M. Vargas Llosa – Il volto ancora oscuro del commercio di uomini

22/12/2000



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22 Dicembre 2000Oggi in edicola Pagina 15
Il volto ancora oscuro
del commercio di uomini


di MARIO VARGAS LLOSA


È UNA grande ingiustizia storica che Leopoldo II, il re dei belgi, morto nel 1909, non figuri, assieme a Hitler e a Stalin, tra i criminali politici più sanguinari del ventesimo secolo. Perché quello che fece in Africa, nel corso dei ventun anni che durò lo Stato Libero del Congo (1885 a 1906) da lui creato, equivale quanto a brutalità genocida e ferocia, agli orrori dell’Olocausto e del Gulag. A coloro che credono che io esageri e al resto del mondo, invito a leggere Neal Asherson, "The King incoroporated: Leopold the Second Age of Trusts", o un libro ancora più recente, pubblicato negli Stati Uniti l’anno scorso e che per una felice coincidenza mi sono trovato tra le mani, "King Leopold’s Ghost", di Adam Hochschild. Avranno così una visione molto concreta e grafica dei danni del colonialismo e saranno più comprensivi al momento di scandalizzarsi per la cronica anarchia e per l’oscura retorica politica in cui si dibatte un buon numero di repubbliche africane.
Durante un viaggio aereo, lo storico Adam Hochschild s’imbatté in una citazione di Mark Twain, nella quale l’autore di "Le avventure di Huckleberry Finn" affermava che il regime imposto da Leopoldo II allo Stato Libero del Congo aveva sterminato tra i cinque e gli otto milioni di nativi. Spinto dalla curiosità e da un certo turbamento, cominciò una ricerca che, molti anni più tardi è culminata in questo notevole documento sulla crudeltà e l’avidità che furono il motore dell’avventura coloniale europea in Africa; e i cui dati e prove arricchiscono straordinariamente la lettura dell’opera maestra di Conrad, Cuore di Tenebre, che si svolge da quelle parti e proprio nell’epoca in cui la Compagnia di Leopoldo perpetrava i suoi peggiori soprusi. La interpretazione classica vede in Kurtz l’uomo civilizzato che un ambiente barbaro rende barbaro; in realtà, Kurtz incarna il civilizzato che, per spirito di lucro, abiura i valori cui dice di credere e, facendosi forte delle sue migliori conoscenze e tecniche guerriere, sfrutta, sottomette, schiavizza e riduce alla stregua di animali coloro che non si possono difendere. Secondo Adam Hochschild, il modello preso da Conrad per l’impazzito Mr. Kurtz era uno dei peggiori agenti coloniali della Compagnia del re belga, un tale capitano Rom che, come l’eroe del romanzo, aveva il suo bungalow congolese circondato da una palizzata infilzata di teschi di nativi.
Leopoldo fu una immondizia umana; ma una immondizia colta, intelligente e, ovviamente, creativa. Pianificò la sua avventura congolese come una grande impresa economico-politica, destinata a fare di lui un monarca che sarebbe stato, allo stesso tempo, un potentissimo uomo di affari internazionale, a capo di una struttura commerciale così vasta che gli avrebbe permesso di influenzare la vita politica e lo sviluppo del resto del mondo. La sua colonia centroafricana, il Congo, una estensione di terra grande quanto mezza Europa occidentale, fu sua proprietà privata fino al 1906, quando la pressione combinata di vari governi e di una opinione pubblica messa al corrente dei mostruosi crimini lo costrinsero a cederla allo Stato belga.
Fu anche un astuto stratega delle pubbliche relazioni, nelle quale investì importanti somme di denaro comperando giornalisti, politici, funzionari, militari, intriganti e religiosi dei tre continenti, al fine di erigere una gigantesca cortina di fumo, destinata a far credere al mondo intero che la sua avventura congolese aveva una finalità umanitaria e cristiana: salvare i congolesi dai trafficanti di schiavi arabi che invadevano e saccheggiavano i loro villaggi. Sotto il suo patrocinio, si organizzarono conferenze e congressi, ai quali partecipavano intellettuali – alcuni, mercenari senza scrupoli e altri, ingenui o cretini – e molti preti, durante i quali si discuteva sui metodi più funzionali per portare la civiltà e il Vangelo ai cannibali dell’Africa. Per un buon numero di anni, questa propaganda goebbelsiana ebbe successo. Leopoldo II fu insignito, cosparso dall’incenso religioso e giornalistico e considerato un redentore dei neri.

