Ma i direttori del personale sono critici

26/05/2003




              Lunedí 26 Maggio 2003
              Lavoro
              Ma i direttori del personale sono critici


              Un’iniezione di flessibilità nella struttura dell’orario di lavoro. È questo lo scopo dichiarato del Dlgs 66/2003, in vigore dal 29 aprile, che cancella, in via definitiva, il tetto massimo giornaliero di otto ore più due di straordinario e fissa come nuovo limite le 48 ore settimanali, da calcolare sulla media quadrimestrale.
              Assumere come riferimento un periodo di quattro mesi (che può peraltro essere esteso in particolari casi) permette molte deroghe alla soglia delle 48 ore e lascia ampi margini di manovra alle singole aziende, che possono impostare il lavoro sulla base delle proprie esigenze organizzative e produttive.
              Le conseguenze effettive della decisione, però, sono ancora tutte da valutare: l’articolo 18 del decreto, che imponeva ai contratti in scadenza l’adeguamento alla nuova normativa entro il 2004, è stato cancellato, e le modalità di applicazione dipenderanno dalle trattative tra le parti sociali. Non è del tutto chiaro, inoltre, quali siano le disposizioni abrogate dall’entrata in vigore del decreto.
              Proprio questa incertezza condiziona il giudizio degli esperti del settore, a partire dai responsabili delle risorse umane. Marco Ornago, direttore del personale di Microsoft Italia, vede una contraddizione nel decreto, che «definisce nel dettaglio i concetti di orario normale, lavoro straordinario e riposo giornaliero, e poi rimanda il tutto alla contrattazione». «Nella pratica – aggiunge – più delle regole contano la trasparenza e la fiducia fra imprenditori e dipendenti. Se manca questa impostazione culturale, qualsiasi regola è inefficace».
              La nuova normativa non entusiasma nemmeno Antonio Golini, presidente lombardo dell’Associazione italiana per la direzione del personale, secondo il quale «non è ancora stato definito nulla, e tutto dipende da cosa verrà stabilito dalla contrattazione. In questo modo si rischia di fare molti passi indietro, rompendo gli equilibri che erano stati raggiunti nelle aziende».
              Questi limiti, a giudizio di Golini, segnalano una «carenza di cultura imprenditoriale da parte del mondo politico, che troppo spesso mostra di non conoscere la realtà delle aziende» «In Italia – aggiunge – la flessibilità c’è in misura più che sufficiente, ma quello che manca sono gli strumenti culturali e legislativi per governarla». Fredda, ma per motivi opposti, l’accoglienza del decreto da parte dei sindacati. Giorgio Santini, segretario confederale Cisl, sottolinea che «il mantenimento della contrattazione nazionale come termine di riferimento è una conquista importante, ma i meccanismi di calcolo dell’orario stabiliti dal decreto sollevano molti problemi, perché fanno rientrare nella media complessiva anche i periodi di malattia e di ferie con un conseguente abbattimento del numero di ore lavorate. Il fatto è che l’Esecutivo ha agito senza un’intesa fra le parti, e ha deciso in maniera autonoma anche l’estensione delle nuove regole a categorie particolari come quella dei trasporti. Su tutti i punti critici il Governo deve riprendere il dialogo con il sindacato».

              GIANNI TROVATI