Ma era meglio puntare sul «contributivo»

18/12/2001

Il Sole 24 ORE.com






    Ma era meglio puntare sul «contributivo»
    di Sandro Gronchi
    La riforma "contributiva" del 1995 ebbe, fra gli altri, il merito di porre fine a due aspetti particolarmente iniqui del «modello retributivo» il quale concede inaccettabili privilegi a chi già ha la fortuna di poter vantare retribuzioni finali elevate, le quali consentono pensioni annue maggiori, e/o carriere lavorative precoci e ininterrotte le quali consentono l’accesso al pensionamento per anzianità e perciò maggiori durate del trattamento pensionistico. Entrambe le iniquità furono efficacemente combattute immaginando un sistema pensionistico che spalma sulla vita residua il capitale "virtualmente" accumulato al pensionamento per effetto dei contributi versati. In verità, la fine delle iniquità avrà una decorrenza piuttosto remota perché riguarderà i soli lavoratori che avranno iniziato l’attività lavorativa dopo il 1995. Poiché una carriera piena dura 40 anni, le iniquità sopravviveranno fino al 2035, "incorporate" nelle pensioni interamente retributive che saranno liquidate per prime e nella quota retributiva delle pensioni "miste" (retributivo/contributive) che saranno liquidate successivamente. Il privilegio di chi potrà vantare retribuzioni finali elevate è superabile solo applicando integralmente il metodo contributivo. Diverso è il caso dei pensionamenti anticipati il cui privilegio potrà essere eliminato in altro modo. Per spiegare la proposta, si osservi che il modello contributivo prevede la diversificazione per età dei coefficienti di trasformazione: a parità di contributi versati, chi accetterà di andare in pensione più tardi potrà contare su un coefficiente più alto e perciò su una pensione più generosa. Ebbene, le stesse «correzioni per età» potrebbero essere applicate, fin d’ora, alle pensioni retributive e alle quote retributive delle pensioni miste. Le correzioni produrrebbero l’effetto di rendere attuarialmente equivalenti (a un tasso di sconto dell’1,5% in termini reali) i flussi di pensione spettanti a età di pensionamento diverse. Le correzioni attuariali, basate sui coefficienti di trasformazione tipici del modello contributivo, dovrebbero riguardare tutte le pensioni (o quote) retributive che saranno liquidate entro il 2035 e non soltanto le pensioni di anzianità che saranno liquidate entro il 2004 (2007 per gli operai) a lavoratori con meno di 57 anni. Anzi, per le pensioni di anzianità la proposta incontra il limite rappresentato dal fatto che la riforma del 1995 non ebbe ragione di rendere disponibili coefficienti di trasformazione per età inferiori a 57 anni (essendo questa l’età minima di pensionamento ammessa a regime). Il problema è tecnico ed è risolvibile provvedendo al calcolo dei coefficienti mancanti oppure, pragmaticamente, estendendo alle età inferiori la correzione applicabile ai cinquantasettenni. Pur nella generale incertezza delle ultime settimane, e nonostante gli accenni alla "fase 2", il Governo sembra per ora orientato in direzioni diverse da quelle sopra auspicate. L’attenzione sembra concentrata sulla previdenza complementare e la destinazione forzata del Tfr "accantonando" ai fondi pensione. Il costo finanziario che la destinazione addosserebbe alle imprese potrebbe essere compensato in diversi modi, anche mediante la "decontribuzione" (riduzione dell’aliquota contributiva) per i nuovi assunti. L’idea sembra essere che eventuali desistenze sul fronte pensionistico possano agevolare contropartite su altri fronti, in particolare quello della riforma del mercato del lavoro. Pur accettando le logiche ispiratrici, il disegno governativo ha bisogno di verifiche tese a stabilire se esso può essere convenientemente accettato sia dai lavoratori sia dalle imprese. In verità, la verifica dipende dallo scenario di lungo periodo adottato. Ipotizzando che, in termini reali, la remunerazione dei fondi Tfr sia dell’1% (generata da una inflazione del 2%) e il rendimento delle attività finanziarie sia del 3%, si può valutare che, a regime, la "ridestinazione" del Tfr generi, per il complesso delle imprese, un maggior costo lordo di 4.443 miliardi il quale potrebbe essere più che compensato (così da incentivare le imprese) solo mediante decontribuzioni superiori a 1,2 punti. Infatti, ogni punto di contribuzione vale 3.800 miliardi. Dal punto di vista del singolo lavoratore, il versamento ai fondi pensione del Tfr accantonando comporta maggiori rendimenti e perciò la disponibilità, al pensionamento, di un credito verso il secondo pilastro (fruibile in capitale e rendita) superiore al Tfr (interamente fruibile in capitale). Sulla base dei tassi già menzionati e dell’ipotesi ulteriore che la retribuzione annua cresca al 3% in termini reali, si può stimare che il vantaggio sia pari al 53% dell’ultimo salario. Stante il metodo di calcolo contributivo, la decontribuzione comporta la riduzione del montante disponibile al pensionamento, e cioè del credito allora maturato verso il primo pilastro (interamente fruibile in rendita). Immaginando una crescita economica (e perciò un rendimento dei contributi) dell’1,5% in termini reali si può stimare che ogni punto di contribuzione concorra alla formazione del montante in misura pari al 28% dell’ultima retribuzione. Pertanto, decontribuzioni superiori a 2 punti percentuali abbatterebbero il montante in misura inaccettabilmente superiore al vantaggio derivante dalla ridestinazione del Tfr. In conclusione, i margini appaiono piuttosto ristretti e la decontribuzione possibile per entrambe le parti dovrebbe essere compresa fra 1,2 e 2 punti. Il vantaggio comparato dei lavoratori rispetto alle imprese sarebbe tanto maggiore quanto più l’esito della trattativa si attestasse su valori vicini al limite inferiore di questo «intervallo contrattuale». I sindacati non sembrano intenzionati ad avviare alcuna trattativa in tal senso dichiarandosi pregiudizialmente contrari a ogni forma di decontribuzione. È possibile che il Governo finisca per accettare questa impostazione, e che si rinunci a ogni forma di decontribuzione. Del resto, la decontribuzione si autofinanzia nel lungo periodo ma, nel breve, costerebbe molto allo Stato a meno che non sia finanziata aumentando le aliquote contributive dei lavoratori autonomi. Un’ipotesi, questa che era stata inizialmente proposta ma che dovrebbe fare i conti con l’attenzione che le categorie interessate riservano ai costi contributivi odierni piuttosto che alle pensioni loro spettanti in base al metodo contributivo. Si tratta, oltretutto, di categorie che concorrono in modo importante alla base elettorale di questa maggioranza. È un peccato che l’occasione sia perduta per aggredire il disavanzo dei bilanci previdenziali come suggerirebbe un debito pubblico esorbitante tuttora in crescita, e per aumentare i tassi di attività così da contrastare la crescente rarefazione dell’offerta di lavoro.
    Martedí 18 Dicembre 2001
 
|

|