L’unico prodotto in aumento: la diseguaglianza

02/03/2004





 
   

02 Marzo 2004
POLITICA







 

L’unico prodotto in aumento: la diseguaglianza
Seminario della Cgil per reagire al declino. Dalle sinistre bordate di critiche contro il governo

P. A.
Valanga di reazioni negative, dai sindacati e dalle opposizioni, sui nuovi dati diffusi dall’ Istat. Da Rutelli a Bersani, passando per Di Pietro, tutti denunciano la stagnazione. Il declino non è più uno slogan, ma sta diventando una evidenza, nonostante le battute rassicuranti dei vari Maroni e Schifani. Sull’argomento la Cgil ha organizzato ieri un seminario «instant». Proprio nel giorno in cui l’Istat diffondeva i dati sull’economia nostrana, la Cgil – che in realtà aveva preparato da tempo l’appuntamento – ha chiamato a discutere di «regimi di produzione, redistribuzione e patto fiscale», i migliori studiosi italiani e i politici più attenti. Già dalle prime battute l’intento politico-sindacale è stato esplicitato: la riforma fiscale di Tremonti «che distrugge la progressività», ha detto Marigia Maulucci, deve essere cancellata, così come devono essere ripensate tutte le «riforme» messe in campo dal governo Berlusconi, a partire ovviamente da quella delle pensioni. Non basta però «cambiare l’agenda»: bisogna invece rilanciare un’iniziativa politica, che si basi su una nuova visione – lo ha spiegato Beniamino Lapadula – dei notevoli spazi che ha l’intervento pubblico. Le diseguaglianze in aumento e la crisi totale della produzione sono la dimostrazione del fallimento delle politiche neoliberiste, a partire da quelle fiscali.

Laura Pennacchi ha tratteggiato un quadro mondiale della crescita delle diseguaglianze e della esigenza di rilanciare un welfare su basi diverse, per evitare che del «rischio si faccia uno stile di vita», come dice Stiglitz. Sul fatto che le cose proprio non vanno, cominciano ad essere d’accordo in molti, pur con posizioni diverse. Ieri, per esempio, sia Tiziano Treu, sia Pier Paolo Baretta, hanno parlato della necessità di bloccare, o quantomeno congelare la seconda fase della riforma fiscale di Tremonti, quando solo con la mancata restituzione del fiscal drag «ci hanno fregato circa 2 miliardi di euro in due anni». E mentre Franco Gallo e Marcello Messori hanno spiegato i limiti di certe impostazioni fiscali (ci vuole un nuovo concetto mirato di progressività fiscale), Giuliano Amato, chiamato dalla Cgil a spiegare i possibili contenuti del nuovo programma politico per le europee, ha detto che la prima cosa da fare è «recuperare la fiducia».

E’ ovvio che non ci sono Herry Potter a Bruxelles in grado di invertire le politiche nate con Reagan e che proponevano di dare ai più ricchi per far «sgocciolare» i risultati positivi su tutta la società. Quel modello – ha detto Amato – non funziona: non spinge l’economia e produce solo diseguaglianze. Bisogna però capire perché Italia, Francia e Germania non crescono più e dare corpo alle politiche della società della conoscenza. Amato critica il modello reaganiano, ma non si spienge a criticare le privatizzazioni. Rispondendo invece a una provocazione di Nerio Nesi, Amato rilancia sia l’idea delle liberalizzazioni, sia della privatizzazione (seppure parziale) di alcuni settori, come quello della previdenza. La ricetta è consueta: privatizzazioni e investimenti nei settori avanzati.

Ma la situazione dell’economia globale e i ritardi dell’Italia implicano uno sforzo di fantasia. Alcuni spunti nuovi sono arrivati già ieri nel seminario della Cgil, da studiosi come Maurizio Franzini, Gianni Geroldi, Paolo De Ioanna e Giuseppe Pisauro, mentre il sindacalista della Uil, Adriano Musi, ha invitato tutti a fare i conti con l’Italia reale, con i problemi quotidiani dei lavoratori e Alfonso Gianni, di Rifondazione comunista, ha invitato i sindacati a mettere le mani sulle cose che più scottano, come la disoccupazione e la mancanza di reddito per migliaia di persone.

Non basta quindi scrollarsi di dosso i miti del neoliberismo che sono stati assorbiti anche dalle sinistre. Bisogna rimettere in campo nuovo teorie e nuove politiche. Il dramma è farsi schiavizzare dalle mode. Due esempi dall’intervento di Epifani: un monopolio privato è poi tanto superiore al monopolio pubblico? Ed è proprio vero che si deve puntare solo sulle produzioni «new»? E l’acciaio che rimane strategico, lo regaliamo ad altri?