Dietro a questa formidabile impostura, la realtà era questa. Milioni di congolesi subivano uno sfruttamento iniquo tentando di osservare le quote fissate dalla Compagnia per i villaggi, le famiglie e gli individui per l’estrazione del caucciù, le forniture di avorio e di resina di copale. La Compagnia aveva una organizzazione militare e mancava di qualsiasi riguardo per i propri lavoratori, vale a dire, tutti gli uomini, le donne e i bambini che abitavano sul suo territorio, e ai quali gli antichi "negrieri" arabi devono essere sembrati angeli a confronto del regime al quale venivano sottomessi ora. Qui si lavorava senza orari e senza compensi, in ragione di un puro terrore delle mutilazioni e dell’assassinio che erano la moneta corrente. Le punizioni psicologiche e fisiche avevano raggiunto una raffinatezza medioevale; a chi non osservava le quote veniva tagliava una mano o un piede. I villaggi morosi erano sterminati o bruciati con spedizioni punitive che mantenevano nel terrore le popolazioni, mettendo un freno alle fughe e ai tentativi di insubordinazione. Affinché la sottomissione delle famiglie fosse completa, la Compagnia (in realtà era una sola, anche se si presentava come un groviglio di imprese indipendenti) teneva sequestrata la madre o uno dei bambini. Siccome questa impresa aveva come sola spesa la manutenzione – non pagava salari, il suo unico esborso consisteva in armare i banditi in divisa che mantenevano l’ordine – i suoi guadagni arrivarono ad essere favolosi. Leopoldo arrivò, come si era proposto, ad essere uno degli uomini più ricchi del mondo.
Adam Hochschild calcola, in maniera assolutamente persuasiva, che nei ventun anni che durarono le violenze di Leopoldo II, la popolazione congolese fu ridotta alla metà. Quando la colonia passò allo Stato belga, nel 1906, anche se continuarono a perpetrarsi numerosi crimini e lo sfruttamento impietoso dei nativi, la situazione di questi si alleggerì in maniera considerevole. Non è da escludere che se fosse continuato quel regime, i congolesi si sarebbero estinti.
Lo studio di Hochschild dimostra che, essendo così vertiginosamente orrendi i crimini e le torture inflitte ai nativi, forse il danno più profondo e durevole cagionato loro, fu la distruzione delle loro istituzioni, dei sistemi di relazioni, degli usi e tradizioni, della dignità più elementare. Non c’è da stupirsi che, quando, sessanta anni più tardi, il Belgio concesse l’indipendenza al Congo, nel 1960, quella ex colonia, nella quale la potenza colonizzatrice non era stata capace di produrre, in quasi un secolo di ruberie e di saccheggi, neanche un pugno di professionisti tra la popolazione nativa, cadesse nel caos e nella guerra civile. E che, infine, se ne appropriasse il generale Mobutu, un satrapo folle, degno erede di Leopoldo II al meno in quanto a voracità venale.
Ma non ci sono solo criminali e vittime in "King Leopold’s Ghost". Ci sono anche, per fortuna per la specie umana, esseri che la redimono, come i pastori neri statunitensi George Washington Williams e William Sheppard che, scoprendo la colossale impostura, furono tra i primi a denunciare al mondo la terribile realtà dell’Africa Centrale. Ma coloro che, sulla base di un coraggio e di una perseveranza formidabili, riuscirono a mobilitare l’opinione pubblica internazionale contro i massacri congolesi di Leopoldo II, furono un irlandese, Roger Casament, e il belga Morel. Entrambi meriterebbero gli onori di un grande romanzo. Il primo fu, per un certo periodo, viceconsole britannico del Congo, e da lì sommerse il Foreign Office di rapporti lapidari su ciò che accadeva. Allo stesso tempo, presso la dogana di Amberes, Morel, spirito irrequieto e amante della giustizia, si metteva a studiare con particolare cura, i carichi spediti in Congo e quelli che vi ritornavano. Che strano commercio era quello? Verso il Congo partivano soltanto fucili, munizioni, fruste, machete e cianfrusaglie senza valore commerciale. In arrivo dal Congo invece venivano sbarcati preziosi carichi di gomma, avorio e resina di copale. Si poteva prendere sul serio quella propaganda frenetica secondo la quale grazie a Leopoldo II era stata creata nel cuore dell’Africa una zona di libero commercio che avrebbe portato il progresso e la libertà a tutti gli africani?
Morel non era soltanto un uomo giusto e perspicace. Era, anche, un uomo di comunicazione straordinario. Appresa la sinistra verità, trovò il modo di farla conoscere ai suoi contemporanei, aggirando con un ingegno senza limiti le barriere erette con l’intimidazione, i ricatti e la censura attorno a tutte le questioni riguardanti il Congo. Le sue analisi e i suoi articoli sull’indescrivibile sfruttamento al quale erano sottoposti i congolesi e la depredazione sociale ed economica che ne risultava, s’imposero a poco a poco, fino a generare una mobilitazione che Hochschild considera il primo grande movimento a favore dei diritti umani nel secolo XX. Grazie all’ Associazione per la Riforma del Congo fondata da Morel e da Casament, l’aureola mitica di grande civilizzatore creata attorno a Leopoldo II cominciò a svanire fino ad essere sostituita da quella più giusta di uno spregevole genocida. Tuttavia, per via di uno di quei misteri che sarebbe bene chiarire, tutto ciò che, nel 1909, quando Leopoldo II morì, ogni essere umano mediamente informato sapeva su di lui e sulla sua nera avventura congolese, oggi si è eclissato dalla memoria pubblica. E nessuno ricorda oggi quello che in realtà è stato. Nel suo paese, è passato all’anodina condizione di mummia inoffensiva, che compare nei libri di storia, che ha un buon numero di statue e un museo proprio, ma niente che ricordi che egli da solo fece versare più sangue e cagionò più danni e sofferenze all’Africa di tutti i cataclismi naturali, le dittature e le guerre civili che d’allora ha sofferto quello sfortunato continente. Come spiegarlo? Forse non solo la pittura, ma anche la storia, hanno un irresistibile risvolto surrealista nel paese di Ensor, Magritte e Delvaux.

(traduzione di Guiomar Parada)