L’unità del sindacato resiste a Rifondazione (B.Ugolini)

23/07/2007
    sabato 21 luglio 2007

    Pagina 4 – Economia

    Analisi

    SCENARIO – La Cgil è stata oggetto di una campagna denigratoria, ma né certi partiti né la grande stampa hanno avuto successo

      L’unità del sindacato resiste all’opa destabilizzante di Rifondazione

        Bruno Ugolini

          È fatta. Manca, però, il parere dei lavoratori. Che saranno chiamati ad esprimere consenso o no, non solo sullo "scalone" ma anche su quella specie di scala mobile conquistata dagli anziani, sulle misure che dovrebbero poter assegnare ai giovani un futuro previdenziale un po’ meno pesante. E sarebbe bello se a queste "primarie" nel mondo del lavoro potessero partecipare anche i pensionati e i ragazzi e le ragazze dei tanti lavori atipici, fuori e dentro le tradizionali roccaforti operaie. Mentre sarebbe devastante se in questa prova di democrazia facessero
          irruzione i vari pezzi della sinistra politica. Come se fosse una campagna elettorale in cui si promette di tutto, sapendo di non avere alcuna
          bacchetta magica.

          Nel sindacato, intanto, sembrano fronteggiarsi due anime. La prima tira un sospiro di sollievo ed esulta, anche se vede limiti e difficoltà. E’ la stra
          grande maggioranza della Cgil, ma anche della Cisl e della Uil. La seconda anima è rappresentata soprattutto dalla FiomCgil (ma anche dalla componente Cgil "Lavoro e società", capeggiata da Luigi Nicolosi. Però anche dentro i metalmeccanici albergano posizioni diverse. Giorgio Cremaschi, ad esempio, considera la soluzione adottata sullo scalone addirittura un peggioramento rispetto a quanto adottato dal governo Berlusconi. E pensa di essere di fronte ad una secca sconfitta del sindacato. Così Prodi diventerebbe un emulo di Bettino Craxi, il "nemico" succube della Confindustria. E con lui tutta l’Unione. Gli altri esponenti
          del gruppo dirigente metalmeccanico testimoniano accenti diversificati. Così Gianni Rinaldini, segretario generale, boccerebbe immediatamente
          lo scalone e però rinvia una valutazione complessiva a lunedì, giornata della riunione del Comitato Direttivo della Cgil, quando si avranno tutte le carte in mano. Lo stesso Fausto Durante, capo della componente metalmeccanica più moderata, è favorevole all’accordo ma critico suI
          meccanismo adottato per le quote dello scalone (i due elementi: età di vita e somma contributiva, considerati rigidi, non flessibili). Critiche condivise, a quanto pare, anche da esponenti come Susanna Camusso, segretaria della Cgil lombarda. Sono obiezioni, così come altre, che non dovrebbero scalfire una maggioranza disposta a battersi nel mondo del lavoro affinché prevalga un largo sì all’accordo. Spiega Achille Passoni, segretario confederale, tra i più fervidi sostenitori dell’intesa: "Per la prima volta negli ultimi 30 anni abbiamo una soluzione che porta 35 miliardi in 10 anni ai lavoratori e per la prima volta non si scambia nulla". Questa ultima mi sembra una grande verità. Perché lo scalone, così smagrito se non abolito, non appartiene ad uno scambio. Era una legge pronta a scattare. E invece nel passato c’è sempre stato uno scambio. Ho davanti la prima pagina dell’Unità, del 22 gennaio 1983, dedicata all’annuncio di quello che passò come accordo Scotti. C’è un editoriale d’Emanuele Macaluso in cui, tra l’altro, esprime rispetto per i sindacati e respinge le accuse di ingerenza mosse al partito comunista (come si ripete la storia…). Ecco quell’accordo, una delle prime esperienze di concertazione, conteneva uno scambio perché parlava di tariffe, prezzi e tante altre cose ma anche di ritocco alla scala mobile (in seguito passò sotto il nome di guerra dei decimali). Gli stessi grandi accordi del ’92 e ’93 furono all’insegna dello scambio perché quello del 1993, fortemente voluto da Bruno Trentin, era la risposta alla concessione dell’abolizione
          della scala mobile operata nel ’92. Ma il 20 luglio del 2007 non si "concede" uno scalone. C’era già. Ora lo si cambia con esiti discutibili
          ma evidenti. E sapendo che quello scalone nella sua integrità oggi troverebbe un’ampia maggioranza favorevole nell’attuale parlamento.

          La verità è che c’è stata un’offensiva antisindacale senza precedenti e un tentativo evidente di scavalcare il sindacato, un altro modo per non rispettarne il ruolo. Entrambe le strategie sono saltate. Il sindacato, mai unito come oggi e questo è un risultato da valorizzare non ne è uscito con le ossa rotte. Ed ora può affrontare a testa alta la consultazione con i lavoratori. E tutti, soprattutto a sinistra, dovrebbero guardarsi dallo strumentalizzare incomprensioni e difficoltà. Ha detto bene Alfiero Grandi, già segretario della Cgil e oggi sottosegretario al Tesoro: "Il futuro della sinistra non può prescindere da un atteggiamento solidale verso le confederazioni sindacali, che, non a caso, da mesi, sono sotto il tiro della destra, e qualche volta, anche, della coalizione di governo”.
          L’analisi