L’ultimo universo dove il sindacato è re

29/10/2007
    sabato 27 ottobre 2007

    Pagine 4 e 5 – Primo Piano

      Inchiesta
      Forza incontrastata fatta di leggi e regole non scritte

        L’ultimo universo
        dove il sindacato è re

        L’incrollabile potere di veto nei contratti dello Stato

          ROBERTO GIOVANNINI

          ROMA
          C’è la contrattazione collettiva. La contrattazione integrativa. C’è l’informazione, che può essere preventiva e successiva. Ci sono la concertazione e la consultazione, con annesse Commissioni, Osservatori e Conferenze. Dubbi? C’è una procedura per l’interpretazione autentica. Non basta? Ci si può rifare alla consuetudine. Pagine e pagine di norme in vigore da anni (sempre confermate dagli stessi ministri che poi si lamentano dello strapotere sindacale) nei contratti nazionali del pubblico impiego. Regole che consegnano al sindacato il potere di sottoporre qualsiasi decisione, materia, progetto alle forche caudine del temutissimo «passaggio con il sindacato». Un «passaggio» che può rappresentare il viatico per una soluzione-lampo o l’inizio di un duro calvario. Che si tratti dell’istituzione di un nuovo servizio, di una nomina, di spostare qualcuno di stanza, di distribuire incentivi: nella pubblica amministrazione il sindacato se vuole – anche se non sempre vuole – ha tutti gli strumenti per far pesare la sua volontà.

            Attenzione: non si tratta di poteri estorti con violenza. Tutti (ma proprio tutti) gli ultimi dieci e passa governi hanno sempre «validato» i contratti. E nessuna legge obbliga a nominare sindacalisti o personalità vicine al sindacato al vertice dell’Aran, l’agenzia pubblica di contrattazione nel «pubblico». Nel 2007 Prodi ha indicato il presidente Massimo Massella Ducci Teri, collaboratore di Tiziano Treu e considerato di area Cisl; Mario Ricciardi, giurista vicino ai Ds; Vincenzo Nastasi, buon amico di Sergio D’Antoni; Mimmo Carrieri, sociologo di vaglia da anni impegnato in Cgil; Giancarlo Fontanelli, per decenni sindacalista Uil. Persone certo degnissime: ma al tavolo negoziale il sindacato (in pratica) ha come controparte se stesso. «Chi ha fatto sindacato – afferma il leader della potente Cisl “pubblici”, Rino Tarelli – non può per questo essere discriminato. Del resto, chi viene da noi se non altro conosce bene i problemi…»

            Impossibile scendere in dettagli. Basti dire che – ad esempio – l’informazione preventiva è obbligatoria dalla fattispecie a) («carichi di lavoro») via via fino alla fattispecie m) («piani di esternalizzazione»). Regole che fanno del pubblico impiego una giungla piena di vietcong sindacali: chi li «sfida» si becca seccature, conflittualità e tensioni. Al limite, si può arrivare al temutissimo «articolo 28» dello Statuto dei Lavoratori: la denuncia di «comportamento antisindacale» per chi violi le norme consacrate. Nel caso migliore, il dirigente viene preso per stanchezza: normalmente, raccontano in un ministero, almeno 5 giorni al mese passano in allegre riunioni con i sindacalisti. «Sottosegretario, direttore generale, i capi dei servizi – spiega un dirigente di un ministero, costretto come molti all’anonimato – tutti inchiodati per tre, quattro ore. Se va bene».

              Le regole nascevano per impedire prevaricazioni del personale, spiegano i sindacalisti, «per evitare lo strapotere della politica e dei dirigenti incapaci nominati dai politici». «I datori di lavoro hanno la controparte che si meritano. Non possiamo fare tutte le parti in commedia», dice il numero due Cisl Pier Paolo Baretta. Per il segretario della Uil Paolo Pirani, «il problema non è il sindacato, ma la controparte che non fa mai la controparte». O peggio, la politica che occupa la pubblica amministrazione e riesce a spendere per consulenze («senza nessuna trasparenza, spesso è pura clientela», insiste Pirani) 1,3 miliardi di euro l’anno. Paolo Nerozzi, suo collega in Cgil, per la pubblica amministrazione vorrebbe addirittura ripristinare come unico accesso «rigidissimi concorsi pubblici».

              Però non si capisce – un caso tra mille – perché allora il sindacato abbia voluto trattare il riassetto dei parcheggi nel piazzale della Direzione centrale dell’Inps di Roma. Una «negoziazione informale» per 50 posti-auto, originariamente destinati ai dirigenti: sono diventati solo 40, perché da adesso dieci spettano alle macchine dei sindacalisti. Oppure – per andare all’estremo opposto – da qualche anno ormai alla Regione Lazio alle organizzazioni sindacali vengono spedite preventivamente per «concertazione» persino le bozze delle leggi regionali e delle delibere di Giunta, fino alle determine dirigenziali di rilievo. «Il più furbo era stato l’allora presidente Francesco Storace – rivela un dirigente regionale – ai sindacati mandava tutto, ma proprio tutto. Una montagna di carte che li travolgeva e gli impediva di “concertare”». Nerozzi ammette: «a volte c’è uno scambio “infernale” tra politici, dirigenti e sindacato. Ma le nostre sono “piccole” schifezze”. Gli altri fanno quelle grandi».

              Il guaio è che questo strapotere sindacale è l’alibi migliore per i tanti dirigenti che non vogliono fare nulla. E dietro la scusa del «veto del sindacato» si trincerano per non decidere, e per non sostenere chi invece vuole compiere il proprio dovere. Come spiega il giuslavorista milanese Pietro Ichino, «i sindacati hanno ragione quando lamentano che le dirigenza pubblica non esercita o esercita male le proprie prerogative. Ma il sindacato ha torto quando stipula contratti o crea condizioni di fatto che azzerano o riducono fortemente le prerogative dirigenziali». Prerogative che spesso i dirigenti sono ben lieti di abbandonare. E questa situazione crea un problema crescente anche per lo stesso sindacato: nel pubblico tantissimi diritti «esigibili», nel privato (a cominciare dall’industria) poco o nulla. La mette in battuta il segretario nazionale della Fiom Fausto Durante: «diciamo che anche a noi metalmeccanici farebbe piacere disporre di questa ampia strumentazione contrattuale…»