“L’Unità” «Non fateci diventare un secondo giornale»

08/03/2007
    giovedì 8 marzo 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 5)

      L’UNITÀ IN SCIOPERO

        «Non fateci diventare un secondo giornale»

          Fabrizio d’Esposito

            «Care lettrici e cari lettori domani, 8 marzo-Festa della donna, non troverete l’Unità in edicola. Un giorno in cui volevamo esserci, non ci saremo». Ieri mattina a pagina quattro, incorniciato da un fascione nero a dire il vero più da necrologio che da comunicato sindacale, i cinquantamila e passa lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e finanziato dai parlamentari Ds hanno trovato un drammatico testo sul futuro del loro giornale. A firmarlo «le redattrici e i redattori dell’Unità» che, dopo aver chiarito che «questo è un appello che non avremmo voluto scrivere», annunciano la decisione di scioperare e non essere in edicola oggi. Il motivo è lo stesso che da mesi preoccupa i giornalisti dell’Unità e che a poco a poco ha trascinato la redazione a uno scontro duro con la proprietà, rappresentata da Marialina Marcucci, presidente del consiglio di amministrazione della Nie. Ovvero, il misterioso piano di ristrutturazione che in teoria dovrebbe rilanciare il giornale.

            In realtà, l’assemblea di redazione teme che il progetto, da tempo annunciato e mai svelato dalla Marcucci, nasconda una mutazione genetica dell’Unità ritenuta letale: «da primo giornale autorevole così come è oggi» a foglio di analisi e di opinioni che integri la lettura dei quotidiani generalisti. Non solo: una svolta del genere sarebbe accompagnata dal taglio di un giorno settimanale di uscita, in questo caso il lunedì, che influirebbe non poco sul prestigio del quotidiano, oltre che sugli stipendi già non particolarmente lauti dei redattori. Sullo sfondo, infine, un atroce retropensiero: il sospetto che il ridimensionamento spiani la strada, in vista del Partito democratico, a un’eventuale fusione coi giovani cuginetti di Europa, il quotidiano della Margherita. Di qui lo scontro sempre più violento con la Nie (che sta per Nuova iniziativa editoriale) culminato con la decisione di scioperare quando l’assemblea di redazione, al termine di una riunione lunga e accesa, ha chiesto invano alla proprietà di pubblicare a pagamento e a tutta pagina il testo dell’appello sottoscritto dai giornalisti. La Marcucci, infatti, ha rifiutato l’inserzione e il documento è uscito ieri con la dicitura comunicato sindacale.

            La decisione di scioperare ha però fatto arrabbiare e di molto anche, tanto è vero che il verbo usato è «incazzare», i vertici della Quercia, che in questa battaglia, anche se non lo dicono apertamente, propendono per Marcucci, di cui tra l’altro ieri sarebbe dovuta uscire una lettera di chiarimento bloccata però all’ultimo momento dal cda della Nie. Perché? Sarebbe stato proprio il mistero sui motivi del blocco a far precipitare la situazione verso lo sciopero. Tornando ai ds, la rabbia riguarda innanzitutto il giorno scelto, l’8 marzo, una data in cui grazie alla diffusione militante il numero di copie vendute aumenta vertiginosamente. In pratica, dicono, uno schiaffo simbolico anche agli sforzi del partito che proprio recentemente ha sottoscritto seimila abbonamenti per altrettanti segretari di sezione. Poi c’è la questione dell’appello. Questa, allora, la versione che trapela dal Botteghino: «Quello che è successo è incomprensibile. Non si è mai visto uno sciopero basato solo su voci e nulla di certo. Nella redazione dell’Unità si è innescata una bizzarra dinamica che ha condotto a un’inutile fuga in avanti. In realtà, la stessa Marcucci ha chiarito col cdr che non c’è alcuna volontà di ridimensionare il giornale. Il piano industriale che è allo studio di una società di valutazione prevede un rilancio dell’Unità, non altro. Il resto sono solo equivoci».

            E che tutto sia scaturito da «equivoci e fraintendimenti» tra redazione e proprietà lo dice anche il direttore Antonio Padellaro, che dopo i fasti del colombismo ha raddrizzato la linea politica del quotidiano, se non altro indirizzandola verso i lidi del Partito democratico. Ieri Padellaro era da solo in redazione a fare il suo lavoro, anche se oggi il giornale non è uscito: «Sono qua e faccio il mio lavoro, ma sia chiaro che se bisogna scioperare per il contratto nazionale sono il primo a farlo». Detto questo, «lo sciopero è sempre uno strumento doloroso e in quest’occasione io sono molto amareggiato e addolorato perché è la prima volta in sei anni che i colleghi scioperano per una vertenza aziendale, chiamiamola pure così. Questa scelta mi fa molto male e trovo curiosa l’iniziativa di voler pubblicare a pagamento il comunicato. Quale azienda avrebbe accettato un’inserzione contro se stessa? In ogni caso le cose che ho letto nell’appello mi fanno molto piacere, ma credo che le attuali caratteristiche del giornale, cioè autonomia, autorevolezza e ricchezza di notizie, stiano a cuore a tutti, alla proprietà, alla redazione e ai lettori. Perdipiù, questo è un momento che siamo in risalita. Nella settimana che va da lunedì 19 a domenica 25 febbraio abbiamo avuto una media di 55mila copie. Il picco negativo l’abbiamo avuto il lunedì con 48mila copie, quello positivo la domenica, con oltre 68mila». E allora che cosa è successo? Risposta: «Credo che ci siano stati dei fraintendimenti tra redazione e proprietà. A me risulta che le intenzioni della Nie sono quelle di rafforzare il prodotto tenendo sotto controllo i conti. Mi auguro che dopo la giornata dura dello sciopero si possa superare questa situazione. In questo sono cautamente ottimista». Ultimo dubbio che aleggia: le voci su una fusione con Europa, che tra l’altro al Botteghino vengono liquidate con sarcasmo: «Potremmo mai fare un giornale che si chiamerebbe Unitopa?». Conclude Padellaro: «A me piace molto Europa, ma è un giornale giovane. L’Unità invece appartiene alla storia del giornalismo di questo paese. E’ una testata che di per sé ha un fascino particolare. Per questo non è possibile fare una fusione che tolga identità a un marchio così forte».