L’ultima battaglia della Lega «Guerra aperta all’ipercoop»

12/05/2010

Giovanni Montanari faceva il salumiere a Modena. Era comunista. Assieme al prosciutto andava di casa in casa a portare le tessere del partito. «Il bottegaio aveva un ruolo sociale riconosciuto», racconta «Un giro di clientela fisso. Tastava il polso al suo quartiere. Facevamo pure le consegne agli anziani che non uscivano più. Avevamo una rete di conoscenze e di fiducia che si poteva sfruttare anche politicamente. Poi cominciarono ad aprire tutti quegli ipermercati. Il commercio cambiò. Roba da mandarti in crisi la salumeria. Un colmo nella patria dell’affettato… Cambiò la città. E cambiai anch’io (praticamente costretto alla chiusura dalla grande distribuzione): sono stato tra i fondatori della Lega Nord a Modena… ».
Montanari, che poi ha avuto «qualche delusione anche dal Carroccio», da circa un anno si è ritirato sugli Appennini, a Zocca (la patria di Vasco Rossi). Il dirigente locale, Livio Degliesposti (che è anche consigliere provinciale a Modena) ha proposto in Comune un’ordinanza anti burqa e il Carroccio ha superato agilmente la barriera del 20% alle regionali. L’ex salumiere, che invece ha superato i sessanta, non vuole più occuparsi di politica. «Continuo a votare Bossi», dice, «ma non voglio più saperne del resto. Delle Ipercoop chiedete ad altri».
MauroManfredini, 68anni,modenese anche lui, capogruppo del Carroccio all’Assemblea legislativa (il consiglio regionale dell’Emilia- Romagna) è un altro che al tema ci tiene. Ex Pci e Pds, di commercio se ne intende, avendo fatto per una vita (prima di diventare politico con la crescita leghista in Emilia) l’ambulante. Aveva una bancarella di jeans e abbigliamento e girava i mercati rionali di mezza regione. La licenza l’ha tenuta («se non mi avessero rieletto sarei tornato in piazza»), affittandola a italiani «perché non volevo incrementare questo fenomeno degli immigrati». Tra le bancarelle di Casalecchio di Reno i vecchi colleghi lo riconoscono tutti. Da molti nuovi gestori non viene invece salutato: sono cinesi, pachistani, nordafricani. Ai suoi tempi non c’erano e a lui, senza mezze parole, non piacciono. Sentimento forse contraccambiato. L’analisi di Manfredini è semplice: «Negli anni Ottanta la regione ha iniziato
a puntare tutto sulla grande distribuzione. E poi non c’è stato più freno. A Bologna di questi ipermercati ne hanno aperti 12, a Modena sei, e altri sono in costruzione. La gente ci va perché ci trova caldo d’inverno e freddo d’estate e perché, a differenza che in città, lì il parcheggio c’è e in tre minuti sei dentro col tuo carrellino. Insomma, i centri storici sono stati trasferiti nei centri commerciali». Ma gli ipermercati hanno anche cambiato, alla lunga, il tessuto sociale della regione. La politologa Nadia Urbinati all’Unità aveva detto: «In Emilia ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. L’integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto». Manfredini, l’ambulante, passeggiando tra le bancarelle, ha espresso –ma con sprezzo padano – un concetto non troppo differente: «Gli ipermercati sono ormai l’unico punto di aggregazione. Ci sono anziani e giovani che ci passano l’intero sabato pomeriggio. Li trovi lì seduti sulle panchine. E nelle piazze cittadine sono rimasti quasi solo gli stranieri. Noi lo riteniamo un danno». Il ghetto nell’epoca della grande distribuzione…