L’uomo da battere – di R.Barenghi

09/07/2002

9 luglio 2002



L’uomo da battere

RICCARDO BARENGHI


Non è solo un accordo separato e neanche un patto scellerato. Quel che sta dietro a quell’accordo, e che da oggi dovrebbero riuscire a intravvedere anche i più ciechi protagonisti della nostra politica (soprattutto a sinistra), è il tentativo di far fuori dal gioco (democratico) non il dottor Cofferati ma cinque milioni di iscritti alla Cgil e tanti altri lavoratori dipendenti che da quel sindacato si sentono rappresentati. Siamo di fronte a un patto neocorporativo che mette nella stessa stanza, anzi nello stesso palazzo governo e Confindustria, Cisl e Uil, commercianti e artigiani, cooperatori e altre decine di associazioni di categoria. E guarda caso il palazzo è quello del governo. Tutti lì dentro, oggi per ridurre i diritti di chi lavora (l’art. 18) domani per ridurre i diritti di chi ha lavorato (le pensioni, Tremonti lo ha già annunciato), dopodomani vedremo. E’ di questo che si sta parlando da mesi e che alla fine è accaduto: chi ci sta entra nel giro giusto, riceve aiuti per continuare a esistere e magari per compensare così le perdite che avrà tra coloro che non rinnoveranno giustamente la tessera. E chi non ci sta è fuori gioco, oggi ma ancor più domani. Insistiamo, non una persona, non un leader per quanto autorevole, e neanche una sigla, un’organizzazione. Ma milioni e milioni di persone. Che non a caso scioperano e continueranno a farlo. Loro, la posta in gioco l’hanno capita e infatti reagiscono.

Chi invece non sembra aver capito granché e infatti non reagisce (o peggio, reagisce all’opposto di come dovrebbe), sono i dirigenti della sinistra ex di governo, quegli stessi dirigenti strapazzati da Nanni Moretti dal palco di piazza Navona e che però ancora dirigono chissà perché. Possibile che D’Alema si dimentichi di citare Cofferati e la Cgil rispondendo a un Berlusconi che di Cofferati e della Cgil aveva fatto i suoi bersagli principali? Possibile che sempre D’Alema dica che l’accordo separato non è un dramma mentre milioni di lavoratori si sentono insultati da quella firma? E che Fassino si limiti a due aggettivi, deludente e negativo, mentre Rutelli non abbia di meglio da fare che telefonare a Pezzotta per invitarlo a merenda?

Ovviamente non si tratta né di sviste né di dimenticanze, ma di scelte politiche. La sensazione, neppure tanto vaga, è che chi oggi dirige l’Ulivo e i suoi principali partiti scommetta sulla sconfitta di Cofferati, tentando anche di accelerarla. Prima si toglie da piedi e meglio è. Meglio, molto meglio: così si torna alla politica, quella vera, fatta di commissioni bipartisan, di apprezzamenti reciproci, di accordi e disaccordi ma comunque tutto assolutamente impermeabile a ciò che accade fuori da quelle mura.

Per fortuna però qualcosa lì fuori accade, e oggi Cofferati ne è il rappresentante e il punto di riferimento. Potrebbe anche finire tutto il 21 settembre, quando lascerà la casa della Cgil e l’esercito resterà senza generale. Oppure potrebbe anche accadere che quell’esercito non smobiliti ma anzi chieda al suo generale di costruirne un’altra di casa, non più sindacale ma politica. Sarà questa la prospettiva che innervosisce i leader dell’Ulivo?