L’ultimo trucco FIAT: Assemblee dei capi per convincere gli operai

13/01/2011

A fine giornata, quando sembrano lontane le tensioni, le proteste, le lacrime, le paure consumate alla porta 2 di Mirafiori, i lavoratori, i cittadini solidali, pare vogliano riprendersi il centro della città. La fiaccolata raccoglie migliaia e migliaia di persone. Un lungo serpentone si snoda fino a piazza Castello, con lo striscione “Per la libertà del lavoro” e per dire “No all’accordo vergogna”, con tanti lavoratori e non solo quelli di Mirafiori,ma anche delle altre aziende in lotta come quelli della Ceva che al mattino si sono presentati col cappellino giallo in testa davanti alla Fiat. «Potremmo dire che trent’anni dopo questa è la nostra marcia dei 40mila» scherza Giorgio Airaudo della Fiom. All’improvviso, come in una pagina lontana nel tempo, la grande fabbrica che ha segnato la storia del paese, la vita di molti, potenti e umili, pare rientrare nei confini della città, dopo un lungo oblio. Verrebbe, allora, voglia di tirare il fiato, quasi ci si potrebbe rincuorare l’un l’altro vedendo tutta questa gente, disposta a metterci la faccia come non hanno fatto in questi giorni tanti di sinistra che appena dopo il referendum Fiat inizieranno a litigare per le primarie a Torino e altrove, ma proprio non si può. Arriva l’eco dell’ultima provocazione di Silvio Berlusconi che si allinea a Sergio Marchionne e giustifica la fuga all’estero della Fiat se vincesse il no. Indignarsi, arrabbiarsi? Certo, ma non basta. Questo capitolo della Fiat si chiude tra oggi e domani. I lavoratori votano sull’accordo del 23 dicembre da stasera fino alle 18,45 di venerdì, poi lo spoglio delle schede e i risultati. Ma non finisce qui la storia. La porta 2 di Mirafiori di Corso Tazzoli è diventata il crocevia di quest’Italia ingiusta, malmessa e proterva in cui anche le battaglie per il lavoro, per i diritti, per la dignità si combattono con eserciti troppo squilibrati e con arbitri inesistenti o venduti. Le sorprese di Marchionne “il modernizzatore” non finiscono mai. Ieri mattina gli operai del primo turno che entrano alle ore 6 alle Carrozzerie sono stati convocati in assemblea non dai sindacati del sì, ma dall’azienda. I capisquadra hanno raccolto 40-50 lavoratori alla volta e hanno, a modoloro, spiegato il valore dell’accordo. «Ci hanno detto che nessun diritto viene toccato, che guadagneremo di più, che le accuse della Fiom non sono fondate» racconta un’operaia alla fine del turno. «Ci hanno detto di votare sì» aggiunge un altro operaio all’uscita. I capetti Fiat sono stati davvero zelanti e hanno informato i lavoratori che il documento del 23 dicembre distribuito dalla Fiom, e non dai sindacati firmatari, per informare i lavoratori prima del voto non sarebbe la versione finale dell’accordo, ce ne sarebbe un’altra. Ma se così fosse allora su cosa davvero si devono esprimere i 5400 dipendenti? La Fiom ha protestato per queste originali assemblee convocate dall’azienda, ma dal Lingotto è arrivata la spiegazione:«Fiat è firmataria dell’accordo e ha il diritto di spiegare il contenuto alle maestranze ». Cose mai viste. In realtà Marchionne ha proceduto con queste assemblee informative, usando pressioni dirette sui lavoratori, perchè non si fida dei sindacati che hanno firmato il documento e che fino all’ultimo momento hanno combinato pasticci. Come la richiesta della Fim Cisl di Torino di spostare il voto, forse perchè preoccupata dall’esito, ipotesi che non può essere accettata dagli altri come la Uilm e il Fismic, il sindacato aziendale che ieri si è distinto in un tentativo di contestazione di Nichi Vendola. Marchione torna stanotte dall’America, vuole monitorare il voto, spera nel plebiscito:«L’immobilismo porta al fallimento» ha detto ieri a Detroit. Ma Mirafiori, pur sotto ricatto, è una brutta bestia: qui gli operai non hanno avuto in passato timore a bocciare proposte e piattaforme sindacali, qui sono stati fischiati e contestati i segretari confederali, qui hanno sbattuto i volantini in faccia a certi candidati che si facevano vedere solo al momento del voto. Tutti sperano che vinca il sì, che la Fiat assicuri il lavoro. «Mi chiedo come sia possibile che il governo e le istituzioni possano accettare il ricatto di una sola persona, Marchionne, contro l’intero paese,60 milioni di cittadini» si interroga Diego Novelli, l’ex sindaco di Torino e firma dell’ Unità, davanti ai cancelli. Aggiunge: «Però non finisce qui, è da stupidi pensare di governare una grande fabbrica come questa senza tenere conto del dissenso, basta un operaio per bloccare la produzione ». Mirafiori e Torino attendono il voto. Ma ci si interroga, sempre di più, sulla credibilità delle proposte del manager, sul significato della latitanza degli azionisti Agnelli, sul futuro dei contratti e delle relazioni industriali. C’è una partita più grande, ancora tutta da giocare, fuori dai cancelli di questa fabbrica. Nella sola provincia di Torino sono attive circa 1150aziende che lavorano nell’indotto, che occupano 70mila persone, e che derivano il 50% del fatturato dall’universo Fiat. La Fiom controlla il 54% dei voti dei lavoratori di queste imprese e in molti casi la Fiom non è solo il primo, ma l’unico sindacato presente. Cosa succederà se le aziende dell’indotto auto dovranno adeguarsi al contratto di Mirafiori e di Pomigliano? Vincerà la modernità di Marchionne oppure la battaglia sociale fabbrica per fabbrica?