico in Europa «è in larga misura legato alla sostenibilità delle finanze pubbliche nel loro complesso perché le pensioni sono un importante componente della spesa totale e il loro finanziamento spesso coinvolge interventi dei Governi». E quanto all’Italia si aggiunge che l’elevato livello di debito pubblico «costituisce il vincolo maggiore». Anche per questo motivo sarebbe necessario un intervento sulla previdenza. Ad affermare che «gli stimoli della Ue, anche quando sembrano troppo severi, possono soltanto aiutarci a compiere quegli ulteriori interventi che sono necessari per dare maggiore stabilità al sistema pensionistico», è Giuliano Cazzola. Che presieduto la commissione incaricata da Maroni di stendere il rapporto sul quadro previdenziale italiano. Ma il numero due della Uil, Adriano Musi, ribadisce che «la riforma delle pensioni non serve». La delega. Il via libera della commissione Lavoro di Montecitorio alla delega-Maroni slitta a gennaio. E anche per questo motivo sono stati accantonati gli emendamenti sull’abolizione totale del divieto di cumulo e sulla "totalizzazione". La Commissione, come ha detto il presidente della commissione, Domenico Benedetti Valentini (An), avrà così anche la possibilità di valutare l’esito «del nuovo confronto tra Governo e parti sociali» annunciato dal ministro Maroni.
              MARCO ROGARI