Ma è già nata l’oligarchia dei grillanti

26/09/2007
    mercoledì 26 settembre 2007

    Pagina 11 – Politica

    Retroscena
    Liti e scomuniche Come in un partito

      Ma è già nata
      l’oligarchia
      dei grillanti

        JACOPO IACOBONI

        E su, ci vorrebbe anche un «vaffa» autoironico, che Beppe Grillo si alzasse e urlasse «not in my name», non vi scannate tra voi a nome mio. Ecco, e sia scusata visto il tema la franchezza: quand’è che Grillo manderà affanculo anche i custodi dell’ortodossia del V-day? Già perché fa un po’ ridere quel che sta capitando nel mondo dei fan di Beppe, i grillanti già si dividono e litigano, un’aristocrazia che si sente legittimata direttamente dal comico attacca quelli che invece usurperebbero il marchio “V” come se fosse il simbolo di una Udeur qualsiasi; oltretutto è probabile che tutto accada malgré Beppe, come spesso succede a chi ha fatto detonare una bomba, e non può sapere quante schegge ci saranno, e se colpiranno i bersagli voluti oppure no. Lunedì un gruppo di fan del comico ha creato un falso blog di Casini in cui l’ex presidente della Camera assicurava di esser pronto a entrare a Palazzo Chigi, stampellando la maggioranza. Per un po’ qualcuno c’ha creduto – sorpreso semmai che Casini lo dicesse. I giornali l’hanno riportato. Anche Pier ne è venuto a conoscenza, e ha querelato i burloni. Tutto normale, «ce l’aspettavamo», dicono adesso questi grillanti di serie B; perché esistono, si scopre ora, quelli di serie A, gli oligarchi o i sacerdoti del verbo: che ieri li hanno scomunicati un po’ come si faceva a Campo de’ Fiori.

        Ricordate? Una delle trovate più sussiegose seguite al V-Day è stata l’idea di marcare con un bollino i meet-up autentici, i comitati di grillanti di origine controllata. Parve fin da subito idea meno travolgente della raffica di vaffa che ci aveva fatto sganasciare a Bologna, qualunque cosa pensassimo delle accuse di populismo rivolte al comico. «All’inizio era un grande show, e almeno in parte doveva restare così», dice uno dei grillanti di serie B, tra gli autori della burla ai danni di Casini. Ma siamo tutti così seri, in Italia…

        E Casini, querelando, non è neanche stato quello che s’è arrabbiato di più; a prendersela davvero sono stati i grillanti che «siamo noi i veri grillanti», quelli della purezza tradita, che già vedono la Forza originaria dell’Idea sbiadire in un «cazzeggio demenziale» (parole loro). Ma non era nato tutto appunto dal «cazzeggio»? E quand’è il momento della vita (o della storia) in cui si diventa irrimediabilmente seriosi? I grillanti di serie A l’hanno doppiato alla velocità della luce se accusano gli altri con toni così, «siete dei c…, se volete prendere iniziative personali (e ovviamente potete), non nascondetevi dietro il simbolo del V-day! Cosa c’entra il V-day, scusate?». Qualcuno ha difeso i reprobi, «non cadiamo in errore, dare una forma al V-day significa dare la possibilità di minarlo e strumentalizzarlo»; ciononostante il peso degli insulti è stato così forte da indurre i falsari a un classico alla Giordano Bruno: le scuse sulla pubblica piazza (la Rete, stavolta). «Su richiesta di molti abbiamo tolto il simbolo del V-day. Con tutti i problemi che ora abbiamo non vogliamo scatenarci contro anche 300 mila persone (delle quali abbiamo fatto parte anche noi), per carità. Certo è che non ci aspettavamo che la V fosse diventata più sacra della Madonna di Loreto. Non sapevamo che ci fossero dei sacerdoti custodi del pensiero puro». Pensavano che la protesta potesse declinarsi in diverse forme, che non ci fosse un canone, un vangelo sacro della contestazione. «Non avevamo capito che Grillo fosse diventato un guru e che ci fossero degli adepti superortodossi da non offendere, non ci eravamo accorti che ne fosse nata una nuova religione. Eppure ci era sembrato che lo stesso Beppe avesse fatto capire più di una volta che “sta storia del guru è una c…”».

        Come i fratelli grillanti, anche i fratellastri sono ragazzi con parecchio tempo libero nella giornata; ma sono poi colti, autoironici, raffinati, colpe insopportabili in ogni transizione dalla rivoluzione al termidoro. Il loro portavoce, scusandosi di aver turbato gli ortodossi, sul blog si firma Diadorim Riobaldo, unendo i nomi di due personaggi del «Grande Sertão», il romanzo di João Guimarães Rosa, storia di briganti, di uomini in guerra, di donne inafferrabili; storia di un ex bandito, Riobaldo, narrata da lui stesso a un dottore silenzioso in viaggio nel Sertão. Un ex bandito? Coi grillanti? Era chiaro che non gli avrebbero dato il bollino chiquita.