L’ultima frontiera di Blair lavorare fino a cento anni

14/02/2001



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L’ultima frontiera di Blair
lavorare fino a cento anni


ANTONIO POLITO

LONDRA Più che una misura economica, è una rivoluzione culturale. Andare per forza in pensione a 65 anni è un’ingiustizia. Se uno a quell’età si sente ancora in salute e voglioso di lavorare, è una discriminazione impedirglielo. Dunque il governo inglese si prepara ad abolire lo storico limite fissato da Lord Beveridge e a introdurre la flessibilità anche sulla pensione, per adeguare la "terza età" alla realtà dell’allungamento della vita. Le milizie del grey power verranno dunque reclutate per quella che in Inghilterra è diventata una vera e propria "battaglia del lavoro": Blair vuole dare fondo a tutte le energie della società per sostenere la crescita e lo sviluppo.
Bella idea, e alquanto in controtendenza con il dibattito italiano. Da noi, il problema è trattenere i lavoratori che vogliono andare in pensione il più presto possibile, non consentire loro di continuare a lavorare. Ma, a mano a mano che l’aspettativa di vita cresce, la salute migliora, e i lavori sono sempre meno pesanti fisicamente, è evidente che anche in Italia e nell’Europa continentale si allargherà la richiesta di avere una vita lavorativa soddisfacente anche dopo la fatidica soglia dei 65. Già oggi, soprattutto nei lavori intellettuali e nelle professioni, questa è la norma. Ma il governo di Londra intende estendere a tutti questo diritto.
In realtà, tutto nasce da una direttiva di Bruxelles, che ha messo in atto quanto è scritto nel Trattato europeo di Amsterdam: è fuorilegge qualsiasi discriminazione sul lavoro, basata sul sesso, sulla religione, sull’handicap fisico, sull’orientamento sessuale e anche sull’età. Il governo Blair ha deciso di prenderla sul serio e di varare una nuova normativa che avrà vigore a partire dal 2006, limite massimo dopo il quale la Corte di Giustizia europea potrebbe condannare i paesi inadempienti. I dettagli della proposta sono ancora incerti, e del resto ci sono sei anni di tempo per definirli. Ma la sostanza è che gli imprenditori non potranno più costringere i loro dipendenti maschi a lasciare il lavoro a 65 anni (oggi lo fanno sulla base dei contratti, anche se non c’è una legge che lo imponga, e per le donne il limite è ancora a 60): dal canto loro, i lavoratori che sceglieranno di continuare rinvieranno di qualche anno il ricorso alla pensione statale, quella basilare prevista dal Welfare. Il vantaggio per le casse dello Stato sarà notevole. Ma la proposta inglese prevede anche una serie di misure per incoraggiare le imprese a organizzare sistemi flessibili di lavoro parttime per i lavoratori più anziani. Invece di lasciare traumaticamente il lavoro da un giorno all’altro, insomma, ci sarebbe un lungo periodo di distacco progressivo dall’ufficio.
Si calcola che il tasso di inattività tra gli "over 50" costi al sistema produttivo britannico 70mila miliardi di lire all’anno. L’economia tira, tra i giovani c’è di fatto la piena occupazione e c’è carenza di manodopera specializzata: non si può dunque sprecare l’esperienza dei lavoratori più anziani. Entro il 2010, il 40% di tutti gli occupati del Regno Unito avrà più di 45 anni.
Il problema in Gran Bretagna non è, come altrove in Europa, un problema di sostenibilità della spesa pensionistica, che anzi è dai tempi della Thatcher sotto controllo, è affiancata dai fondi pensione, ed è alleviata sul lungo periodo da un tasso di natalità più alto che sul Continente. Ma il tema della discriminazione per età è diventato esplosivo nel dibattito pubblico inglese: gli anziani si sentono gettati via, e si ribellano. Hanno anche i loro gruppi di pressione, il più famoso dei quali, chiamato Age concern, due anni fa fece scandalo con una serie di manifesti arditi di bellissime "pin up over 60".