Ma gli incentivi a restare al lavoro non piacciono a impiegati e operai

11/04/2003

         
        VENERDÌ, 11 APRILE 2003
         
        Pagina 31 – Economia
         
        IL DOCUMENTO
         
        Una ricerca dell´Ires-Cgil sulla riforma previdenziale introdotta dalla delega
         
        Ma gli incentivi a restare al lavoro non piacciono a impiegati e operai
         
         
         
        Maroni convoca i sindacati. Epifani: sulla previdenza non si passa
         
        RICCARDO DE GENNARO

        ROMA – «Siamo stanchi di lavorare, vogliamo andare in pensione il più presto possibile». Quasi la metà dei «lavoratori tra i 45 anni e i 65 anni», per l´esattezza il 46,1 per cento, respinge in questo modo l´opzione consentita dagli incentivi a restare al lavoro contenuti nella delega previdenziale del governo per chi ha maturato i requisiti per la pensione di anzianità. Ed è anche contraria all´innalzamento dell´età pensionabile oltre i 65 anni. La ragione principale? La stanchezza. Per il 64,4 per cento di coloro che hanno già deciso di andare in pensione prima dei 65 anni lavorare stanca. Siccome il campione è fatto per il 40,3 per cento di impiegati e solo per il 25,7 di operai (ma soltanto il 14,1 lavora nell´industria), si desume che la stanchezza non è collegata direttamente a una mansione faticosa. Un altro 12,6 per cento, invece, è spinto alla «fuga» dal lavoro per l´incertezza delle norme pensionistiche, un altro 12,6 va via per motivi di salute.
        La ricerca dell´Ires-Cgil sul rapporto lavoro-pensione, che verrà presentata oggi a Roma, ha «sondato» anche due altre categorie di lavoratori (complessivamente 800 persone). Sono i «quasi pensionati», quelli cioè che hanno già presentato domanda di pensionamento anticipato, e i pensionati che hanno deciso di continuare a lavorare. Anche tra i «quasi-pensionati», rileva l´Ires-Cgil, la scelta di andare in pensione con l´anzianità è dettata in primo luogo da stanchezza e noia per il proprio lavoro; mentre il 16,6 per cento la giustifica con ragioni di salute (nel gruppo dei quasi-pensionati prevalgono gli operai, pari al 59,3 per cento). Quanto ai «pensionati-lavoratori», il 44,6 per cento è rimasto a lavorare per motivi economici, il 32,3 perché ama il suo lavoro, il 27,2 per cento per mantenersi attivo, il 15,4 per «fare una nuova esperienza». Dall´indagine dell´Ires-Cgil, promossa dallo Spi e pubblicata da Ediesse, emerge tra l´altro che la «seconda carriera» è di gran lunga più facile nel commercio e nell´artigianato che nell´industria o nell´agricoltura.
        I lavoratori ascoltati dall´Ires danno poi un giudizio negativo sulle recenti proposte di lavorare oltre i 65 anni: il 54,2 per cento ritiene che siano assurde, anche se un altro 29,4 per cento le giudica interessanti. L´insieme dei risultati rappresenta una carta che i sindacati potranno giocarsi nell´ambito dell´imminente confronto con il governo sulla delega previdenziale in discussione al Senato: ieri il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha convocato i vertici di Cgil, Cisl e Uil per giovedì prossimo. Nel frattempo, i sindacati si oppongono alle sollecitazioni della Banca europea. «Il rituale richiamo della Bce a riformare i sistemi pensionistici riguarda i Paesi che ancora non l´hanno fatto. L´Italia la riforma l´ha già fatta», dicono in coro Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, numeri uno di Cisl e Uil. «No a una nuova riforma. È ora di finirla con questa ambiguità e con la tentazione di intervenire sulla previdenza ogni qualvolta il governo ha bisogno di fare cassa», aggiunge Guglielmo Epifani, leader Cgil.