L’ultima beffa: senza pensione e senza un soldo

01/03/2004





   
28 Febbraio 2004
POLITICA







 

GOVERNO
L’ultima beffa: senza pensione e senza un soldo

Una clausola alla delega toglie la previdenza e ogni reddito ai lavoratori licenziati in «mobilità»

CARLA CASALINI


C’è un colpo segreto nel testo del governo che taglia le pensioni, nascosto in un comma dedicato ai lavoratori in «mobilità»: decine di migliaia di persone grazie a questo stratagemma si ritroveranno in mezzo a una strada, senza pensione e senza lavoro. La clausola (art.1 quinquies) riguarda i lavoratori, non più giovanissimi, espulsi dalle aziende nei licenziamenti collettivi delle «ristrutturazioni», e in «mobilità» con una integrazione di reddito sempre più scarna fino a raggiungere la pensione: la minaccia, per loro, è di non arrivare alla meta. Infatti, potranno andare in pensione «con le regole attuali» della legge Dini, solo quelli «posti in mobilità entro il 1° marzo del 2004». Vuol dire che a chi capita di trovarsi in «mobilità» da quella data in poi, verranno imposte le «nuove regole in vigore dal 1° gennaio 2008» della
riforma berlusconiana: potrà andare in pensione solo con 40 anni di contributi, o con 35 quando avrà 60 anni di età. Per molti lavoratori resi «mobili» poco più che cinquantenni, perciò, l’indennità temporanea prevista scadrà prima che arrivi la pensione, costringendoli a «scontare periodi di disoccupazione privi di qualsiasi reddito»: la denuncia articolata è della Fiom, e anche la Fim boccia subito quest’ultimo ritrovato governativo, che prevede anche una vera e propria corsa a cronometro per il diritto alla pensione .

Infatti anche per i licenziati fortunati, che siano messi in mobilità entro il 1° marzo 2004, c’è una sorpresa: potranno andare in pensione anche nel 2008 secondo la legge attuale solo i primi 10 mila. Spiega i motivi del numero chiuso il senatore del Prc Gigi Malabarba, che per primo ha denunciato la «beffa tremenda» comparsa nel testo presentato nella commissione lavoro del senato: «L’Inps nel 2008 prenderà in esame le prime 10 mila domande di pensione perché al massimo può derogare per 1 miliardo di euro rispetto al risparmio dello 0,7% del Pil» che il governo conta di ricavare dai tagli della «riforma» previdenziale.

Malabarba, che lavorava all’Alfa, segnala un’altra conseguenza «particolare» che colpisce i lavoratori di Arese: «proprio perché il governo ha concesso nei mesi scorsi la proroga di un anno della cassa integrazione» i mille operai dell’Alfa raggiungeranno la tappa successiva della «mobilità» con le nuove regole berlusconiane: tutti i «più giovani» si ritroveranno a zero reddito. L’opposizione ha reagito compatta, e il governo ha accettato di spostare a mercoledì i tempi di presentazione dei «subemendamenti». Anche i Ds hanno «posto il problema», e il senatore Giovanni Battafarano annuncia anche da parte loro la presentazione di un emendamento per «far saltare» il numero chiuso dei 10 mila, «e anche per sanare casi specifici come l’Alfa di Arese».

Non sarà difficile far riconoscere l’incostituzionalità di una norma così palesemente discriminatoria. Quanto alla Fiom, «rinnova la richiesta» di ritiro totale della delega pensionistica, e «ritiene indispensabile, ove ciò non avvenga,lo sciopero generale». E, di fronte alla clausola sulla «mobilità», la segreteria decide di non sottoscrivere più intese nei processi di ristrutturazione che la prevedano. Mentre su questa decisione dissente il segretario generale della Fim Giorgio Caprioli. Tutti d’accordo, invece, sui punti neri della delega governativa, cui ancora ieri i leader di Cgil e Cisl, Epifani e Pezzotta, hanno promesso lo sciopero.

Ma la controriforma delle pensioni non riesce a pacificare neppure il centrodestra, nonostante le dichiarazioni di «accordo raggiunto». Ieri di nuovo il ministro di An Alemanno è intervenuto contro le «esternazioni di Bossi»: non sono più possibili «modifiche», assicura, e «la Lega cerca solo un’operazione di immagine in extremis, perché certo, la pensione a 60 anni colpisce i lavoratori del nord». E la scadenza elettorale imminente apre crepe anche nella squadra di Bossi: il senatore Vanzo, ad esempio, si scaglia contro il collega di Montecitorio Dario Valli che si è affannato in «subemendamenti» che «stanno cancellando un anno di lavoro del ministro Maroni».