L’Ulivo: meno fisco sul lavoro, più sulle rendite

16/05/2005
    sabato 14 maggio 2005

      L’Ulivo: meno fisco sul lavoro, più sulle rendite
      Il centrosinistra alla ricerca delle risorse. Lotta all’evasione e stop ai condoni

        retroscena
        Stefano Lepri

        ROMA
        DA una parte i dipendenti che si sentono impoveriti, dall’altra le imprese in perdita di competitività che sentono di non aver nulla in più da mettere nelle buste paga: il declino dell’economia italiana crea anche nodi difficili da sciogliere, come questo. Nella «fabbrica del programma» dell’Unione di centro-sinistra si lavora a trovare una ricetta anti-crisi che riesca a tener conto di entrambi i punti di vista; Rifondazione comunista, però, ne fa suo soltanto uno, il «recupero salariale», e non è interessata all’altro.

        Più vicina sembra una intesa sul fisco. Gli esperti dei vari partiti stanno concordando un documento con alcune indicazioni di massima; che, tra l’altro, dovrebbe includere il ritorno a una tassa sulle successioni per i patrimoni più grandi. Il principio generale sarà che il peso del fisco va redistribuito, va spostato dal lavoro verso le rendite, colpendo evasione ed elusione, senza mai più condoni. Ma la recessione consiglia a non fare grandi promesse; tanto più con un deficit pubblico che, secondo l’Unione, viaggia ormai chiaramente verso il 4% quest’anno.

        «No, di fronte a una situazione così grave non esistono soluzioni miracolose – dice Paolo Onofri, economista molto vicino a Romano Prodi – ma proprio per questo è urgente cambiare la guida del Paese, senza aspettare altri 9-10 mesi». Un calo dell’Irap sulla componente lavoro è anche giusto, ma «è difficile che si decidano azioni sensate in un clima politico come questo. Urgentissimo è ridare alla gente alcune sicurezze, rendere meno precari i programmi di vita. Per esempio bisogna dissipare il timore che in futuro si dovrà spendere di più per sanità e istruzione, che invece devono rimanere pubbliche».

        «Non siamo di fronte a una crisi congiunturale – sostiene, in sintonia, Nicola Rossi, economista e deputato dei Ds – ma strutturale. Esistono dei rimedi da adottare con rapidità, soprattutto liberalizzazioni per ridurre le aree di rendita, ma che necessariamente avranno bisogno di tempo per dare risultati. Ciò che può avere un effetto immediato è invece dare una guida all’economia, imprimere un senso di direzione; e alleviare per quanto è possibile lo sforzo delle imprese, riducendo il cuneo fiscale (la divergenza tra costo del lavoro per l’impresa e busta-paga netta, ndr)».

        Ridare sicurezza alla gente, agli occhi dell’ala più a sinistra dell’Unione, significa tuttavia disfare alcune norme per la flessibilità del lavoro adottate in passato, «proteggere i diritti dei lavoratori modificando la legge 30» (o legge Biagi, ndr), in prospettiva «abolire il precariato passando a lavoro stabile» dice il deputato di Rifondazione comunista Alfonso Gianni. E le difficoltà competitive delle imprese? «Se guardiamo agli ultimi 12 anni, dall’accordo del ‘93 in poi, la produttività è cresciuta e i salari soni rimasti fermi».

        «Disfare? Se il centro-sinistra cominciasse a governare ponendosi l’obiettivo di disfare – ribatte Nicola Rossi – arriveremmo a metà legislatura senza aver fatto abbastanza. Credo che una volta al governo anche il Prc si renderà conto di questo». Per Paolo Onofri le norme in materia di lavoro «è bene lasciarle operare 3-4 anni prima di fare un bilancio»; dopodiché la Biagi si potrà rivedere «insieme, con i sindacati e con la Confindustria, sfrondandola magari della ridondanza di tipologie che prevede».

        «Piuttosto – continua Onofri – per dare sicurezza a chi fa lavori precari e intermittenti, e per facilitare la mobilità del lavoro necessaria in una fase come questa, occorre potenziare gli ammortizzatori sociali». Con una industria che si deve trasformare in fretta per ritrovare competitività internazionale, è inevitabile che posti di lavoro siano distrutti da una parte, creati da un’altra.

        Peraltro, il programma di liberalizzazioni che viene elaborato nella «fabbrica» di Prodi (energia, altri mercati di prodotto, ordini professionali) non eccita il Prc. «Piuttosto, noi vorremmo ritrovare un ruolo allo Stato imprenditore – dice Alfonso Gianni – guardando per esempio a colossi dell’auto come Renault e Volkswagen, imprese efficienti a partecipazione pubblica».

          Ci sono economisti, come Mario Deaglio sulla Stampa di ieri, che non escludono «l’eventualità di un inasprimento fiscale» a favore di «un aumento mirato di spese in settori in cui l’Italia ha accumulato debolezze». Le risposte sono caute. Per Rossi «prima occorre spendere bene. E io che sono meridionale le dico che ci sono soldi per il Sud che con le attuali regole vengono semplicemente buttati».