L’ultimo difficile compito del leader

02/07/2002




02.07.2002
L’ultimo difficile compito del leader
di 
Bruno Ugolini


 Non appare come un mutamento di rotta, bensì come un segnale di compattezza, dedicato ad amici e nemici. La Cgil, nel cuore di una bufera incalcolabile, decide di trattenere Sergio Cofferati fino a settembre. La data magica dell’addio non è più quella dell’otto luglio. Il "tracciato", però, rimane quello. I "saggi" stanno terminando le loro consultazioni sulla nuova segreteria, su chi dovrà assumere le redini dell’organizzazione. E il nome indicato rimane quello di Guglielmo Epifani, come è probabile sia annunciato proprio l’otto luglio. La nomina formale sarà però rinviata. Il clima, nella sede di Corso D’Italia, è preoccupato e teso, addolcito solo da quella vignetta domenicale apparsa nell’inserto satirico dell’Unità e dedicata da Staino a Cofferati, immortalato nell’interprete di "Via col vento", intento a baciare vistosamente una formosa Italia. Una vignetta che dovrà essere rieditata.

Non esistono retroscena misteriosi. La segreteria della Cgil ha discusso e deciso una risposta di unità, anche alla luce delle prossime scadenze politiche e giudiziarie. La vicenda delle e-mail di Marco Biagi che ormai spuntano come funghi, presenta troppi aspetti non chiariti. Perché gli era stata tolta la scorta, nonostante le accorate insistenze? Chi erano coloro che ossessionavano da mattina a sera lo studioso di diritto del lavoro? Chi è quel misterioso e autorevole personaggio, addentro alle cose sindacali, che gli confidava di un segretario generale della Cgil intento a meditare vendette?

Non sarà, dunque, solo il cittadino Cofferati a presentare l’esposto al procuratore della Repubblica di Bologna. Sarà il "leader" della Cgil ancora in carica, con il breve prolungamento del mandato, e con lui tutta la Cgil. L’intera organizzazione si è sentita ferita, ha provato un moto d’indignazione: dalla Valtrompia, nel Bresciano, ad Enna in Sicilia. L’attacco è su due fronti, quello dei diritti sindacali che si vorrebbero ridurre e quello dell’equazione tra conflitto sociale e terrorismo. Cofferati è stato additato, infatti, da esponenti del governo di centrodestra, quasi come un mandante degli attentati.

Tutto questo ha toccato, diciamo così, le viscere del militante sindacale, sia esso delegato di fabbrica o dirigente. Esistono sparsi nel Paese, in aziende piccole e grandi, in sedi moderne e antiche, funzionari o semplici lavoratori che hanno trascorso gran parte della propria vita a combattere proprio il fenomeno terrorista. Hanno rappresentato un argine, nei terribili anni settanta, dopo le prime titubanze sui "compagni che sbagliavano". Magari a costo di essere indicati da alcuni gruppi estremisti, quando organizzavano efficientissimi servizi d’ordine, come "la nuova polizia".

Spesso si fa il nome di Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Genova che non perse tempo e denunciò quel che vedeva di losco. Ma quelli come Rossa furono migliaia. Gente che aveva capito che si usava il terrorismo proprio per colpire al cuore le lotte sindacali, la democrazia, la conquista di nuovi diritti. Non c’è, però, solo il ricordo del passato. Le donne e gli uomini di questa Cgil hanno anche visto bene che rinnovati allarmi su una possibile ripresa terroristica sono giunti, ancor prima del delitto D’Antona, non da qualche anima bella del governo, ma proprio dal sindacato, proprio da Sergio Cofferati. Le radici dello sdegno nascono da tali ragionamenti.

Una fase non facile per il movimento sindacale italiano. Il governo ha deciso proprio per questa sera una convocazione delle parti sociali. L’intento, in questo marasma, con un’evidente lotta interna alla maggioranza, è quello di avviare il varo di un pomposo "patto per l’Italia". L’augurio è che non sia il patto che certifichi la frattura nel mondo del lavoro e il ridimensionamento di diritti faticosamente acquisiti.

Tutto avviene, certo, in un’atmosfera surreale. Non sono credibili i complotti. Non credo che l’improvvisa fuoruscita delle e-mail di Marco Biagi sia stata voluta da chi intendeva sollevare il caso di un Cofferati istigatore di violenza, "cattivo Maestro" e non quello, reale e drammatico, delle mancate scorte. C’è però una frasetta che torna alla memoria con insistenza. L’aveva pronunciata, tra il faceto e il minaccioso, come ama fare, proprio il Capo del governo, quando aveva sostenuto di voler prendere in mano lui la matassa del dialogo sociale. Bisognerà condurre, aveva detto in sintesi, una campagna nei confronti del segretario generale della Cgil. Gli starò appresso, aveva promesso, "prima e dopo i pasti". Una frasetta casuale, certo, come tante, ma fa impressione rievocarla, in queste ore.