L’Ulivo manovra sul lavoro

24/06/2002


22 giugno 2002



L’Ulivo manovra sul lavoro

Margherita e Ds cercano un «compromesso onorevole» sull’art. 18. Per non dividersi troppo. La Uil si allinea con Angeletti. Dissensi nella Cisl


CARLA CASALINI


Il coordinatore della segreteria dei Ds Vanino Chiti smentisce categoricamente che ci sia il tentativo di un qualche aggiustamento dentro l’Ulivo, per comporre i dissensi interni, di cui potrebbe fare le spese «l’articolo 18»: precisamente, Chiti smentisce che sia in gestazione un testo teso a un giudizio sulla proposta del governo molto concentrato sugli ammortizzatori sociali, e molto meno sui licenziamenti individuali illegittimi promessi nel Patto di palazzo Chigi alle aziende che «crescono» superando i 15 dipendenti. «Noi – ribadisce Chiti – siamo perché l’art.18 resti quello che è». Ma il leader della Cisl Savino Pezzotta proprio ieri è tornato sull’argomento sostenendo, incredibilmente, che «l’art.18 non viene toccato» nel testo proposto dal governo. Certo, se si decide di non contare tra i dipendenti, ai fini dei diritti, i nuovi assunti delle aziende in crescita, il gioco è fatto: in quanto essi non risultino, risultano viceversa eternamente sotto la soglia di applicazione dell’art. 18 le imprese che li assumono – anche se raggiungessero i mille dipendenti.

«Proprio di questo, si tratta – conviene Vannino Chiti – e questa è una modifica dell’art.18, perciò noi consideriamo inaccettabile la proposta. Lo ha ribadito anche il responsabile lavoro del partito, Cesare Damiano, che qui si lede un diritto fondamentale. E non solo si introducono improponibili differenze sui diritti tra i lavoratori, ma si differenziano anche le regole per le aziende». Nella Quercia, però, c’è chi fornisce una versione già diversa dell’opposizione alla proposta del governo. Enrico Morando, dell’area liberal, la mette così: «La valutazione comune di Ds e Margherita è che, in assenza di una proposta forte sugli ammortizzatori, l’art. 18 non si può toccare». Per parte sua, la Margherita ha «sospeso il giudizio» sul parto governativo. E da entrambi gli schieramenti c’è chi conferma che questo fine settimana sarà al lavoro un gruppo di estensori di un testo dell’Ulivo sul mercato del lavoro (Letta, Pinza, Treu, Damiano, Morando), che abbraccerà anche i diritti per i «nuovi lavori», su cui è tornato ieri anche Cesare Damiano, ricordando la «Carta dei lavori» su cui l’Ulivo sta lavorando.

Ma non pare possibile un compromesso in grado di soddisfare la sinistra Ds, o i Verdi, il Pdc – figuriamoci Rifondazione, che sta raccogliendo le firme per il referendum che intende estendere l’art.18. Per i Verdi Ripamonti ha già bocciato come «vergognoso» un qualunque «scambio» tra ammortizzatori, sussidi di disoccupazione, e art.18. Il segretario del Pdc Diliberto, ieri è tornato ad ammonire che «è sulla battaglia in difesa dei diritti dei cittadini e dei lavoratori che l’Ulivo si gioca la sua credibilità»; che se Cisl e Uil «non si renderanno conto del loro errore» e firmeranno il Patto, «noi lotteremo nelle piazze e in parlamento per impedire una lesione così grave dei principi più elementari della democrazia». E alla lotta aveva richiamato tutto l’Ulivo la sinistra Ds.

La Cgil ieri ha riconfermato, secca, con Cofferati: «sì, questo è un Patto scellerato» che «apre una stagione gravida di pericoli»; e pare difficile convenire con l’ottimista ministro Maroni, che anche ieri, tornando trionfante sull’accordo e assicurandone la firma ufficiale per il 2 luglio, insisteva sull’«isolamento» della Cgil. Gli scioperi regionali registrano l’adesione dei lavoratori, così come quelli di fabbrica – ieri un esempio lo si è avuto alla Zanussi di Mel a Belluno, dove hanno partecipato iscritti a qualsivoglia sindacato. Ma anche sul fronte dei Ds, del centrosinistra, il sostegno agli «scioperi in difesa dei diritti» era stato ufficialmente dichiarato.

Non facile dunque, districarsi, ora, dentro l’Ulivo, una volta consumata la rottura sindacale, nonostante il governo riproponga la modifica dell’art.18, contro cui si era mosso lo sciopero generale indetto unitariamente da Cgil, Cisl, Uil. Certo, c’è chi ritorna sul problema degli equilibri di forza dentro la Cisl, e sottolinea una preoccupazione nella Margherita perché il leader, Savino Pezzotta, non venga scalzato dalla destra interna guidata dal segretario confederale Bonanni. Ma se è vero che c’è una destra (con anche molti elettori di Forza Italia) forte numericamente- estesa soprattutto nel sud oltre che in alcune categorie – è anche vero che la forza organizzativa si concentra nel nord, soprattutto nei metalmeccanici. Dunque, è anche in questione la determinazione di chi ritiene intoccabili alcuni diritti fondamentali dei lavoratori a lottare per essi anche dentro la Cisl.

La Fim aveva già pronunciato il suo no alla scelta di Pezzotta di sedersi al «tavolo del lavoro» e dell’art.18. Ieri il suo segretario generale Giorgio Caprioli ha ridetto il suo No al Patto di palazzo Chigi, come ha fatto anche il segretario dei bancari della Cisl Eligio Boni. Boni ha sottolineato la «riduzione dell’area delle tutele» disegnata dalla proposta berlusconiana, «lontana dagli obiettivi perseguitia con la mobilitazione». Caprioli ne sottolinea anche il nesso perverso per esempio con le «norme in via di approvazione sulla cessione dei rami d’azienda»: la facilità per le imprese di dividersi in pezzi sotto i 15 dipendenti, per poi ricrescere potendo ignorare l’art.18. Il confronto nella Cisl avverrà martedì, nella riunione dell’esecutivo nazionale, mentre la Uil – che pure sconta mugugni interni – ha votato ieri all’unanimità nella Direzione nazionale l’operato del leader Angeletti al «tavolo del lavoro».