LUISA SPAGNOLI – Diritti démodé – Il Manifesto 27 Dicembre 2000

il manifesto 27 Dicembre 2000 Luisa Spagnoli

Diritti démodé
La lotta delle commesse della Luisa Spagnoli, contro gli straordinari gratuiti nelle domeniche giubilari
ANTONIO SCIOTTO

Sono carine e alla moda come le commesse dei serial televisivi. Ma non hanno il tempo – né la voglia – di parlare dei propri figli, dell’ultimo flirt o dei problemi sentimentali del loro collega gay. Sarebbe troppo politically correct. Le commesse reali, in carne e ossa, oggi se la devono vedere con padroni sempre più opprimenti, che le obbligano a lavorare tutte le domeniche, come se fossero dei giorni feriali, le costringono ad armarsi di straccio e bastone per pulire bagni, pavimenti e lampadari, senza il rispetto per le loro mansioni, le sommergono di sanzioni disciplinari per allontanarle dai sindacati. Le ragazze e le donne che lavorano come commesse per la catena di boutiques Luisa Spagnoli si sono ribellate.
La società perugina Luisa Spagnoli ha circa 150 negozi in tutta Italia, con oltre 500 impiegati. Nella sola Roma ha 10 boutiques, con circa 50 dipendenti. E’ qui, nei negozi della capitale, che commesse e azienda sono entrate in rotta. E la "colpa" è da attribuire al Giubileo. Nel dicembre dello scorso anno, infatti, il sindaco di Roma ha emesso un’ordinanza speciale per regolare gli orari del commercio nell’occasione dell’"anno santo". L’equazione era semplice: più turisti e pellegrini, più affari. E perciò, nel centro storico della città, che i negozianti possano aprire anche tutte le domeniche dell’anno fa bene a tutti.
"Nelle intenzioni del consiglio comunale – dice Pino Galeota, consigliere Ds – e in quella dei sindacati, che avevano dato il loro consenso, l’apertura domenicale avrebbe dovuto portare un migliore servizio, ma anche più lavoro. Non nel senso di un maggiore carico degli attuali impiegati, ma una maggiore quantità di contratti per coprire domeniche e festività". Molti negozianti, però, hanno interpretato a modo proprio l’ordinanza, e per i loro dipendenti, contemporaneamente all’anno santo, è cominciato l’inferno.
A lavorare per tutte le 52 domeniche dell’anno, secondo le disposizioni della Luisa Spagnoli, avrebbero dovuto essere le solite commesse, quelle che già lavorano nei giorni feriali. Senza chiedere il loro consenso – nel contratto nazionale del commercio, il lavoro nei giorni festivi è facoltativo – l’azienda cominciò nei primi mesi del 2000 a inserire le domeniche nelle 40 ore settimanali. Era quindi diventato automatico e obbligatorio – in modo del tutto arbitrario e per decisione unilaterale dell’azienda – lavorare di domenica. A questo punto – siamo già allo scorso giugno – essendo diventato il proprio contratto poco meno che uno straccetto per le pulizie, 16 commesse dei negozi di Via Frattina e di Via del Tritone si iscrissero al sindacato Filcams Cgil.
L’azienda, al momento della stipula di un primo accordo, condizionò la propria firma all’applicazione dell’orario "spezzato" (con pause di qualche ora all’interno della giornata, e perciò più disagevole) per tutti i lavoratori di tutti i punti vendita. Non accettando l’imposizione, le dipendenti di Via Frattina e di Via del Tritone attuarono una serie di scioperi nell’ultima settimana di settembre. A sostituirle, l’azienda inviò da Perugia e da altre città una squadra di zelanti ispettrici. "Da allora – racconta una delle commesse – abbiamo cominciato a subire varie intimidazioni e umiliazioni. Ci obbligavano a pulire le soglie dei negozi, per essere viste dai nostri vicini. Chi si rifiutava – siamo inquadrate al IV livello e le pulizie, che di solito facciamo sempre per una sorta di accordo fuori contratto, non ci spetterebbero – riceveva sospensioni e multe, detratte dallo stipendio. L’azienda pretese anche che firmassimo i cartellini dei capi venduti, per controllare che non boicottassimo le vendite e ci impose l’orario spezzato sempre e senza turnazione, con programmazione di settimana in settimana. Con un orario dalle 10 alle 14 e dalle 16 alle 20, stavamo anche 11-12 ore lontane da casa".
Risultato immediato: 6 disdette dal sindacato, altri accordi saltati, il reinserimento, il 22 novembre scorso, della domenica nelle 40 ore settimanali, nuovi scioperi a cavallo tra novembre e dicembre. E adesso il sindacato ha fatto ricorso alla magistratura del lavoro del Tribunale di Roma. E dire che, qualche anno fa, le stesse commesse si erano incatenate in Via del Corso quando la Camera dei deputati, proprietaria di uno dei locali che ospitava una boutique, aveva ingiunto lo sfratto. Grazie a quella dimostrazione, la Camera aveva trovato un altro locale, sempre in zona, da offrire all’azienda. Salvate allora le capre e i cavoli, in occasione del Giubileo, però, la gratitudine solo retorica. "E tutte le denunce all’Ispettorato del Lavoro – aggiunge Galeota – non hanno avuto esito, mentre, oltre agli enti locali, anche il governo dovrebbe intervenire per controllare che la liberalizzazione degli orari commerciali, decisa da Bersani, non leda i diritti dei lavoratori".
"Con la Fendi – conclude Francesco Cascetti (Filcams) – abbiamo realizzato un accordo per cui le domeniche vengono pagate al 180%". Con buona pace di tutte le commesse, probabilmente quelle di Luisa Spagnoli sono figlie della gallina nera, e stavolta il lucchetto alle catene glielo ha chiuso l’azienda stessa.